Le réttir e l’anima islandese

Oggi sono iniziate le réttir (la parola è un femminile plurale, e indica gli smistamenti, il singolare è rétt e indica i particolari recinti in cui essi vengono effettuati). È il terzo anno che partecipo per aiutare la nostra famiglia in questo lavoro importante, e ogni anno imparo qualcosa di nuovo, sulle pecore e sulla vita. Quelle a cui ho partecipato oggi erano le réttir di Foss. Le pecore che sono state radunate nei giorni scorsi e condotte a valle ieri pomeriggio sono state smistate stamattina. Il raduno, la cosiddetta smölun, è diretto da un individuo che viene nominato fjallkóngur “re della montagna”, che dirige gli spostamenti. Lo smistamento è invece diretto dal réttarstjóri “capo smistamento”, che coordina le varie fasi del lavoro.

Dal campo esterno, le pecore sono condotte fin nel corridoio che conduce al centro del recinto, detto almenningur “generale”. Si agitano le braccia e si fanno dei versi, soffi, urli, per farle scappare in direzione dell’apertura. Quando l’almenningur è pieno, si chiude il cancello e si aspetta di aver smistato le pecore già entrate, prima di farne passare altre.

Per smistarle bisogna andarci in mezzo e leggere i codici sulle etichette, poi le si afferra per le corna e le si solleva per condurle in uno dei divisori laterali, detti dilkar (dilkur al singolare), ognuno dei quali appartiene ad una fattoria in particolare. Una persona si premurerà di aprire e chiudere il cancelletto. Una volta che il proprio recinto è pieno, le pecore vengono condotte su un rimorchio trainato da un trattore.

È un lavoro molto pesante, perché le pecore si dimenano e sono molto forti, ma è reso piacevole dall’atmosfera gioiosa e dalla partecipazione di parenti e amici che accorrono ad aiutare. L’attività è interrotta da pause caffè/merenda, dove si condividono momenti di allegria con famiglia e amici.

L’allevamento delle pecore, e i momenti importanti del calendario legati ad esso, sono una parte imprescindibile dell’anima islandese attraverso i secoli. Le pecore, poi, sono le regine di quest’isola:

  • Le pecore islandesi discendono da quelle dei colonizzatori medievali. Adattate al clima islandese, producono una lana pregiata e ricercata a doppio strato, isolante, idrofoba, e traspirante.
  • Possono essere con o senza corna, e di colori più vari rispetto ad altre razze, con combinazioni di bianco, marrone e nero.
  • La maggior parte delle pecore partorisce un paio di agnellini, ma in casi rari ne possono arrivare anche tre, e fino a cinque.
  • Il loro latte veniva usato fino agli anni ‘40, quando l’aumento dell’allevamento bovino ha reso meno redditizio il suo sfruttamento.
  • La carne è di altissima qualità, saporita e delicata. Le pecore si nutrono esclusivamente di erba, e non ricevono antibiotici.

Per secoli sono state la principale fonte di sostentamento della nazione, e la spina dorsale dell’economia locale. Oggi, la competizione di carni di qualità inferiore a basso costo provenienti dall’estero, maglioni di lana prodotti in Cina e lo strapotere degli intermediari, stanno minacciando la sopravvivenza dell’antico modo di vivere dei contadini islandesi, un patrimonio culturale immateriale importante che vale la pena conoscere, promuovere e preservare.

Il mondo contadino, e ciò che ad esso ruota intorno, è vera cultura islandese, un cosmo di tradizioni, usi e costumi vecchi come questo Paese, e una costellazione di esperienze umane impareggiabili. È anche un mondo che sta scomparendo, schiacciato dalla concorrenza estera a basso costo – e anche dal disinteresse (eh-hem!) dei turisti, che troppo spesso si disinteressano alla cultura islandese, convincendo investitori e autorità di come non valga la pena sponsorizzare realtà locali che non generano interesse nei turisti, i quali sono (erano?) la principale fonte di introiti di questo Paese. Questo è il motivo della proliferazione di rappresentazioni pacchiane dell’Islanda, di vichinghi che non sono mai esistiti, di paganesimo taroccato e elfi distorti, del martellare su aurore boreali e mete turistiche photoshoppate. I turisti vogliono queste cose. Il fatto è che, secondo me, le vogliono perché il marketing ha lavato loro il cervello con questi temi; se avessero una chance di scoprire le meraviglie della cultura islandese più genuina, sicuramente vorrebbero più e più occasioni per conoscerla. Nel mio piccolo cerco di fare il possibile per restituire un’immagine più dignitosa e rispettosa dell’Islanda e del suo popolo.

Dopo questa intensa mattinata passata a smistare pecore, mi sono rifocillato con la zuppa di carne (di pecora) islandese della signora Eyrún, dello Hamrafoss Cafe. Consigliatissimo per una sosta da passare immersi in un’atmosfera genuina, nel cuore della campagna islandese, abbracciata dai ghiacciai, dalle brughiere e dai deserti di sabbia nera.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Caterina ha detto:

    Te la prendi sempre con i turistii! La colpa non è dei turisti, anche perché chi decide di fare un viaggio in Islanda (con quello che costa e con la fatica per organizzarlo), non è certo il turista che decide di andare a Disneyword o il crocerista mordi e fuggi. Quindi secondo me la colpa, se di colpa vogliamo parlare, è degli indigeni (intendo la popolazione locale) che dovrebbe essere fiera e sponsorizzare di più le loro tradizioni. Io, essendo molto curiosa, ho cercato più volte di parlare con loro, di farmi raccontare come vivono, di capire come passano gli inverni, di sapere cosa mangiano, dove studiano, come ci vedono e mi sono accorta che non si aprono così facilmente e preferiscono trattarci come turisti perché forse anche loro va bene così. Lo so che non sarai d’accordo con quello che ti ho scritto, ma forse è il caso di considerare chi va in Islanda più come un viaggiatore che come un turista.

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