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La Njáls saga, il massimo capolavoro del Medioevo islandese

Non è purtroppo conoscenza comune come l’Islanda medievale fosse pienamente inserita nelle dinamiche politiche e culturali dell’Europa cristiana, che i chierici islandesi si formavano in Germania, Inghilterra e Francia, che numerosi islandesi si recavano in pellegrinaggio in Italia e in terra santa, e che la letteratura europea era recepita, consumata ed elaborata da autori islandesi, per lo più anonimi. Il grosso di questa letteratura, consiste nelle cosiddette saghe, testi in prosa di argomento molto eterogeneo, dalle vite di santi e vescovi islandesi, alle romanze cortesi ispirate ai cicli carolingio e bretone, a quelle ispirate all’antico passato germanico, a quelle che riscrivono vicende di eroi classici, come Alessandro Magno o Cesare, a quelle che narrano le gesta delle primissime generazioni di abitanti dell’Islanda, che fu colonizzata (secondo la storiografia medievale) tra 870 e 930 d.C.)

Con la relativamente pacifica e volontaria conversione del popolo islandese al Cristianesimo, la chiesa locale si organizza e si sviluppa come altrove in Europa, e importa la cultura continentale nella Terra del Ghiaccio. Non sappiamo esattamente come ciò sia avvenuto, ma in questa roccia incrostata di ghiaccio, popolata al massimo da 50.000 persone, tra i secoli XII e XV è stata prodotta una delle letterature più ricche e affascinanti del Medioevo europeo. Circa un migliaio di codici medievali islandese, interi e mutili, ci sono pervenuti. Sono circa il doppio del totale di quelli conservati in Norvegia, Danimarca e Svezia, Paesi molto più ricchi e prosperi.

Sono state le “saghe degli islandesi”, Íslendingasögur, ovvero quelle che descrivono le gesta e le vicissitudini dei primi coloni dell’Isola, ad avere in qualche modo monopolizzato l’attenzione degli studi. Prima perché si voleva cercare in esse la memoria del passato nazionale, poi perché esse venivano viste come la prova schiacciante sella superiorità culturale del popolo islandese nell’età medievale. Essendo le saghe un prodotto senza precedenti e senza seguiti diretti, al di fuori dell’Islanda, gli studiosi si sono a lungo arrovellati sull’ispirazione che deve averne stimolato la creazione, e qualcuno ha proposto che l’idea sarebbe venuta dal genere, diffusissimo nel Medioevo, dell’agiografia: biografie di santi con la funzione di esempio morale per i lettori. Altri credono che l’ispirazione fosse giunta dai racconti epici narrati oralmente dagli schiavi irlandesi.

Qualunque sia la ragione, le saghe degli islandesi pervenuteci sono una quarantina, di lunghezza assai variabile nelle edizioni a stampa: da intorno alla decina di pagine alle tre-quattrocento. Alcune, quelle cosiddette “classiche”, sono particolarmente pregne di realismo, nonostante ogni tanto compaia il fantasma che viene a dar noia, lo zombie che si alza a predire il futuro, la strega che rende l’eroe impotente etc.; altre, invece, generalmente quelle considerate “post-classiche”, accolgono elementi soprannaturali che incontriamo nelle saghe di genere cavalleresco, e uniscono la dimensione avventurosa dell’eroe, a quella fantastica, inserendo creature soprannaturali, come troll, draghi, giganti e altro, con l’elemento (pseudo)storiografico della colonizzazione islandese.

La storicità delle saghe è da collocarsi in qualche punto su uno spettro tra realismo e fantasia. La verità storica si modifica nella trasmissione e si mescola con l’invenzione letteraria nella creazione di un mondo che non dovrebbe essere identificato in modo univoco con il nostro: sono più come universi differenti che si intersecano in alcuni punti e divergono in altri. Viene spesso detto che le Íslendingasögur/saghe degli islandesi (ovvero il sottogruppo che tratta delle vite dei primi abitanti dell’isola) costituirebbero una sorta di romanzo storico ante litteram. Borges, il critico letterario argentino, le ha paragonate alla scoperta del nuovo mondo da parte degli islandesi, dicendo che questi avrebbero inventato il romanzo moderno in pieno Medioevo, ma che questa invenzione sarebbe rimasta sterile e sconosciuta al resto del mondo, come la loro esplorazione del continente americano. Alcuni sostengono che Walter Scott, considerato l’inventore del romanzo storico, avrebbe tratto ispirazione dalla lettura di alcune saghe islandesi che iniziavano a circolare in traduzione nell’Ottocento.

