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Þorrablót, una festa laica dal nome pagano

Ogni anno, il giorno di venerdì che cade tra il 19 e il 25, segna l’inizio di un mese dell’antico calendario pagano, calendario che era lunare, e per questo i mesi in esso erano mobili. Il mese in questione è denominato þorri. In questa occasione, da poco più di un secolo, è costume organizzare delle serate conviviali tra colleghi o membri di associazioni nelle quali si tengono discorsi, si recitano poesie tradizionali, si cantano canzoni e si consuma quel cibo tradizionale — che ormai compare nei supermercati soltanto a gennaio, in previsione dell’arrivo di questa festa, ma che altrimenti non viene quasi più consumato da nessuno.

[Come di consueto, la mia fonte principale per quanto concerne il folclore e le tradizioni islandesi, è Árni Björnsson, al quale siamo tutti indebitati per aver raccolto tutte le tradizioni islandesi legate alle ricorrenze nel suo monumentale lavoro Saga daganna “Storia dei giorni”, sua tesi di dottorato in antropologia.]

Il nome di questo mese compare per la prima volta in un manoscritto del 1200, GKS 1812 4to, una miscellanea latino-islandese che include testi per il computo, il calcolo dell’oroscopo e molto altro materiale. Qui viene spiegato come il mese di þorri abbia inizio di venerdì, quando il sole entra nel segno dell’acquario.

Poi il sole entra nel segno dell’acquario, tre notti prima del giorno di Sant’Agnese. Questo mese è considerato secco dalle popolazioni del sud. Noi lo chiamiamo þorri.
GKS 1812 4to

Anche nell’Edda di Snorri, esso viene elencato assieme agli altri mesi dell’antico calendario, e pure nel codice di leggi più antico del paese, la Grágás (Oca grigia). Altrimenti non compare di frequente in altre fonti, come le numerose saghe. Nella Saga degli abitanti delle Orcadi, Orkneyinga saga, esso compare come una sorta di personificazione di una forza primordiale, ed è questo il significato che il nome sembra assumere quando compare nelle fonti antiche.

Tuttavia, le interpretazioni sulla possibile etimologia reale del nome sono molteplici (ricordiamo che l’etimologia, ovvero l’origine semantica di una parola, può non avere nulla a che vedere con il significato che la parola assume in epoche successive):
1. Potrebbe essere connesso al termine þurr “secco”, per il fatto che gennaio era, in Scandinavia, considerato freddo e secco, mentre febbraio avrebbe avuto più precipitazioni.
2. Il termine þorri, o meginþorri, significa “maggioranza“, forse il mese indicherebbe il picco dell’inverno.
3. Potrebbe essere legato al verbo þverra, il cui participio passato è þorrinn, e il cui significato è qualcosa come “calare“, forse in riferimento al cibo che iniziava a scarseggiare, o all’inverno stesso, che andava diminuendo la sua morsa.
4. L’etimo più popolare, però, lo vede come un vezzeggiativo per il nome del dio Þórr (Thor), che assumerebbe una sorta di ruolo di protettore nel periodo più strenuo dell’inverno.

Sempre nella Saga degli abitanti delle Orcadi, compare anche il termine Þorrabót: “Sacrificio di Þorri”, usato oggi per descrivere i raduni conviviali che si tengono (di norma) il sabato che segue il venerdì in cui corri ha inizio. Commentatori islandesi dell’età moderna hanno sostenuto che tale ricorrenza fosse un’antica festa sacrificale di mezzo inverno tra le genti scandinave. L’interpretazione non è esente da problemi, perché sappiamo che esisteva anche un’altra festività di mezzo inverno, tenuta nel mese di dicembre: jól, termine che in islandese moderno significa “Natale”. Non è compito facile, però, ricostruire come avessero luogo queste cerimonie: nessuna fonte in nostro possesso le descrive, e i tentativi fatti dai filologi del periodo romantico risentono dell’influenza (che noi abbiamo tutt’ora) dell’idea di chiesa organizzata; idea che era assolutamente estranea al mondo nordico precristiano, il quale doveva sicuramente mostrare una varietà anche sconcertante di differenze a livello locale, mancando un’autorità centrale e un concetto di ortodossia. Ricostruire un’ipotetica religione nordica risulta impossibile se non nella misura in cui si possa delimitare una data ricostruzione nel tempo e nello spazio, visto che ad un lieve mutare dell’uno o dell’altro, doveva mutare anche la pratica religiosa.

