L’Islanda e il vino

Nel testo Qualiscumque descriptio Islandiæ (“Una qualsiasi descrizione dell’Islanda”) vergato dal vescovo Oddur Einarsson alla fine del ’500, scopriamo con sorpresa che all’epoca l’Islanda importava “diversi vini”, soprattutto dalla Francia e dalla Renania. Effettivamente, cenni di consumo di vino nel medioevo nordico si hanno già nei testi più antichi, le saghe, dove esso è nominato, ad esempio nella Sturlunga saga, nella Egils saga e in altri testi. Forse per via dell’idolatria presente del chilometro zero ci siamo voluti convincere che nel passato, (che immaginano come età dell’oro del biologico e del Km0) non si commerciasse… nonostante sappiamo benissimo che già ai tempi dei romani arrivava vino, olio, garum, porpora, perle e quant’altro in Britannia, o che l’avorio di narvalo groenlandese veniva venduto in Europa assieme alle pellicce richiestissime di orsi polari e volpi artiche, per non parlare delle spezie che arrivavano dall’oriente! Forse crediamo che non si commerciasse altro al di fuori di quanto viene solitamente citato, e forse non diamo il giusto credito ai commercianti medievali e moderni… eppure se alla fine del ’400 Colombo è riuscito a raggiungere l’America e iniziare un fiorente trasporto di merci esotiche fin da là, non vogliamo che nello stesso secolo (per non parlare di successivi) non si riuscisse a portare vino in Islanda? Da essa del resto arrivavano preziosissimi oli di foca, cetaceo e squalo (i migliori per l’illuminazione fino alla scoperta dei combustibili fossili), se qualcuno portava via qualcosa dall’Islanda, doveva pur lasciarci qualcosa in cambio, no?

Ho già dimostrato innumerevoli volte come l’Islanda sia ormai diventata a tutti gli effetti una meta gastronomica: dal fiorire della cultura culinaria, allo spuntare di ristoranti stellati, fino alle vittorie in numerose competizioni internazionali, con l’oro ottenuto nelle Olimpiadi di cucina di Stoccarda 2024, la scena culinaria islandese sta raggiungendo vette elevatissime. C’è ragione di dubitare che a quel “gastronomica” potrà mai aggiungersi un “eno-“; del resto, la vite non può crescere in questi climi… eppure c’è qualcosa che fa dell’Islanda una destinazione interessante anche per l’Italiano appassionato di vini. Questa è infatti un’altra scena che negli ultimi anni è mutata radicalmente, con lo spuntare di enoteche, scuole di enologia, corsi per sommelier… assieme ad un cambio radicale della mentalità che ha portato l’Islandese medio dal bere tanto per bere, al bere per ricercare un’esperienza.

Bisogna precisare da subito che l’alcol in Islanda costa caro: è molto tassato, ma non per scoraggiarne il consumo, come tanti credono, visto che tanto gli islandesi ne bevono pro capite lo stesso più o meno quanto gli italiani, ma perché rappresenta un importante introito per lo Stato per via delle accise imposte su di esso.

Per via delle premesse citate, bisogna partire con l’idea di fare un esperienza diversa: non si viene in Islanda per bere un quarto di vino qualsiasi abbordabile, per accompagnare il cibo, ma per provare qualcosa di speciale che magari non si trova in Italia, per le ragioni che ora vedremo.

I vini stranieri sono poco competitivi in Italia per via di pregiudizi culturali: molti italiani sono diffidenti e poco informati sui vini prodotti altrove, credendo che non possano mai essere buoni come quelli prodotti in Italia, anche per colpa di certa propaganda fomentata da produttori preoccupati di perdere fette di mercato che, come succede in ogni ambito della vita, trovano più semplice screditare il prossimo anziché migliorare se stessi.

In Islanda, invece, si trova di tutto: vini argentini, libanesi, georgiani, cileni, californiani, sudafricani, neozelandesi, anche a prezzi adeguati, se di livello più alto (e su questo ci torniamo). Questi vini stranieri di buon livello, oltre a non essere facilmente reperibili in Italia, talvolta costano di meno in Islanda, dove c’è il vantaggio che gli ordini non li fa la singola enoteca o il ristorante, ma il monopolio statale che può dunque permettersi ordini cospicui tali da ottenere prezzi più competitivi e offrire dunque le stesse bottiglie a prezzi impensabili per un piccolo rivenditore o ristoratore italiano. Lo Stato islandese può effettuare ordini importanti presso piccoli produttori artigianali in giro per il mondo che offrono prodotti di elevatissima qualità, assai ricercati, e parecchio interessanti. Per fare un esempio, un Malbec argentino di alto livello (Viña Cobos, del 2020), l’ho trovato da un rivenditore online a 228€ alla bottiglia, ma solo in casse da tre per un totale di 685€. L’ho trovato sul grande mercato online Vivino, che lo indica con un prezzo medio di 254,50€. Una bottiglia singola in Islanda si trova a circa 270€. Se uno è appassionato, può essere conveniente acquistare certe bottiglie di pregio in Islanda e portarsele in Italia.

