Il paganesimo nordico esercita un fascino innegabile sull’immaginazione di molti. La prima cosa da dire su di esso, tuttavia, è che ne sappiamo relativamente poco. Sicuramente troppo poco per poterlo ricreare fedelmente al giorno d’oggi, ragion per cui i rituali e le tradizioni neopagane del mondo odierno non sono da considerarsi ricostruzioni, ma creazioni liberamente ispirate a motivi derivati dal passato. Questo non significa che tali creazioni attuali siano da condannare (ogni religione è stata in qualche modo “inventata” o “sviluppata” in qualche momento storico), ma semplicemente che è opportuno distinguere nettamente la storia antica da quella attuale e non mescolare le cose.

Della religione nordica ci sono rimasti alcuni racconti mitologici, essenzialmente contenuti in due testi, Edda poetica ed Edda in prosa. Nel primo caso si tratta di poemi ad argomento mitologico, morale ed epico, nel secondo si tratta di una trattazione dotta sul retaggio mitico e sul suo uso in poesia. Ci sono alcuni episodi narrati nelle saghe dov’è vengono descritti brevemente alcuni elementi della religione pagana, templi e sacrifici, ma, come vedremo, nulla di abbastanza dettagliato da poter servire come guida per qualcuno che volesse ricreare quel mondo religioso.

Spesso la perdita di conoscenze di questa realtà precristiana viene rappresentata come una tragedia perpetrata con scelleratezza da un mondo Cristiano terzo, piombato dall’esterno per esercitare con violenza coercitiva il suo controllo sulla vita di popolazione pagane libere che vivevano felici a contatto con la natura (o qualcosa del genere). In realtà è molto ben documentato come la cristianizzazione sia avvenuta sopratutto per delle spinte interne, e che i suoi promotori più veementi erano scandinavi. In Islanda, poi, la conversione è avvenuta per decisione dell’assemblea generale. Il fatto che il paganesimo non si sia preservato, è perché non c’era alcun interesse a farlo. Sono stati tramandati racconti (spesso divertenti) del cosmo mitologico perché avevano una funzione letteraria, esattamente come i miti del paganesimo classico, ma ritualità e gestualità sacre non avevano ragione di essere ricordate, e sono andate perdute.

In questo articolo parlerò nello specifico dell’aspetto pratico della religione nordica precristiana, ovvero di quel cosmo di culti che costellavano la Scandinavia prima della sua cristianizzazione, avvenuta tra il primo e il secondo millennio. Non toccherò dunque il lato etico e morale, che meritano lunghissime discussioni a parte, e mi limiterò al versante di attualizzazione pratica, ovvero cosa sappiamo sui luoghi, gli oggetti e le cerimonie delle religioni nordiche precristiane. Per farlo, è necessario iniziare subito sgomberando il campo da alcuni pregiudizi, esplicitando alcuni fatti che sarà bene tenere a mente in corso di lettura:

