Le saghe medievali islandesi

Assai di frequente noi italiani ci gloriamo del nostro passato letterario medievale e, solitamente, pensiamo alla Divina Commedia di Dante come il picco supremo della nostra letteratura in lingua. Come è logico, anche l’Islanda possiede un capolavoro letterario medievale di cui va fiera, e che costituisce in qualche modo il cuore e l’anima dell’identità culturale-letteraria degli islandesi: si tratta della Njáls saga.

La “Saga di Njáll”, prende il nome da uno dei suoi personaggi principali, Njáll Þorgeirsson, pronunciato [‘njautɬ] o, per chi non sapesse leggere l’alfabeto fonetico internazionale, qualcosa come niàut-sch, dove “sch” sta per la pronuncia difettosa di “s/sc” che troviamo nel personaggio di Paperino, dove l’aria viene strascicata ai lati della lingua.

Questa saga è un’epica in prosa, ed è la più lunga e complessa tra le saghe del medioevo islandese. Forse per questo, tra le dozzine di opzioni possibili, è proprio essa ad essere la favorita dagli islandesi e quella considerata come capolavoro massimo del genere. Parlerò nel dettaglio di questa saga in un articolo dedicato, ma prima di dedicarmi ad essa mi preme spiegare alcuni concetti fondamentali per poter capire meglio con che tipo di testo abbiamo a che fare quando ci avviciniamo ad una saga islandese.

Ricordo (per chi fosse nuovo sul mio blog) che il termine saga significa semplicemente “storia”, sia intesa come “racconto” sia come “disciplina storica”. Quando si parla di “saghe medievali islandesi” si intende semplicemente delle storie in prosa (che a volte includono poesie, e in quei casi andrebbero quindi definite prosimetri) composte a partire dal 1200 in Islanda, e che vengono raggruppate in vari “generi” a seconda dell’argomento che trattano. Possono parlare delle vite dei santi, dei vescovi islandesi, dei re Norvegesi, possono essere traduzioni in prosa dei poemi cavallereschi cortesi, o anche di opere in latino, come la Rómverja saga (Saga dei Romani), che è la traduzione del Bellum iugurthinum e della Coniuratio Catilinae, o la Alexanders saga, una traduzione in prosa del poema in Latino di Gualtiero di Châtillon Alexandreide. Esistono anche saghe puramente fantasiose che narrano delle vicende di eroi leggendari, e vengono dette “saghe del tempo antico”. Esistono numerosissime saghe post-medievali che hanno ambientazioni esotiche come l’Oriente, e includono personaggi fiabeschi e molta magia. Si tratta di racconti in genere assai brevi, potremmo azzardarci a definirli “favole”, e sono soprattutto composte con fini di intrattenimento. Da questo si evince che sotto l’etichetta di “saga” troviamo testi di natura profondamente diversa. Tuttavia, esiste un gruppo di saghe che hanno catturato in assoluto più attenzione da parte degli studiosi, ed è quello su cui mi soffermerò in questo articolo.

Il genere che è stato in assoluto più studiato, è quello delle íslendingasögur, ovvero “Storie di islandesi“, un gruppo di saghe che hanno come oggetto le vite e le gesta degli antichi abitanti dell’Islanda intorno al periodo della colonizzazione (870-930 d.C.) fino a dopo la cristianizzazione (1000 d.C). Gli eventi narrati vanno dalle tresche amorose, alle faide familiari, fino alle battaglie storicamente attestate in terra straniera e alla scoperta dell’America. Sono dunque un anch’esse un sottogruppo piuttosto variegato ed eterogeneo, che include anche elementi fantastici come la presenza di streghe, fantasmi e troll.

Nel secolo scorso, il dibattito sull’origine delle prose era diviso in due scuole, una precipuamente islandese, detta della prosa libraria e una più diffusa in Scandinavia, detta della prosa libera. Gli islandesi sostenevano che le saghe fossero un prodotto essenzialmente scritto, partorito dal genio letterario di uomini e donne islandesi, e che avrebbero visto la luce direttamente in quanto testi scritti. Gli Scandinavi del continente, però, preferivano l’ipotesi secondo la quale gli islandesi si sarebbero portati in Islanda le loro idee letterarie geniali direttamente dalla loro madrepatria scandinava (essenzialmente la Norvegia), e che le saghe sarebbero essenzialmente espressione tardiva di una tradizione di racconto orale con radici assai più antiche e, possibilmente, scandinave.

Capirete bene che dietro a questo dibattito sull’origine delle saghe di nascondeva un intento politico di appropriazione nazionalista, dove sia l’Islanda sia la Scandinavia desideravano avere l’esclusiva su questo patrimonio culturale. Questo atteggiamento è stato a mio avviso deleterio perché, per molti decenni, gli studi sul Medioevo nordico hanno sofferto di una certa parrocchialità: se gli studiosi nordici sembravano dirsi vicendevolmente di avere più o meno diritto a studiare le saghe in quanto “proprietà intellettuale” di questa nazione anziché di quella, figuriamoci cosa avranno pensato di studiosi da altre parti del mondo che osavano approcciarle! E là dove gli studi di tradizioni culturali di altri Paesi hanno potuto beneficiare dell’apporto di idee e punti di vista da esperti provenienti da una vasta gamma di background culturali, lo studio delle saghe è rimasto, fino a tempi relativamente recenti, in qualche modo relegato soprattutto all’Europa settentrionale, limitando in qualche modo un’apporto di conoscenze multidisciplinari che, fortunatamente, sta arrivando più copiosamente in tempi recenti, grazie all’emergere dell’interesse per la materia in altri Paesi, tra i quali l’Italia.

