Secondo la Landnámabók, un testo medievale unico nel suo genere, il cui titolo significa qualcosa come “Libro delle prese di terra/Libro delle colonizzazioni/degli insediamenti”, il primo insediamento permanente in Islanda sarebbe avvenuto ad opera del nobile norvegese Ingólfur Arnarson, nell’anno 874 d.C.

La Landnámabók (bók è femminile in islandese, quindi si mantiene il genere originale quando si usa il termine in contesto italiano), pronunciato più o meno “làntnaumapouk” è una panoramica degli insediamenti islandesi a seguito della colonizzazione, per cui una selezione di colonizzatori viene presentata procedendo in senso orario per il perimetro dell’isola partendo da Reykjavík. Dei coloni ci viene detto di solito l’ascendenza, il luogo di approdo e di insediamento in Islanda e fatti significativi della vita pre- e post-arrivo in Islanda.

È un testo che è stato preso per oro colato nei secoli, anche perché – in alcuni casi – ha aiutato gli archeologi a individuare siti per gli scavi che hanno poi portato alla luce reperti effettivi. Tuttavia, la sua attendibilità non deve essere sopravvalutata. Gli studiosi hanno riscontrato anche evidenti discordanze con quanto sostenuto nel testo, e quanto riscontrabile da prove, ad esempio, archeologiche. In effetti, a volte emergono anche discordanze culturali e della cultura materiale tra la Norvegia e l’Islanda, che appaiono alquanto strane in un contesto come quello descritto dalla Landnámabók, nella quale i personaggi descritti sono quasi tutti norvegesi. Il DNA antico, tuttavia, mostra un pesante apporto dalle isole britanniche (fino al 40%), ma di questo 40% di britannici non resta molta traccia nelle fonti scritte. Nel testo della Landnámabók, ad esempio, non si fa menzione degli schiavi, del loro numero e della loro origine. Per schiavi non si intende dei poveracci in catene condannati ai lavori forzati, ma membri di una casa senza libertà di iniziativa e tenuti al servizio e alla fedeltà al loro padrone. In pratica lavoratori dipendenti senza stipendio e ripagati soltanto con il vitto e l’alloggio, senza possibilità di licenziamento. È molto probabile che questi schiavi fossero di origine britannica o irlandese, e la fioritura letteraria conosciuta dall’Islanda medievale è stata spiegata dagli studiosi come un’influenza, appunto, irlandese. Siccome non esistono paralleli scandinavi alle saghe medievali o comunque al lavoro letterario operato dagli islandesi, mentre ne esiste un precedente ricco di somiglianze in Irlanda, un’ipotesi plausibile è che i nobili norvegesi trasferitisi in Islanda abbiano acquisito il “gusto” per i racconti eroici dei cicli mitologici-storici degli irlandesi e abbiano poi pensato bene di mettersi a produrre del materiale simile, basandosi su contenuti presi dalla loro storia presunta o reale.

La colonizzazione dell’Islanda è uno dei capitoli più affascinanti della storia medievale europea, e ancora numerose sono le questioni irrisolte, come la questione dell’esistenza dei papar, eremiti cristiani provenienti dalle isole britanniche menzionati dalle fonti storiche più antiche, ovvero Íslendingabók e Landnámabók ,e presenti in alcuni toponimi (come Papey, “isola dei papar“). Tuttavia, sono del tutto assenti dalle saghe, ovvero le narrazioni epiche che trattano la vita degli islandesi intorno alla colonizzazione e fino all’avvento del Cristianesimo. Nemmeno la archeologia, ad oggi, ha potuto confermare la presenza di questi anacoreti.

Questo assai lungo preambolo serve a contestualizzare e giustificare il soggetto vero e proprio di questo articolo, ovvero il nome di quella chiamiamo “penisola di Reykjanes”.

Spesso e volentieri, nei media islandesi, e in particolare negli ultimi giorni, quando si è parlato molto di vulcani e terremoti, i giornalisti chiamavano Reykjanes con il nome di Suðurnes o di Reykjanesskagi.

Suðurnes non crea particolari problemi: significa “Penisola Sud” ed è un’unità amministrativa/circoscrizione elettorale. Reykjanesskagi, invece, mi lasciava perplesso, perché la parola skagi (pronunciata “scài-ie”, con le e finale molto chiusa) è un sinonimo di nes, ovvero entrambe le parole significano “penisola”. Reykja (pronunciato “réi-chia”) è il genitivo plurale della parola reykur (pronunciata più o meno reykür), ovvero fumo. Reykjanes è dunque la “Penisola dei Fumi”. Ciò significa che Il nome usato dai giornalisti, Reykjanesskagi, significa “Penisola della Penisola dei Fumi”…c’è qualquadra che non cosa.

Ho svelato l’arcano l’altro giorno quando mi sono recato sulla punta estrema a sud ovest di quella che tutti chiamiamo Reykjanes. Una zona selvaggia e bellissima, fatta di campi di lava, sorgenti termali, scogliere mozzafiato e storia antica. Ho scoperto che è tecnicamente soltanto questa punta estrema, in effetti, ad essere Reykjanes! Ha molto senso perché esattamente nella sua metà si trova la zona geotermale di Gunnuhver, con soffioni e solfatare.

Si tratta dunque di un caso di sineddoche, ovvero quella figura retorica per cui una parte viene usata per designare il tutto. Esattamente come quando diciamo “Inghilterra” mentre intendiamo “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”, oppure “Olanda” anziché “Paesi Bassi”. Ecco che Reykjanesskagi, ovvero “Penisola di Penisola dei Fumi”, ha un senso. Probabilmente, siccome succede molto più raramente che si debba parlare della piccola punta estrema della penisola, si utilizza il nome di questa, che è anche più breve, per descrivere la penisola stessa nella sua interezza.

Aver capito ciò ha anche risolto un mio annoso dubbio su un passaggio della Landnámabók, che troviamo anche nella Saga dei Groenlandesi, che tradussi in Italiano due anni fa:

Herjólfr hét maðr Bárðarson, Herjólfssonar, frændi Ingólfs landnámsmanns. Þeim Herjólfi gaf Ingólfr land á milli Vágs og Reykjaness.”

[Herjólfr era il nome di un uomo, figlio di Bárðr, figlio di Herjólfr, parente di Íngólfr il colonizzatore. A Herjólfr, Ingólfr donò della terra tra Vágr e Reykjanes].

Non riuscivo a capire come fosse possibile che avesse della terra tra Vágr “Insenatura” e Reykjanes se Vágr (islandese moderno: Vogur) si trova su Reykjanes. In realtà Vágr si trova su Reykjanesskagi, e il territorio di Herjólfr si estendeva sulla sua costa occidentale, dalla baia visibile nella parte centrale della linea costiera, fino alla punta estrema a sud, ovvero la penisola Reykjanes propriamente detta.

Ho avuto conferma di ciò nella vecchia edizione critica della Landnámabók (collana Íslenzk fornrit), dove leggiamo il nome di Herjólfr sulla mappa proprio tra la baia di Vágr (dove oggi si trova Hafnir, frazione del comune di Reykjanesbær) e la punta estrema della costa più a sud.

Questo naturalmente non significa che da oggi in poi userò il nome Reykjanes soltanto per descrivere la punta della penisola, mentre mi ostinerò a chiamare l’intera penisola Reykjanesskagi. Ormai non ha senso, visto che tutti dicono semplicemente Reykjanes. Tuttavia, almeno in questo caso, l’aver voluto andare a fondo di una questione in apparenza così futile, ha gettato luce su un passaggio altrimenti strano della letteratura antica!