Il Vegvísir

Il vegvísir (in islandese “guida della via”, forse più elegantemente traducibile come “segnavia”) è un simbolo che fa parte dei famosi galdrastafir, ovvero “simboli magici”. È diventato molto popolare nel merchandising e nella cultura pop, ma intorno ad esso si è sviluppata una fitta rete di nozioni pseudo-storiche, che è opportuno confutare.

Il segnavia nella sua forma più comune.

Il vegvísir compare nella sua forma attuale in un manoscritto della seconda metà dell’Ottocento (è datato 1860 sul sito ufficiale dei manoscritti islandesi handrit.is, il manoscritto cartaceo conservato alla biblioteca nazionale islandese ÍB 383 4to conosciuto anche come Huld (“Nascosta”, nome di trollessa, o di elfa). Si tratta di una raccolta di cifrari per la stesura di messaggi in codice, mentre l’ultima sezione comprende una serie di simboli con didascalie che ne illustrano i poteri, i quali vanno da quello di sognare ciò che si desidera, a quello di sconfiggere un nemico, a quello di protezione contro spiriti maligni. Alcune parole delle didascalie sono scritte in rune dell’alfabeto recente o altri simboli cifrati. Ci sono riferimenti a figure bibliche come David o Salomone, il che porta a pensare che l’origine di questi simboli vada ricercata nell’esoterismo europeo rinascimentale di matrice orientale.

Sono ancora molti (e tra questi ci sono anche dei miei colleghi) ad essere convinti che questi simboli siano una evoluzione delle lettere dell’alfabeto runico combinate e sovrapposte, ma non è possibile tracciare un’evoluzione di questi simboli nelle fonti á partire dalle rune: tra il periodo in cui le rune erano largamente usate come mezzo per scrivere (prima della diffusione delle lettere latine, concomitante con l’avvento del Cristianesimo) e il periodo in cui i Galdrastafir compaiono (improvvisamente) nei manoscritti islandesi, passano 500 anni – metà millennio! – in cui non abbiamo assolutamente nulla. Non esistono esempi di galdrastafir nel medioevo (cosa che dovrebbe darci un’idea di quanto assurda sia l’idea, spesso diffusa in rete, per cui il vegvísir venisse inciso sulle navi vichinghe: tra il periodo vichingo (793-1000) e il primo vegvísir (1860) passano più di 800 anni, nei quali di tale simbolo non c’è alcuna traccia). Ritengo che sia più prudente vedere la sua origine in uno sviluppo indipendente ed essenzialmente islandese della tradizione esoterica continentale europea del periodo rinascimentale. La simbologia combacia molto meglio che non con le rune, le somiglianze con le quali sono più dovute al fatto che, nel caso dei galdrastafir, si tratta di simboli geometrici complessi, all’interno dei quali uno potrebbe trovare qualsiasi simbolo o lettera, semplicemente isolandone una parte.

Anche le tempistiche tornano: nel ‘400 abbiamo un testo di magia greco-bizantino, il codice Harley 5596, che riporta il testo della Clavicola di Re Salomone, celeberrimo testo esoterico. In questa versione troviamo simboli identici a quelli che troveremo a partire da un secolo più tardi nei testi di magia islandesi. Le coincidenze sono troppe da escludere categoricamente qualsiasi somiglianza casuale.

Alcuni ipotizzano che il vegvísir del codice di Huld sia stato copiato da altri codici andati perduti, ma non è necessariamente così: può essere benissimo un’elaborazione creativa originale dell’autore, mago o stregone, che si è basato su motivi più semplici ereditati dalla tradizione esoterica europea in cui era collocato. Del resto, la tradizione ha continuato fino al novecento, quando Jochum Magnús Eggertsson, (1896-1966) ha creato il suo grimorio, pubblicato in traduzione inglese come The Sorcerer’s Screed, tracciando diagrammi ancora più complessi ed elaborati (è un libro molto curato e affascinante, se cercate un simbolo islandese particolare per tatuarvi, vi consiglio di darci un’occhiata).

Il vegvísir “originale”, ovvero quello tramandatoci dal codice di Huld, consiste in due simboli, che vedete qui sotto nel riquadro rosso. La didascalia ai lati recita (in islandese moderno, molto facile da leggere): «Beri maður stafi þessa á sér villist maður ekki í hríðum né vondu veðri þó ókunnugur sé».

