Gli annali islandesi e lo studio del passato

Non so voi, ma io a scuola mi chiedevo spesso dove prendessero le informazioni che trovavo nei libri di storia. Come facevano a sapere le date di nascita e morte o di insediamento di imperatori e re, delle guerre, e come riuscivano a ricostruire guerre, carestie e pestilenze? Intuivo che doveva esserci qualche forma di documento, ma nella mia testa immaginavo una profusione di resoconti antichi e imprecisi a cui gli storici dovevano dare un senso con qualche potere paranormale. La realtà, però, è che spesso sottovalutiamo l’afflato storico e l’impulso documentaristico dei nostri predecessori, e sebbene sia verissimo che tanti buchi nel nostro passato devono essere riempiti dall’interpretazione (il più possibile rigorosa) di testimonianze materiali e archeologiche, è anche vero che abbiamo la fortuna di possedere comode liste di eventi ordinati anno per anno, che qualche cronista si è preso il disturbo di compilare, proprio per far sapere a noi oggi cosa è successo negli anni in cui lui o lei era al mondo. Queste liste prendono il nome di annali.

Alcuni annali medievali partivano con l’ambizione di segnalare eventi cardine di tutti gli anni dall’inizio del mondo (calcolato a partire da informazioni contenute nella Bibbia), e riportavano anche eventi chive della storia europea antica: gli annali islandesi antichi mostrano anche le date di elezione e morte di papi e imperatori del periodo classico e tardo antico. Logicamente, le annotazioni per gli anni più addietro non sono ricche, abbondanti e affidabili come quelle redatto su eventi contemporanei, ma testimoniano comunque l’importanza attribuita alla registrazione della storia. Ancor più interessante, è il fatto che gli islandesi registrassero gli eventi dell’impero romano, a riprova che per loro la storia romana era anche parte della loro storia.

Le informazioni degli annali, però, non possono e non devono essere prese per oro colato: a volte annali diversi dicono cose leggermente diverse, o non concordano su date o altri numeri. In quel caso sta allo storico cercare di capire quali informazioni sono più attendibili, basandosi magari su fonti esterne, come prove archeologiche, reperti, riferimenti agli stessi eventi provenienti da fonti indipendenti, etc. A dispetto di ciò, le quantità di informazioni contenute negli annali sono una manna per lo storico e una gioia per il curioso.

Ho trovato per caso una copia sgualcita, ma ben rilegata, di un’edizione islandese del 1922, che riporta una selezione di annali islandesi i quali registrano eventi avvenuti tra il 1400 e il 1800. La serie di intitola Annales islandici posteriorum sæculorum, e il volume è Annálar 1400 — 1800 I.

Ho preso a leggere dapprima le voci che conoscevo essere date di eventi importanti, come la decapitazione dell’ultimo vescovo cattolico, l’invasione di pirati musulmani o i roghi di stregoni nel nord, e poi mi sono messo a leggere date un pochino a caso, a seconda di quello che catturava il mio occhio. Sono rimasto sbalordito dalla quantità di informazioni e dettagli forniti: per ogni anno viene generalmente detto come sono andate le stagioni riguardo al clima e alle attività umane, se si sono verificati terremoti o eruzioni, se ci sono state epidemie, quanti uomini sono morti annegati, se ci sono stati eventi degni di nota a Roma o in Danimarca, se ci sono stati processi importanti, riforme amministrative, eventi politici di rilievo… ecco qualche esempio:

1652. Inverno buono, sebbene ventoso e gelato. Buona primavera ed estate, in particolare a nord, mentre a sud e a ovest era molto umido, così che non si poté produrre paglia e legna da ardere. Si è bruciata paglia a sud nel distretto di Flói, e ovunque nelle campagne circostanti.

Non solo ci vengono fornite le informazioni sulle condizioni atmosferiche, ma veniamo anche a sapere che un’estate piovosa significava non avere legna buona da bruciare. Qualcosa di scontato, forse, ma immaginate l’impatto che doveva avere sulla vita delle persone.

Anno 1584. Grande terremoto in Islanda! Il rispettabile e sapiente monsignore vescovo Guðbrandur ha fatto stampare la Bibbia in Islanda, lavoro necessario e dispendioso.