  1. Non esiste continuità storica tra il paganesimo nordico e le religioni neopagane di oggi. La cristianizzazione ha costituito una rottura netta, e il paganesimo è stato prima riscoperto in età moderna, e ridisegnato nel periodo romantico, per poi essere rifondato soltanto in età contemporanea, spesso sull’onda del New Age.
  2. A volte si suggerisce che le pratiche neopagane siano sopravvissute in segreto per tutti questi secoli e siano soltanto riaffiorate: sono asserzioni prive di fondamento scientifico e non verificabili, ma confutate e confutabili scientificamente.
  3. Bisogna anche comprendere che l’integrazione più o meno cospicua di tradizione pre-cristiane all’interno del mondo Cristiano non possono essere prese come indice di una “non cristianità” di un dato popolo, né del suo essere “pagano”: nessuna religione storica nasce ex nihilo, ed è normale che recuperi o incorpori elementi di culti precedenti, ma usando questo come prova dell’ inesistenza di un culto rispetto a quelli precedenti, allora dovremmo risalire indietro nel tempo e asserire che nessuna religione esiste perché hanno tutte ripreso tradizioni più antiche. In questo senso, l’Islanda come l’Italia, diventano terre assolutamente cristiane, e il cristianesimo si modella in modo leggermente diverso di luogo in luogo.
  4. Spesso si suggerisce romanticamente che i popoli del nord abbiano mantenuto uno “spirito pagano” non ben definito. Anche questo è falso: le società del nord Europa sono basate sulla morale cristiana quanto tante altre, per cui si insiste sull’aiutare i poveri, i malati e gli anziani, anziché vederli come un peso come faceva la società pagana, dove si usa il diritto per dirimere le dispute e dove lo stato si accolla il dovere di amministrare la giustizia, e non lasciarlo ai clan che si abbandonano a faide sanguinarie, e potrei continuare.
  5. Dobbiamo subito dimenticarci l’idea di religione che desumiamo dalle Chiese cristiane (cattolica, luterana etc.): il paganesimo nordico non era un culto centralizzato e dottrinario, non aveva un canone testuale, non aveva dogmi, leggi e ritualità istituzionalizzate. Era un universo di culti e tradizioni diverse in continua evoluzione. Non si può dunque pensare di ricostruire una liturgia è una tradizione, perché queste variavano molto nello spazio e nel tempo.
  6. Le rune, ovvero le lettere dell’alfabeto in uso in Scandinavia prima dell’avvento di quello latino, non sono mai state usate per la divinazione. I kit divinatori sono un’invenzione di oggi. La valenza magica delle rune è invece dibattuta. Più che nelle rune stesse, è probabile che la magia stesse semmai nelle forze che rappresentavano, proprio come le lettere usate per scrivere formule magiche, o che rappresentano concetti trascendenti, come la alpha e l’omega nel christianesimo, Α ed Ω, che simboleggiano il principio e la fine in cristo, a sua volta rappresentato dal monogramma ☧ prodotto dall’unione di due lettere greche, chi è rho, che sono le iniziali della parola Christos. Non è che le lettere singole abbiano valenza magica, quanto ciò che rappresentano in certi contesti.

Avendo già discusso molto della questione paganesimo/cristianesimo nella società islandese tra passato e presente, vorrei ora concentrarmi sull’aspetto pratico: ho ripetuto spesso che del mondo religioso nordico precristiano non sappiamo quasi nulla, e che è per questo motivo che i rituali religiosi dei gruppi neopagani attuali sono soprattutto inventati di recente. Ma, nel concreto, cosa sappiamo di questi culti antichi?

In generale possiamo usare fonti diverse per studiare l’aspetto applicativo della religione nordica:

  • Le fonti storico-letterarie, ovvero quanto tramandato nei testi (che sono quasi tutti islandesi) di quello che in Europa era il basso medioevo.
  • Le fonti archeologiche.

Nessuna di queste fonti “parla” da sé, nel senso che non si può prendere una testimonianza scritta, o nella forma di un oggetto, e pretendere che il suo significato storico emerga in modo automatico. Banalmente, un resoconto può essere distorto, esagerato, falsato per fini politici, mentre ritrovare un oggetto non necessariamente chiarifica il suo uso e il suo significato.

Riguardo agli spazi in cui si svolgeva la pratica religiosa pagana, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Si può riassumere quanto segue:

  • Almeno in Islanda, sembra che i luoghi di culto fossero altari all’aperto, esistono luoghi il cui nome include l’elemento hörg(ur), ovvero altare sacrificale.
  • Se esistessero edifici sacri è difficile da stabilire, ma è possibile che le dimore dei signori locali che assolvevano anche la funzione sacerdotale, fossero usati come luoghi per la celebrazione delle cerimonie.
  • Numerosi luoghi in Islanda includono nel nome l’elemento hof, “tempio”, ma se esistesse un edificio specifico adibito a tale uso è tutt’altro che dimostrato.