Posto dunque che le origini del nome e la natura della ricorrenza rimangono oscure, abbiamo però un’idea più chiara di come questi termini siano stati applicati nell’età moderna: Þorri compare in composizioni poetiche del 1600 e 1700 come una personificazione dell’avvento del gelo, e pare che esistesse, almeno presso alcune famiglie, il costume per cui la padrona di casa uscisse dalla porta la notte prima dell’inizio di Þorri, per invitarlo ad accomodarsi nella casa e a non essere troppo crudele. Potrebbe essere stato una sorta di rito apotropaico (ovvero teso ad allontanare influssi maligni), ma è difficile stabilirne la diffusione, il significato e l’antichità. Un altro costume che emerge da alcuni resoconti nell’età moderna voleva che fosse il padrone di casa a dare il benvenuto a Þorri, essendo il primo ad alzarsi il primo giorno di quel mese, infilandosi solo un pantalone e trascinandosi dietro l’altro, uscendo di casa scalzo e saltellando intorno alla casa su un solo piede. Anche in questo caso è impossibile stabilire origine e diffusione di tale costume.

Difficile anche stabilire quanto gli islandesi credessero al significato di queste tradizioni: così come oggi ci sono persone che vanno in chiesa per tradizione, pur non essendo credenti, in passato venivano praticate ritualità senza che alle loro spalle ci fosse una credenza vera, perché la tradizione e la ripetizione della ritualità possono avere valore in sé, all’interno di una società, anche se viene a mancare l’elemento superstizioso o religioso.

Tutto questo non deve inoltre essere visto come la sopravvivenza di riti precristiani: abbiamo visto come del rito pagano non sappiamo assolutamente nulla, nulla vieta che tradizioni e superstizioni si siano evolute in modo spontaneo e indipendente nel corso dello scorso millennio, e gli islandesi dell’età moderna che hanno inventato un festival usando un nome antico erano altrettanto cristiani di qualunque altro popolo europeo del tempo.

Nel 1867 abbiamo la prima fonte certa su un “Þorrablót” come evento pubblico in senso moderno, quando fu organizzato un evento conviviale di una società di Reykjavík. Qui l’evento consistette nell’esecuzione di canti tradizionali, di un discorso e divertimento in compagnia. Nel 1873, alcuni studenti islandesi a Copenhagen tennero un evento che chiamarono Þorrablót, nel contesto delle numerose ricreazioni fantasiose del passato antico che i romantici di tutte le nazione si dilettarono a elaborare con l’intento di plasmare miti fondanti che giustificassero i moti per l’indipendenza e la creazione di stati-nazione.

Un Þorrablót nell’est dell’Islanda.

L’anno successivo, nel 1874, si tenne ad Akureyri il primo Þorrablót pubblico, pochi giorni dopo la proclamazione della libertà di culto nel regno di Danimarca. La Danimarca aveva represso numerose tradizioni islandesi, nei secoli successivi alla riforma, e la creazione di questo nuovo festival, al quale fu attribuito un nome antico, era in qualche modo una sorta di statement per asserire il proprio desiderio di identità indipendente, riallacciandola ad un presunto passato che la nobilitasse. Nei primi decenni del Novecento, la celebrazione si diffuse in tutto il Paese, e prese la forma di una cena durante la quale venivano tenute discussioni ed enunciati discorsi in onore di varie figure, interrotti da momenti in cui tutti si alzavano in piedi e cantavano insieme recitando ballate tradizionali (questo format è diffuso in altre ricorrenze islandesi, ad esempio certe cene aziendali, in particolare in occasione del Natale, dove il pasto viene inframezzato da brevi discorsi, a volte ironici, e dal canto di carole con gli invitati tutti in piedi).

