Gli elfi islandesi

Gli elfi islandesi, álfar (pronunciato “àulvar”) sono una dei motivi culturali più prominenti nella rappresentazione che si fa di questo Paese. Recentemente nel film Eurovision Song Contest: the Story of Fire Saga si è vista una rappresentazione buffa e caricaturale della credenza popolare in queste creature. L’attrice Rachel McAdams viene vista offrire doni a questi esserini in cambio di favori. Essi sono rappresentati come gli abitanti delle piccole casette colorate che occasionalmente abbelliscono il panorama Islandese. Trattandosi di un film, sarebbe sciocco prendere alla lettera questo sketch come la rappresentazione di una realtà fattuale. Gli elfi islandesi non c’entrano nulla con il “piccolo popolo” del folclore delle isole britanniche: non sono affatto piccoli! Vengono chiamati, semmai, il “popolo nascosto”, o “gente nascosta”: huldufólk.

È un equivoco comune il credere che queste casette siano una sorta di “nido artificiale” come quelli per gli uccelli che appendiamo agli alberi. La realtà è che la funzione di queste casette oltre ad essere decorativa (un po’ come i nostri gnomi da giardino) serve semmai ad indicare che un particolare elemento naturale come una collina un dosso o un masso siano considerati l’abitazione degli elfi. Non sono da intendersi assolutamente come sorta di casette dove qualche piccola creatura potrebbe trovare alloggio.

Riguardo invece gli elfi stessi, ho parlato spesso di questa questione, la quale si interseca indissolubilmente con l’idea che l’Islanda sia in realtà una terra pagana dove storie e tradizioni antichissime sarebbero sopravvissute alla crudele falce del cristianesimo.

Questa convinzione porta a tutta una serie di distorsioni dei fatti storici tra i quali è opportuno fare ordine. Ma facciamo un passo indietro:

È innegabile che esista un profondo bisogno radicato nella natura umana di trovarsi a contatto con il trascendente, e mi sembra anche ovvio che in questi tempi la religione cristiana in molti casi non sia ritenuta da molti adeguata per assolvere questa funzione. Tante persone del mondo occidentale ricercano quindi forme di religiosità alternative e, tra queste, molto gettonata è la supposta religione pagana degli antichi popoli germanici e in particolare quelli nordici.

Non intendo entrare nel dettaglio di questo fenomeno che è di sicuro interesse per storici e antropologi, né entrerò nel dettaglio dei motivi che stanno dietro ad esso. Basti dire che, in numerosi circoli, esiste un’antipatia giustificata da diversi fattori contro il Cristianesimo. È anche innegabile che nel discorso popolare la Chiesa e in particolare quella medievale, sia costantemente rappresentata in modo esageratamente falsato. Da medievista senza alcuna agenda ideologica di tipo cristiano non posso esimermi da sottolineare in ogni sede opportuna, che l’istituzione medievale della Chiesa fosse lontanissima dall’essere quella sorta di organizzazione a delinquere di stampo oscurantista che spesso troviamo descritta. Lungi dall’essere una cricca intenta a mantenere attivamente e con sadica tenacia la gente nell’ignoranza, la Chiesa medievale era, con tutte le eccezioni del caso, un’organizzazione intenta alla ricerca della verità. Verità che veniva ricercata con i mezzi propri del tempo e della sfera culturale in cui operava. Se leggeste un trattato di teologia scolastica, per esempio San Tommaso, rimarreste estremamente stupiti nel constatare quanto il suo modo di ragionare di materie spirituali e ideologiche sia estremamente vicino al modo di ragionare di uno scienziato di oggi: questo perché lo scienziato di oggi è l’ultimo erede di una lunga tradizione alla quale appartengono anche i teologi medievali che affonda le sue radici nella Grecia classica.