In questo contesto, la saga che più brilla per qualità letteraria, ricchezza di temi, respiro narrativo e profondità psicologica è considerata essere la Brennu-Njáls saga: “Storia di Njáll del rogo”. Gli islandesi, che l’abbiano letta o meno, le attribuiscono la stessa importanza che noi italiani conferiamo alla Commedia di Dante. È una sorta di monumento letteral-identitario che consacra e sigla indefinitamente il genio letterario islandese. È un testo ricchissimo, che offre spunti per studiosi di molte discipline: storici specializzati in storia militare, in economia, in sociologia, in legge, filologi interessati allo sviluppo linguistico, critici letterari che, attraverso il testo, possono sondare un numero elevato di aspetti interessanti della cultura e della mentalità che lo hanno prodotto. È, del resto, una miniera complessa di informazioni che non ha ancora completamente restituito tutti i suoi tesori.

L’autore è sconosciuto, anche se sono state fatte proposte in merito alla sua identità, nessuna delle quali gode di particolare favore. Dei quasi settanta manoscritti pervenutici, cinque dei più antichi si collocano all’inizio del 1300. In particolare, il più antico potrebbe essere AM 468 4º, conosciuto come Reykjabók, un codice pergamenaceo di 93 fogli, mancante di 2 che sono andati perduti. Composto intorno all’anno 1300, questo codice, opera di due scrivani, contiene un numero più elevato di versi poetici, rispetto ad altre versioni della saga, ed è dunque importantissimo sotto vari punti di vista.

Alcuni dettagli legali delle vicende narrate nella saga mostrano l’influenza di un codice di leggi, Járnsíða, che sappiamo essere entrato in vigore nel 1271. Questi dati collocherebbero la stesura della saga negli ultimi trent’anni del 1200. Generalmente viene detto che la stesura sarebbe avvenuta intorno al 1280, ma ovviamente si tratta solo di una data approssimativa. Questo è molto importante, perché ci permette di suggerire che i manoscritti più antichi della saga, come il Reykjabók devono essere molto vicini nel contenuto all’originale andato perduto: più i manoscritti sono copiati e più intervengono errori o modifiche (come per il gioco del telefono senza fili).

La data di composizione di un testo può essere identificata come più antica di quella di un particolare manoscritto in cui esso è preservato, se qua e là nel testo si trovano elementi grafici e linguistici arcaici giustificabili soltanto con il fatto che lo scrivano avrebbe copiato da un modello più vecchio, con grafie e altri elementi più conservativi di quelli che lui o lei usavano normalmente.

La Saga di Njáll è una grande epica tragica nella quale emerge il conflitto tra la morale pagana e quella della nuova religione. La tensione tra la cultura della vendetta e quella del perdono si allenta appunto con una risoluzione cristiana finale. Il testo esplora i grandi temi della caducità delle cose, delle fortune alterne e delle tragedie che investono anche i migliori, della vendetta è del perdono, della tensione tra amicizia e doveri legali, delle conseguenze delle proprie azioni e molto altro. La sua ampiezza di tematiche e ricchezza di personaggi e tipi umani fa sì che tutti i lettori trovino qualcosa di toccante nelle pagine, e il fatto che tocchi temi di rilevanza universale la rende un classico intramontabile e una delle più alte vette della letteratura mondiale. Di recente è stato completato un arazzo di 90 metri che mostra e celebra le vicende della saga: è oggi esposto in un museo dedicato.

La scena del rogo alla casa di Njáll; la didascalia recita “Non voglio uscire perché sono un uomo anziano e poco pronto a vendicare i miei figli, e non voglio vivere nella vergogna”.