Da segnalare la presenza a Reykjavík di associazioni che raccolgono islandesi provenienti dalle diverse regioni del Paese, e furono proprio queste a diffondere, dagli anni ’50 e ’60 del ´900, la tradizione. Nei þorrablót delle associazioni di questo tipo si era anche diffusa l’usanza di consumare il cibo dei tempi andati, come quello che veniva preservato nell’acidissimo siero di latte (súrmatur, “cibo acido”) ed era costituito in larga parte da interiora e altre parti non pregiate della carne, ma che si rivelava preziosissimo per sopravvivere agli inverni. Si diffuse anche l’uso di servire questo cibo in appositi vassoi profondi di legno, detti bakkar (singolare: bakki), e oggi è possibile acquistare nei supermercati o da certi ristoranti dei vassoi con selezione di prodotti tradizionali.

Il primo esempio di uso del termine þorramatur, “cibo di þorri“, in riferimento a questi alimenti, è del 1958, quando compare in un quotidiano. Qualche anno prima, nel 1954, un ristoratore di Reykjavík, Halldór Gröndal aveva avuto un’idea geniale: in occasione del þorrablót aveva offerto “cibo islandese tradizionale” agli ospiti del suo ristorante, come trovata pubblicitaria. Pare che avesse colto l’opportunità, perché qualcuno si era lamentato che non era più possibile reperire questo cibo al di fuori dei þorrablót celebrati dalle associazioni, così che ebbe l’idea di renderlo disponibile nel suo ristorante, Naustin, che si trovava a Vesturgata. Questo cibo era ormai caduto in disuso, ma dal 1960 in poi, altri ristoranti hanno seguito a ruota così che oggi, ogni anno, il cibo tradizionale compare a gennaio nei supermercati e nei ristoranti, e viene chiamato þorramatur perché è ormai indissolubilmente legato a questa ricorrenza.

Va detto che il þorrablót, nonostante sia una tradizione molto recente, per quanto ormai sentita e radicata, pare avviato sulla strada del declino: i giovani islandesi la vedono come un ricorrenza noiosa (in gergo giovanile si direbbe “da boomer”) ed è raro che vi partecipino. Il cibo però sembra acquistare in popolarità: non è quasi mai consumato fuori da questa occasione, ma è molto popolare tra i turisti, i quali contribuiscono, con il loro entusiasmo per queste stranezze, a plasmare un’idea di Islanda bella quale poi gli islandesi stessi si identificano e la impersonano. C’è da ammettere che gli islandesi hanno mostrato una grande intelligenza imprenditoriale, nel riuscire a rendere curioso e interessante per i turisti cibo di questo tipo, specialmente se si pensa che hanno delle materie prime di prim’ordine, come salmone, merluzzo, agnello e molto altro, e chef di altissimo livello. Sarebbe come se noi riuscissimo a trasformare trippa, cassoeula, testina, cervelletto e altre leccornie simili in attrazioni turistiche!

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

5 commenti su “Þorrablót, una festa laica dal nome pagano

  1. Antonio Domenico Trivilino

    Grazie per il bell’articolo ma hai dimenticato di sottolineare una cosa : scorrono fiumi di bevande alcoliche in particolare birra (per un periodo fuorilegge in Islanda perchè dicevano che si restasse ubriachi per un lunghissimo tempo) e acquavite. Può sembrare un dettaglio ma rendono la festa vivacissima. Ho partecipato a questa festa due volte in Islanda e e tre volte qui ad Oslo. Mi è venuta voglia di partecipare di nuovo ma a causa del C-19 mi astengo.

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