[Sicuramente qualcuno avrà pensato: “E allora Galileo e Giordano Bruno?”. Permettetemi: questi due episodi eclatanti non bastano a caratterizzare duemila anni di storia della Chiesa, ma la cosa più importante è che il problema Galileo non era il semplice teatrino che ci insegnano a scuola del povero scienziato buono contro i preti cattivi che vogliono tenerci ignoranti per controllarci: erano altri scienziati del tempo a non essere d’accordo con Galileo, che come tante menti sopra alla media, aveva quel tocco di arroganza, in parte giustificata, che gli impediva di essere popolare nei suoi circoli. L’ortodossia scientifica esisteva allora ed esiste ancora oggi. Le innovazioni si fanno strada a fatica. La chiesa non voleva che Galileo presentasse le sue teorie come verità definitive, perché non esisteva un consenso scientifico su di esse. Galileo, in effetti, non era riuscito a confutare alcune prove scientifiche che al tempo erano considerate schiaccianti rispetto alla tesi geocentrica, e ha anche detto alcune sciocchezze, come il fatto che le maree sono causate dai moti della terra che sballotta le acque dei mari. Non era la Chiesa, ma la comunità scientifica del tempo a non essere persuasa dalla tesi galileiana, senza nulla togliere al trattamento increscioso riservato a questo povero scienziato. Mentre Giordano Bruno – semplificando molto – non era propriamente uno stinco di santo, anzi per molti era un pazzo mitomane dotato però di un pensiero visionario, il quale ha scritto talmente tanto che dalla sua penna sono uscite anche cose interessanti, me nei suoi deliri narcisistici ha più volte pestato i piedi dolosamente, e in modo sprezzante e incosciente, a personaggi potenti, che dopo avergliene fatte passare tante, alla fine non ne hanno potuto più. Anche Galileo e Giordano Bruno avevano delle ombre, così come la chiesa della prima era moderna aveva dei punti di luce. Scappiamo a gambe levate dalle semplificazioni quando si tratta di storia. Non ci sono quasi i mai i buoni esclusivamente buoni e i cattivi soltanto cattivi. Parentesi non necessaria, ma che trovo opportuno aggiungere perché so per esperienza come Galileo e Giordano Bruno siano i soliti jolly giocati da chiunque voglia tracciare una storia della Chiesa al negativo.]

Il tentativo di rinnegare la Chiesa come istituzione (per vari motivi che includono le sue innegabili colpe storiche) porta continuamente ad una falsificazione grossolana della rappresentazione di questa istituzione attraverso i secoli. Essa viene inquadrata come una setta di invasati dediti all’ossessivo nascondimento di questa o quella verità (i romanzacci di Dan Brown non hanno certo aiutato). Qualcosa di alieno e cattivo da cui smarcarsi, anziché la personificazione dell’anima culturale occidentale, erede e custode del mondo classico.

In questa ottica si colloca il tentativo di “restaurare“ culti indigeni considerati più antichi e autentici, presentandoli come delle vittime della Chiesa costrette al silenzio attraverso i secoli e che in tempi recenti starebbero cercando di tornare alla luce. Qui risiede il problema storico fondamentale: sebbene sia assolutamente legittimo seguire qualsiasi forma di spiritualità, non è assolutamente lecito falsificare la storia per creare una tradizione che conferisca prestigio a invenzioni moderne.

A questo proposito, bisogna affermare con decisione che le forme di neo-paganesimo ispirato a motivi del passato germanico pagano sono in equivocabilmente costruzioni moderne basate su pochissimi spunti che ci sono pervenuti spesso da un’età in cui il mondo germanico era già stato abbondantemente cristianizzato. I rituali, la gestualità, le formule, le convenzioni, l’etica e i precetti del paganesimo contemporaneo non possono dirsi i diretti discendenti di quelli paganesimo germanico – che molto male si adatterebbero alla nostra sensibilità attuale: lungi dall’essere società inclusive, dove le donne godevano di ampi diritti e dove la natura veniva rispettata, le società del medioevo nordico erano altrettanto brutali di tante altre del periodo. Lasciare morire alle intemperie bambini indesiderati e considerare gli anziani e i malati alla stregua di pesi morti, trattandoli di conseguenza, sono elementi della società precristiana che dubito godrebbero di ampio consenso nel mondo di oggi.

È necessario quindi rendersi conto che, nell’ultimo millennio in Islanda, la società è stata plasmata in modo profondo dalla mentalità e dalla morale proprie della religione cristiana. È inutile andare a raccogliere le ciliegie e pescare questo o quel micro dettaglio che sembra, forse, essere stato mutuato da una tradizione precristiana per poi partire con la tiritera che l’Islanda non è mai stata veramente cristiana, che il cristianesimo è una religione falsa e che in realtà sotto di esso esiste un sostrato più autentico di paganesimo puro e intatto che corrisponde all’anima vera dei popoli europei: il cristianesimo ha soppiantato i culti precedenti assorbendo quanto di più adattabile esisteva e proponendo un prodotto nuovo che è diventato l’espressione morale e spirituale dell’Europa dal tardo antico fino a tempi molto recenti. È possibile e lecito provare disprezzo per questo corso degli eventi, così come è lecito credere che saremmo stati tutti meglio senza il cristianesimo, ma non è assolutamente lecito riscrivere la storia per sminuire il ruolo avuto da questa religione nello sviluppo della nostra cultura, e pescare qua e là due o tre credenze popolari e spacciarle per prove del fatto che i popoli europei non siano veramente cristiani ma siano nell’anima pagani.