La storia, pur toccando diverse parti d’Islanda, la Norvegia, la Scozia e anche Roma, si svolge principalmente nel sud dell’Islanda, intorno all’anno 1000, anno in cui, nel Paese, sarebbe avvenuta la conversione al Cristianesimo. In particolare i territori detti Fljótshlíð e di Landeyjar, alle pendici del famoso vulcano Eyjafjallajökull. Un territorio he viene spesso balzato a piè pari, per la fretta di raggiungere le famose cascate più a est. Bergþórshvoll, la residenza di Njáll, il personaggio che dà il nome alla saga, è stata l’oggetto di uno scavo archeologico che ha evidenziato come, effettivamente, ci sia stato un incendio sul luogo, e nel periodo corrispondente a quello indicato nella storia (l’anno 1011). Oggi vi si trova una guesthouse.

La trama – riassumendo davvero tantissimo – parte dai matrimoni falliti di una donna bellissima, Hallgerður, i cui mariti finiscono tutti per morire (male!) come previsto da profezie. L’ultimo di questi mariti è Gunnar di Hlíðarendi, una sorta di Ercole bellissimo e nobile, il cui amico del cuore è Njáll, da cui la saga prende il nome (fiumi di inchiostro sono stati versati per discutere la presenza o meno di una sottotrama omosessuale tra i due, visto che Njáll è descritto come sbarbato ed effemminato, e viene anche canzonato per questo).

Questo Njáll è un esperto di leggi, e userà la sua abilità per risolvere le numerose situazioni mortali in cui le azioni di Hallgerður cacciano regolarmente il marito di lei, l’amico Gunnar. La situazione però degenera e il massimo che Njáll riesce a fare è ottenere l’esilio per Gunnar, il quale parte a cavallo per raggiungere il mare, ma sulla strada cade dal suo destriero e si volta a guardare i monti della sua terra. La bellezza lo folgora e, in una delle scene più famosi e toccanti della letteratura medievale, decide di non partire per non abbandonare la sua bella terra. Viene raggiunto dai suoi nemici che lo attaccano accerchiandogli la casa. Lui si difende con un arco la cui corda si spezza, allora chiede alla moglie una ciocca di capelli per incoccarlo e questa si rifiuta, ricordando uno schiaffo che le aveva dato tempo prima, quando aveva mandato un servo a rubare burro dai vicini. Così lui muore sopraffatto e ucciso dai suoi detrattori.

Panorama di Fljótshlíð.

In seguito la catena di faide si sposta sulla famiglia di Njáll, e i suoi figli hanno diversi scontri con altri potenti locali (un’episodio molto cinematografico vede un figlio di Njáll, Skarphéðinn, pattinare su un fiume ghiacciato per poi raggiungere il nemico Þráinn e mozzargli il capo al volo). Njáll aveva un figlio adottivo favorito, Höskuldur, che viene ucciso dai figli di Njáll, istigati da nemici gelosi. Questo porta ad una faida. La vendetta si consuma quando i nemici dei figli di Njáll, condannati da Flosi, zio della moglie del defunto Höskuldur, decidono di dare fuoco alla sua casa con tutta la famiglia dentro, dando però a lui e alle donne la facoltà di uscire e salvarsi. Questa è la scena più drammatica della saga, e Njáll rifiuta l’offerta sostenendo di essere troppo vecchio per restare in vita e avere l’obbligo di vendicare i suoi figli, ma fa coraggio alle altre persone in casa dicendo loro che Dio non li lascerà bruciare in questo mondo né nel prossimo. Il suo corpo, quello della moglie e quello del nipotino vengono trovati intatti sotto un tappeto tra i resti della casa. Il suo genero Kári era riuscito però a scappare vestito da donna col favore del fumo, e cercherà inizialmente vendetta, inseguendo i responsabili dell’incendio fino nelle Orcadi e in Galles. In seguito, però, compie un pellegrinaggio a Roma e, al suo ritorno, testa la nobiltà di Flosi chiedendogli aiuto dopo essere naufragato presso la sua casa. A testimonianza del mutamento di morale avvenuto nel frattempo con la conversione al Cristianesimo, Flosi si riconcilia con Kári che sposa la figlia di Höskuldur.

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

4 commenti su “La Njáls saga, il massimo capolavoro del Medioevo islandese

  1. Pancrazio La Spina

    Il tuo racconto fila senza un nodo e scorre come un fil di olio.

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