Che significa: «Si portino addosso questi simboli e non si perderà nella bufera né nel maltempo, sebbene non sappia (dove si trova)».

Ho volutamente messo in grassetto “stafi þessa”/“questi simboli”, per sottolineare come l’incantesimo indichi di portare “un numero plurale” di simboli, e dato che il testo scorre ai lati di entrambi, bisogna considerare il vegvísir come entrambi i simboli combinati – il che spiegherebbe la mancanza di un nome o di indicazioni specifiche per il secondo simbolo. Non è raro che diagrammi magici compaiano in versioni “maggiori” e “minori” (semplificate), ma nonostante le dimensioni ridotte, il simbolo inferiore non pare particolarmente più semplice del superiore, e la lingua utilizzata non fa pensare a un uso alternativo dell’uno o dell’altro, ma di entrambi insieme.

Alla luce di ciò, il vegvísir così come riportato nella sua fonte originale, sarebbe in realtà così:

Spesso e volentieri, il vegvísir viene associato all’alfabeto runico antico, che fu in uso dal II al VIII secolo, e dunque precede la comparsa del simbolo magico di più di mille anni! Una versione dell’alfabeto runico recente, ovvero quello usato precipuamente tra i secoli VIII e X, compare nel manoscritto di Huld, e oltre ad essere ben diverso dall’alfabeto che troviamo usato nei souvenir, non è usato con scopi magici, come il merchandising suggerisce, ed è semplicemente un cifrario – un alfabeto segreto per rendere meno palesi certe parole. [A titolo di curiosità, l’alfabeto runico usato nel periodo delle incursioni vichinghe è il seguente: ᚠ ᚢ ᚦ ᚬ ᚱ ᚴ • ᚼ ᚾ ᛁ ᛅ ᛋ •ᛏ ᛒ ᛘ ᛚ ᛦ fuþark•hnias•tbmly; resta da capire come mai, di tutti gli appassionati dei vichinghi, non ne faccia mai uso nessuno, preferendo la versione in uso nel periodo precedente a quello delle incursioni vichinghe.]

Un simbolo risalente al 1800, forzosamente accostato ad un alfabeto usato per scrivere alcune lingue germaniche antiche tra il II secolo e il VIII.

Un’altra associazione frequente del vegvísir è quella con la bussola. Esso viene identificato talvolta come una rappresentazione dell’oggetto, o una resa simbolica dei venti. Queste sono tutte interpretazioni creative fatte da terzi a posteriori: quello che sappiamo (e che c’è da sapere) su questo simbolo è quanto riportato nel manoscritto di cui sopra. Tra l’altro, il diagramma ad asterisco con quattro assi incrociati è un motivo estremamente comune dei sigilli esoterici, e compare in molti altri diagrammi che non hanno alcuna correlazione con la geografia o col clima.

Per riassumere:

  • I galdrastafir (simboli magici) fanno la loro comparsa nei grimori (libri di magia) islandesi a partire dal periodo rinascimentale.
  • Inizialmente sono molto semplici e stilizzati, poi diventano via via più complessi.
  • Non ci sono grimori precedenti al 1500 (il più antico è AM 434 a 12mo, di fine ‘400/inizio ‘500, e riporta un paio di simboli soltanto, molto simili a quelli del manoscritto greco-bizantino Harley 5596.
  • Il vegvísir compare nei manoscritti islandesi soltanto nell’Ottocento. Precisamente nel codice ÍB 383 4to, detto Huld (1860 ca.)
  • Non è possibile rintracciarne la presenza nei secoli precedenti.
  • Non esiste nessuna relazione con i vichinghi.
  • È più economico (sensato) vederlo come il prodotto di una tradizione islandese che ha sviluppato ed innovato simbologie tipiche dell’esoterismo rinascimentale.
  • Serve a non perdersi nel cattivo tempo.
  • Consta di DUE elementi: uno superiore dalla forma di asterisco le cui braccia sono decorate da altri segni, l’altro inferiore e sviluppato in senso orizzontale.
  • Non ha senso accostarlo alle rune dell’alfabeto antico.

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