L’Islanda purtroppo, si presta molto bene a questo per due ragioni 1) il fatto che la mitologia germanica sia stata preservata precipuamente in aria Islandese (seppur profondamente modificata e filtrata dalla mentalità cristiana di coloro i quali hanno steso i testi). 2) perché il fitto sottobosco di credenze associate a creature normalmente dette elfi crea l’impressione che in Islanda sia rimasto in vita qualche forma di paganesimo direttamente collegata con quello del periodo pre cristiano.

La verità, tuttavia, è che gli elfi del folklore Islandese non hanno nulla a che vedere con gli elfi della mitologia nordica. L’unica cosa che condividono con essi è il nome. Gli elfi del folklore Islandese attuale sono collocati nella cosmologia cristiana e non in quella pagana: sono inquadrati come discendenti di Adamo ed Eva proprio come noi; popolano il nostro mondo e non un mondo a parte come nella tradizione nordica, e si recano spesso in chiesa, tanto che molte rocce dalla forma particolare sono identificate come “chiese degli elfi” (Álfkirkjur). È profondamente sbagliato distorcere il folklore locale dissociandolo dal mondo Cristiano a cui appartiene per collegarlo artificiosamente ad un supposto passato pagano che non è nemmeno mai esistito, almeno nelle forme in cui esso viene rappresentato nella cultura pop commerciale di oggi.

A questo proposito bisogna anche ricordare che le fonti che parlano degli elfi nella tradizione precristiana sono assolutamente esigue e poco chiare, e da esse non è nemmeno possibile dedurre se la concezione di queste creature fosse qualcosa di localizzato o generalizzato nel mondo pagano. Tracce di tradizioni a tema elfico in Scandinavia sono davvero rare. Una delle fonti principali che li menzionano è la famosa Edda di Snorri Sturluson, un testo composto 200 anni dopo la conversione dell’Islanda al cristianesimo. Qui gli elfi sono divisi in elfi della luce ed elfi scuri e neri (i quali sono apparentemente confusi con le creature chiamate “nani”), una suddivisione, questa, che alcuni studiosi hanno interpretato come influenza mutuata dalla concezione dualistica dell’universo cristiano che contrappone forze della luce del bene a forze del buio e del male, così che elfi della luce e elfi neri sarebbero una sorta di trasposizione a posteriori degli angeli e dei demoni biblici.

Per quanto riguarda gli elfi islandesi non si può prendere la corrispondenza del loro nome con quello delle creature omonime tramandateci nelle fonti medievali come prova della sopravvivenza di credenze del mondo pagano. Gli elfi islandesi sono “cugini” degli esseri umani, in quanto discendenti di alcuni figli di Adamo e di Eva, e che Dio ha stabilito sarebbero stati invisibili a noi. Questi elfi si distinguono da noi per la loro bellezza e ricchezza. Emanano un’aura di luce e abitano in rocce particolari. Non sono gnomi, folletti o creature del genere. E non sono certo assimilabili agli elfi della tradizione mitologica nordica. Tra l’altro, è immediatamente ovvio a chiunque dovesse leggere i racconti popolari islandesi – sopravvissuti in quantità ingenti e raccolti specialmente nell’Ottocento – che tali narrazioni sono massicciamente ambientate nel periodo moderno, nei secoli tra il 1600 e il 1800. Non si trova nulla del genere nelle fonti medievali, e siccome gli islandesi erano estremamente zelanti nel registrare quanto più potessero delle loro tradizioni e ragionevole presumere che questi racconti siano in realtà stati plasmati nel periodo successivo a quello medievale, che è anche il periodo in cui fanno la loro comparsa nei manoscritti. Se questo non bastasse bisogna anche aggiungere che riferimenti al cristianesimo sono estremamente abbondanti in questi racconti. E qui sorge una domanda: è quindi?