Inizialmente le saghe erano, come accennavo, considerate in ogni caso espressione genuina del genio creativo nordico, vengono però ora analizzate in quanto prodotto del sincretismo culturale avvenuto dal contatto tra la tradizione orale pagana e la cultura scritta cristiana. Troviamo quindi un approccio di mediazione tra due estremi, per cui non si vuole negare il bagaglio orale ereditato dal periodo pagano da un lato, e l’apporto determinante della cultura scritta di stampo Cristiano dall’altro.

Un modo di capire le interconnessioni all’interno del gruppo delle saghe degli islandesi è di vederle come un vasto gruppo di spin-off di una grande narrativa che abbraccia il primo medioevo islandese. Immaginatevi un vasto intreccio di storie di personaggi più o meno storici quasi tutti collegati in qualche modo. Gli autori delle saghe (praticamente tutti anonimi) avrebbero selezionato alcuni di questi personaggi per poi mettere per iscritto le vicende immediatamente legate ad essi. In questo modo sarebbero nate le saghe come le conosciamo oggi: sarebbero degli scampoli selezionati del vasto ombrello storico costituito dalla memoria orale delle vite dei primi coloni d’Islanda e dei loro discendenti. I personaggi principali di una saga possono comparire come personaggi secondari in un’altra, e gli stessi eventi possono essere narrati da punti di vista diversi in saghe diverse. In questo senso assomigliano al formato che abbiamo in alcune serie TV, dove – ad esempio – le vicende di un gruppo di amici sono raccontate dal punto di vista di ciascuno di loro in episodi diversi. Le saghe non presentano esattamente il “punto di vista” dei loro personaggi, come vedremo, ma comunque pongono su di loro un accento e la loro centralità (con alcune eccezioni) è normalmente palese.

La prosa delle saghe è generalmente piuttosto asciutta e diretta. Un tempo veniva insegnato che non vengono descritte le emozioni dei personaggi ma ci si limita a descriverne le manifestazioni esteriori (per esempio anziché dire che un personaggio si infuria, verrebbe descritto il suo arrossire). Questo punto di vista è stato contestato, e nonostante l’apparente neutralità quasi cronachistica della narrazione in terza persona, le passioni e le posizioni autoriali possono emerge da una lettura attenta, rivelando dei testi la cui lettura e il cui studio sono ancora di interesse perché spesso caratterizzati da un’ambiguità di fondo che lascia spazio a interessanti dibattiti sulla natura dell’animo umano e dei rapporti tra individui. Gli autori delle saghe raccontano i gesti meschini, le faide e le violenze dei loro antenati senza abbandonarsi a condanne esplicite o commenti netti. Sembrano quasi voler descrivere un’umanità irrimediabilmente fallace che, in quanto tale, non può essere giudicata secondo un preciso ordine morale. I comportamenti più abbietti e le ingiustizie più gravi sono resi in un quadro generale nel quale trovano una loro ragion d’essere logica alla luce del passato dei personaggi che le compiono. Pensiamo, ad esempio, alla Monaca di Monza de I promessi sposi della quale Manzoni ha cura di raccontarci l’ingiustizia subita da bambina per mano della famiglia, alla luce della quale la sua successiva scelleratezza, se non giustificabile, ci appare quantomeno comprensibile, e si presta molto meno a un discorso categorico di condanna/assoluzione. Un’altra caratteristica di spicco delle saghe è l’abbondante ricorso al discorso diretto (cosa rara per il medioevo), e in parte anche in virtù di ciò, studiosi importanti come Borges hanno voluto vedere nella saga islandese una sorta di primo virgulto sterile del romanzo moderno. Sterile perché il suo emergere in Islanda non ha avuto conseguenze sullo sviluppo letterario del resto dell’Europa, ed è rimasto un fenomeno geograficamente circoscritto.

Non tutte le saghe sono ovviamente di pari livello. Alcune sono poco più che delle storielle di poche pagine, altre – come la già citata Njáls saga – presentano un vasto e complesso intreccio epico che abbraccia le vite di più personaggi e nel corso di più generazioni. Altre (specialmente tra le saghe più tarde) hanno una visuale più limitata e si limitano a narrare le vicissitudini di una persona in particolare.

Le influenze letterarie identificabili nelle saghe sono immense, e vanno dai classici greco-latini, alla letteratura cortese, fino a quella agiografica, teologica e scientifica. Cosa significa questo? Semplicemente che gli islandesi che hanno composto le saghe non erano dei bifolchi con penna e pergamena, ma dei sofisticati e istruiti letterati europei che avevano viaggiato e studiato nei centri culturali del continente e avevano familiarità e dimestichezza con il bagaglio culturale proprio dei loro colleghi in altre parti d’Europa. Questo si riflette nelle vaste costellazioni di riferimenti e influenze tracciabili all’interno delle saghe (e più facilmente scovabili da studiosi che provengono da altri background culturali – ndr.), le quali possono essere viste come prova del fatto che il genio letterario islandese era una rigogliosa propaggine della matrice culturale dell’Europa medievale.

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