Il primo giorno d’inverno

Il primo giorno d’inverno, in Islanda, fyrsti vetrardagur, secondo l’antico calendario si festeggia il sabato che segue la ventiseiesima settimana d’estate, e cade dunque tra il 21 e il 27 di ottobre. L’estate inizia tradizionalmente di giovedì, per cui si considera conclusa di mercoledì, con il periodo che va dal giovedì al sabato in cui inizia l’inverno che viene denominato vetrarnætur “notti d’inverno”. In questi giorni stiamo cominciando a sentire molto la diminuzione delle ore di luce, che vanno da poco prima delle nove a poco dopo le cinque. Perdiamo circa sei minuti al giorno: ogni giorno che passa, il solo sorge tre minuti dopo e tramonta tre minuti prima. Significa perdere un’intera ora ogni dieci giorni! Ma vediamo in cosa consiste questo primo giorno d’inverno.

Questa era la divisione dell’anno secondo l’antico calendario pagano.

Come sempre, il mio riferimento per tutto quanto concerne le festività islandesi è il libro Saga daganna “Storia dei giorni”, di Árni Björnsson, che ci racconta come, nel periodo pagano, era probabilmente una festività importante in cui si tenevano banchetti ed altri eventi. Le saghe non fanno tuttavia menzione di questo periodo, per cui non abbiamo fonti certe su come si svolgessero le celebrazioni. Sappiamo però che era uno dei periodi preferiti per celebrare i matrimoni, visto che il bestiame era stato da poco macellato, e la carne fresca era abbondante.

Con il Cristianesimo, si è imposta la celebrazione di Ognissanti per il 1° novembre, rimasta fino alla riforma luterana del 1550. Le fonti ottocentesche raccontano di un evento chiamato sviðamessa, “messa dei bruciacchiati”. “Bruciacchiato” (svið, in islandese) è il nome della testa di pecora, che viene bollita per essere mangiata dopo essere stata “bruciacchiata” per eliminare peli e peluria. Siccome le teste durano più a lungo, si macellavano e preservavano per prime le altre parti della bestia (sanguinaccio, fegato, carne…). Di solito si conservavano immerse nel siero di latte, che con la sua elevata acidità li conservava per i lunghi mesi invernali. Terminato il lavoro di conservazione de cibo, si consumavano le teste, facendole bollire: ancora oggi si possono acquistare al supermercato, generalmente a metà, e pronte per essere mangiate o scaldate. Si mangia tutto: lingua, cervello, occhio, e guancia. Ricordiamo che dal medioevo fino al Novecento, la piccola era glaciale aveva reso le temperature più basse, e gli islandesi non avevano la possibilità di buttare via niente (ma del resto neanche noi: le frattaglie sono un alimento tradizionale di tutte le regioni italiane). Questa tradizione era osservata, a seconda della zona, il primo giorno d’inverno o il primo novembre.Islandesi con più sostanze potevano permettersi caffè e torte e danze di gruppo.

Uno svið: lungo dall’essere esclusivamente islandese, la testina di pecora veniva consumata tradizionalmente in tante parti d’Italia, ai tempi in cui “non si buttava via niente”.

La tradizione più importante però, racconta il nostro Árni, era la previsione del tempo per la stagione successiva: se i topi di campagna iniziavano presto a scavare le tane o a rifugiarsi nelle case, allora l’inverno sarebbe stato duro, e si credeva che i topolini scavassero i tunnel nella direzione opposta a quella dalla quale i venti più forti avrebbero spirato. La partenza tardiva di certi uccelli migratori avrebbe indicato un inverno più mite, mentre la muta invernale anticipata di alcuni animali ne avrebbe indicato uno più severo. Alcuni uomini sostenevano di prevedere il tempo dalla lettura delle stelle nella via lattea: in ottobre, tra il giorno di San Michele e Ognissanti, bisognava leggere da est a ovest, e le macchie più chiare avrebbero indicato neve abbondante nel periodo successivo, mentre quelle scure avrebbero designato i periodi più miti.

Si prevedeva il tempo anche dalla milza delle pecore: alcuni lo incidevano e lasciavano riposare, se le ferite si aprivano, il tempo sarebbe stato bello; altri bendavano un membro della famiglia che tagliava a caso la milza in quattro/sei pezzi: più grossi erano i pezzi, più il periodo che designavano sarebbe stato freddo. (Árni nota come l’uso della milza per la lettura del futuro fosse qualcosa di conveniente, dato che si trattava del l’unica parte dell’animale inutilizzabile in altro modo). Anche gli intestini del primo animale macellato venivano letti: le parti dell’intestino piene indicavano periodi favorevoli, quelle cuore periodi difficili.

Queste tradizioni possono sembrarci oggi strane o cruente, specialmente nell’ottica sempre più diffusa della dieta vegetariana. A questo proposito, è doveroso fare le seguenti considerazioni in chiusura:

  • La dieta attuale degli islandesi è molto meno basata sulla carne che nei secoli passati. Non soltanto per l’importazione, ma anche per la diffusione di coltivazioni in serra che producono verdure biologiche.
  • Allo stato attuale delle cose, è impensabile che l’Islanda possa essere autosufficiente per la produzione di frutta e verdura. Le importazioni sono necessarie.
  • Dal punto di vista etico e ambientale, le importazioni pesano però molto di più dell’allevamento: aerei e navi che trasportano container di cibo fanno più danno degli allevatori islandesi.
  • Il consumo di carne in molte parti del mondo non è sostenibile, e il modo in cui gli animali sono trattati è inaccettabile. Su questo non si discute. Io stesso, prima di trasferirmi in Islanda, avevo fatto una scelta vegetariana per ben cinque anni.
  • L’allevamento islandese è fatto da contadini indipendenti che si sporcano le mani e vivono in fattorie tradizionali. Non esiste l’allevamento industriale disumano e meccanicizzato.
  • L’allevamento delle pecore è stato per secoli la spina dorsale dell’economia islandese, e tuttora costituisce uno dei metodi più sostenibili di produzione di cibo nel Paese.
  • Non si possono però giudicare gli islandesi perché non mollano tutto e si mettono a mangiare frutta sciroppata e cetrioli sottaceto o verdura surgelata.
  • Il consumo di prodotti animali andrebbe fatto con criterio, consapevolezza e rispetto. Sapere da dove arrivano gli animali e vedere come sono trattati sarebbe una bella cosa. La carne islandese è controllatissima è di altissima qualità, gli animali vivono liberi sugli altipiani in estate, e sono trattati con amore dai contadini che non sono assolutamente motivati dai soldi, ma solo dall’amore per uno stile di vita antico e sostenibile.

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