Qui alla notizia del terremoto si accosta quella umana della pubblicazione della Bibbia in Islandese. Chissà se nella mente del compilatore queste cose erano collegate…

Anno 1603. Perdite tra la gente povera in tutta l’Islanda a causa di carestie e fame. Epidemia di sepsi. Morti a causa di essa a decine in ogni parrocchia. Fattorie in rovina. Danesi ovunque.

Voci di questo tenore sono piuttosto assai comuni. Fame, pestilenze, malattie e tragedie sono molto più comuni delle annate positive. Un monito a ricordare di quanto siamo fortunati oggi, e quanto la vita non sia così scontata come siamo abituati a credere. “Danesi ovunque” è una mia traduzione liberare per effetto comico: la voce originale dice “Danesi in ogni porto”. Nel 1600 si instaura il monopolio commerciale danese che sarà una delle concause delle gravissime difficoltà del popolo islandese durante questo periodo.

Anno 1592. Tuoni molto forti.

Anno 1532. Bruciata la chiesa di Skálholt il giorno di San Pietro, mentre il vescovo Ögmundur si trovava al parlamento. Costruita grande cappella in autunno. Si trovava nel paese un commerciante inglese, di nome John Breiði. Non era soddisfatto del rappresentante del re a Bessastaðir, e non voleva pagargli l’imposta doganale che era dovuta.

Forse però la parte che mi ha folgorato maggiormente l’immaginazione è una lunga sezione dell’anno 1652, in cui i danesi, dopo un secolo e mezzo circa di interruzione dovuta a dovuta alla peste e ad altre difficoltà pratiche, decidono di ripristinare i contatti con la colonia Groenlandese, dalla quale non si avevano notizie dalla fine del ‘400. Non trovarono nessun nordico, ma ebbero contatti con gli inuit. Sulla storia dell’estinzione della colonia, gli storici hanno versato fiumi di inchiostro, e pare che essa fosse dovuta a una combinazione di fattori quali il peggioramento climatico, malattie, isolamento con conseguenze interruzione di importazioni necessarie, e incapacità dei nordici di adattarsi alla vita locale (per esempio cacciando foche e orsi, anziché provare invano ad allevare bestiame).

1652. […] Quest’estate sono salpate due navi dalla Danimarca per esplorare la Groenlandia. Hanno provato due volte ad approdare, e hanno avvistato terra ma han dovuto deviare a causa del ghiaccio marino. Han provato una terza volta e han trovato una via per raggiungere la terra, ma non vi hanno trovato alcun segno di insediamenti o fattorie. Hanno però incontrato quel popolo che pensano abiti quelle zone, sulle sue barche di pelle, ma non più di una persona su ciascuna. Erano scuri di pelle e capelli e il loro volto lucido e scintillante, e da nessuna parte era la loro pelle bianca se non sulle palme. Non si sono capiti, ma hanno scambiato delle merci a gesti. Quel popolo voleva soprattutto del ferro, e in cambio di un chiodo hanno offerto una bisaccia in pelle di foca o un dente di narvalo per un frammento di coltello, assieme ad altri denti di cetaceo. Uno di loro ha offerto il suo mantello e una donna tutti i suoi vestiti, in cambio di un gancio rotto, dopo di che è rimasta nuda. […] Foca cruda e olio di fegato erano il loro cibo, e hanno rifiutato pane e vino, sebbene siano stati loro offerto. Non apparivano molto grandi, ma sembravano forti come troll.

Ho ancora moltissimo, da leggere e da scoprire, e sono molto grato agli uomini che si sono presi il disturbo di compilare questi annali, nonché agli editori moderni che li hanno pazientemente editi dai vecchi manoscritti in edizioni a stampa che oggi sono (più o meno) facilmente reperibili.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Mercuriade ha detto:

    Anche le cronache monastiche non sono da sottovalutare (anche se vanno sempre prese con le pinzette della critica), soprattutto per quanto riguarda il periodo medievale e la microstoria locale. Come non ricordare per esempio, per la storia altomedievale della mia Salerno, il “Chronicon Salernitanum” dell’abate Radoaldo di San Benedetto?

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