L’Islanda è penalizzata ai due estremi della scala qualitativa: i vini di qualità bassissima costano veramente troppo di più rispetto al Paese di origine, e non convengono affatto, mentre dall’altro estremo, ad esempio se si cercano certe annate particolari, magari non si trova ciò che si vuole, se non per caso.

In Islanda conviene prendere un vino più caro perché per una serie di motivi, non ultimo il modo in cui avviene il calcolo delle accise, ha un prezzo finale poco più alto che in Italia o a volte anche più basso, mentre un vino economico costa un sacco di più, anche perché i prezzi che per noi sono bassi sarebbero fuori mercato in Islanda. Uno Champagne in Italia viene a costare 35€ in su se non è di annata, in Islanda qualche euro in più. Il Prosecco invece lo si trova anche a 5€ in italia, mentre in Islanda è venduto a poco meno di uno Champagne. Un Brunello di Montalcino (Casisano) costa in Italia 42€, mentre al monopolio islandese 6.499 ISK che sono 43€ col cambio di oggi (6/2/2024). Ci sono diverse enoteche come Bodega o Tíu sopar, le cui carte (parlo di bottiglie, per i calici vale un discorso un po’ diverso) iniziano a 7/8000 ISK (50/60€) per dei vini non così eccellenti, ma se si sale a 8/10.000 ISK (70/80€) si può tranquillamente provare qualcosa di speciale e che vale il prezzo finale.

Per risparmiare qualcosa conviene comunque saltare un intermediario e fare una capatina al Vínbúðin (“Il negozio del vino”), negozio di alcolici del monopolio statale. Al ristorante può essere davvero molto caro perché l’esercizio ricarica in base al prezzo, e per questo possono esserci maggiorazioni pesanti. Per dare un’idea della differenza assurda tra il prezzo al monopolio e quello al ristorante, un Cabernet americano (1000 stories) vende a 3.999 ISK/27€ al monopolio (ma a 10.490 ISK/70€ al ristorante!), mentre su vari siti online lo trovo a 26,60 spese di spedizione escluse, ma non appare disponibile da nessuna parte, ed è soltanto inserito nei cataloghi. Ciò detto, per chi avesse qualche denaro da investire può comunque essere una preziosa aggiunta all’esperienza del viaggio.

È dunque curioso come, anche se in modo indiretto, l’Islanda possa essere una meta con qualcosa di interessante anche per gli amanti del vino, pur non essendone produttrice.

[Per la redazione di questo articolo mi sono confrontato con Giorgio Codias, sommelier per passione, nonché guida veterana in Islanda, che mi ha offerto diversi spunti da intenditore, non essendolo io stesso. Colgo l’occasione per ringraziarlo, per questa e per tutte le innumerevoli altre volte che mi sono avvalso della sua esperienza infinitamente superiore alla mia].

5 responses to “L’Islanda e il vino”

  1. io non ho nessun pregiudizio ad assaggiare vini stranieri come di altre regioni italiane.
    Compro spesso vino spagnolo o francese .
    Ho comprato perfino vino locale in Marocco .
    Buonissimo rose’.
    L’articolo è molto interessante e utile per trovare i posti più convenienti in caso di viaggio .

  2. Bellissimo e interessantissimo articolo, normalmente si parla solo di islandesi come ubriaconi, quindi mi ha fatto molto piacere leggere il tuo articolo. Grazie

  3. Sulle aste di vino pregiato (italiano, francese, spagnolo, georgiano, argentino, cileno, ecc) su Catawiki gli scandinavi sono gli acquirenti migliori, quando su un’asta da 6 bottiglie di Barolo, per esempio, arrivano svedesi, islandesi e finlandesi a scannarsi tra di loro quasi a dimostrare chi ce l’ha più lungo, per noi sud-europei che su quelle bottiglie avevamo un budget di 150 euro, non c’è più speranza

    1. Interessantissima esperienza!

  4. Dove si trovano i negozi del vino e solitamente quando sono aperti?

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