Il fatto che le fiabe islandesi godano di estrema popolarità (come testimoniato dall’innumerevole quantità di traduzioni in lingue straniere e di edizioni) è forse la prova migliore del fatto che l L’elemento cristiano non costituisca un vizio, come invece qualcuno a volte sembra suggerire. Vi esorto a prendere in mano una traduzione italiana di racconti popolari e fiabe islandesi e dirmi se vi sembra che la presenza di riferimenti e motivi cristiani tolga qualcosa alla bellezza, alla poesia e alla magia di tali racconti.

In quanto appassionato di tutto ciò che riguarda l’Islanda non posso fare a meno di provare fastidio per questa tendenza assai diffusa di riscrivere la storia dell’Islanda come se la verità del suo passato cristiano e del folklore ad esso annesso siano qualcosa di poco interessante o addirittura di vergognoso che deve essere cancellato e riscritto perché non sufficientemente interessante. Il fatto che gli elfi del folklore Islandese del passato millennio siano inquadrati nell’universo Cristiano, e non come creature soprannaturali che si contrappongono al cristianesimo come sorta di culto parallelo, non rende il folclore Islandese meno bello, meno magico, meno interessante o meno degno di essere conosciuto. Non è necessario cercare di sminuire il ruolo del cristianesimo e provare a riproporre questa tradizione millenaria In una versione fantasy plastificata che strizzi l’occhio a gente che ha problemi personali con il cristianesimo. Penso che siamo tutti sufficientemente maturi per tollerare i pro e i contro di qualsiasi tradizione Senza dover andarla a riscrivere. Penso che sia necessario, a cominciare dall’istruzione scolastica, sfatare i numerosi miti che accompagnano la rappresentazione del cristianesimo in Europa che sono figli di un (spesso comprensibile) anticlericalismo, così da rendere giustizia al ruolo fondante che il Cristianesimo ha avuto nella costituzione della moderna identità europea. Numerosi studiosi hanno impiegato fiumi di inchiostro per spiegare come il concetto di Europa emerga nel medioevo come sinonimo di cristianità occidentale. Nel periodo pagano esisteva il mondo romano centrato sul Mediterraneo, e che si estendeva dal deserto arabico fino alla Britannia. L’idea di Europa come la concepiamo oggi è frutto del combaciare di questa entità territoriale con l’estensione del cristianesimo di rito latino nel periodo medievale fino alla riforma luterana.

Per concludere, il folklore islandese è ricco, affascinante, denso di magia e profondamente toccante, per chi gli si avvicina accostandolo alla terra sulla quale è emerso. E ciò non avviene a dispetto del suo essere un prodotto culturale Cristiano, ma in virtù di ciò: il trascendente, la magia, intesa come sensazione di bellezza imperscrutabile e impalpabile, esistono anche nell’universo di matrice cristiana. Non serve andare a inventarsi falsi passati pagani. È necessario separare la storia della Chiesa dall’istituzione attuale e soprattutto dal fastidio che possiamo provare per essa. Il Cristianesimo dei secoli e millenni passati non è il parroco antipatico, il monsignore pedofilo, o la suora sadica che ci hanno rovinato l’infanzia. Detestare il Cristianesimo per qualche esperienza negativa avuta con il clero o con dei laici devoti non può e non deve tradursi in un odio atavico dell’istituzione proiettato anche sul passato, così come non ha senso odiare questo o quel Paese perché siamo stati trattati male in un ristorante quando lo abbiamo visitato per le vacanze. Ho avuto anche io la mia dose di problemi e rimostranze nei riguardi della Chiesa, e le mie esperienze traumatiche che mi avevano portato ad un odio viscerale per tutto ciò che la riguardava. Poi sono diventato un medievista, ho studiato la storia e ho capito che se volevo fare bene il mio lavoro dovevo abbandonare i miei pregiudizi, altrimenti avrei finito per essere uno dei tanti ciarlatani che distorcono la storia per i loro fini politici. È un percorso di maturazione difficile, ma dovremmo tutti sottoporci ad esso, prima o poi.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Bravo! Sei stato molto chiaro. Le credenze popolari a volte prendono vie di comodo per avere giustificazioni.

  2. Antonio Scardino ha detto:

    ottimo lavoro! chiaro ed esaustivo nel definire una parte di quella grande storia europea che si evolve e con il passare del tempo ha creato numerosi strati culturali e religiosi, passando dai miti ancestrali al folklore, sempre con quel bisogno che l’uomo ha innato in se per la ricerca della verità!

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