Abbiamo due descrizioni soltanto di un supposto tempio pagano, e ci derivano da due saghe, l’una composta nel corso del ‘200, la Eyebyggja saga, l’altra nel ‘400, la Kjalnesinga saga. Riporto per intero le due descrizioni.:

Qui la descrizione del tempio nella Eyrbyggja saga:

[Il tempio] era un grande edificio. I sacri pilastri del seggio erano all’interno della porta, e in essi erano conficcati dei chiodi detti “della potenza divina”. Oltre ad essi, tutto lo spazio era consacrato. Nella parte più interna si trovava uno spazio simile ai cori delle chiese attuali, con una piattaforma nel mezzo che fungeva da altare, dove un bracciale aperto e pesante venti once era adagiato. Tutti i giuramenti dovevano essere pronunciati su questo anello, che veniva anche indossato dal goði in ogni incontro pubblico. Sull’altare era appoggiata una coppa sacrificale nella quale era posto un aspersorio usato per aspergere il sangue dalla coppa. Il sangue, che era chiamato “sacrificio”, era il sangue degli animali offerti agli dèi. Questi erano collocati intorno alla piattaforma nella struttura simile a un coro, nella parte più interna del tempio. Tutti i fattori dovevano versare un contributo al tempio e avevano l’obbligo di appoggiare il goði in tutte le sue campagne, come oggi i membri dell’assemblea devono la loro fedelta al loro leader. Il goði era incaricato di mantenerlo a sue spese, così che non andasse in rovina, e di tenervi i riti sacrificali.

La descrizione del tempio nella Kjalnesinga saga (cap. 2) è come segue:

[Il tempio] aveva una lunghezza di cento piedi e una larghezza di sessanta. Tutti erano tenuti a versare un tributo al tempio, nel quale il dio più riverito era Þór. Era circolare all’interno, come fosse una volta, carico di tappezzerie e con molte finestre. L’effigie di Þór si trovava al centro, con quelle di altre divinità ai suoi due lati. Davanti a Þór era posto un altare, fabbricato con grande perizia e rivestito di ferro in cima. Su di esso bruciava un fuoco che non avrebbe mai dovuto estinguersi, e che era definito fuoco sacro. Sull‘altare giaceva un grande bracciale argenteo, che il goði del tempio avrebbe dovuto portare ad ogni raduno, e sul quale tutti avrebbero dovuto giurare in occasione dei processi. Sull’altare era posta una grande coppa di rame, nella quale veniva raccolto il sangue raccolto dai sacrifici animali o umani offerti a Þór. Il sangue e la coppa erano chiamati “sacrificio” e “coppa sacrificale”. Questo sangue era cosparso su uomini e animali, e gli animali che erano offerti in sacrificio venivano usati per i festeggiamenti in occasione di banchetti sacrificali. Gli esseri umani che venivano sacrificati erano invece gettati in uno stagno appena fuori dal portone, il quale veniva chiamato Blótkelda.

È assai probabile che la descrizione nella più recente Kjalnesinga, sia in larga parte derivata da quella della Eyrbyggja, nonostante sussistano alcune differenze, sulle quali si è discusso, ma nelle quali non entro per ragioni di spazio.

Invece, vistose somiglianze sospette con un grande numero di dettagli del culto cristiano sono state prontamente notate da commentatori precedenti, ma vale la pena fornirne un elenco in questa sede:

  • la questione del tributo da versare al tempio ricorda molto la decima versata alle chiese;
  • l’effigie di Þór, di dimensioni maggiori ma con quelle di altre divinità minori più piccole sui lati ricorda le rappresentazioni di Cristo affiancato da un numero imprecisato di santi;
  • il fuoco inestinguibile risulta poco credibile nel contesto di un edificio in legno ed è un dettaglio unico di questa saga che alcuni studiosi vedono come prestito dalla tradizione dei templi classici greco-romani;
  • la coppa di metallo in cui veniva raccolto il sangue sacrificale ricorda il calice che, nel rito cattolico, contiene il sangue di cristo;
  • l’aspersione di sangue ricorda quella di acqua santa nei riti cristiani;
  • infine, la descrizione architettonica, e in particolare quella della Eyrbyggja saga, con il palese raffronto tra lo spazio interno del tempio e i cori delle chiese cristiane, sembra essere appunto ispirata a quella delle chiese del tempo, e non a una memoria storica reale.

Questi elementi fanno pensare che, lungi dall’essere resoconti fedeli sopravvissuti attraverso almeno due secoli nella memoria collettiva, queste descrizioni siano piuttosto lo specchio di come gli islandesi cristiani immaginavano il loro passato pagano, aggiungendo dettagli grotteschi come il sacrificio umano e l’aspersione di sangue a un insieme di elementi a loro familiari e dedotti dalla religione del loro tempo. Nulla di nuovo: gli studiosi sostengono ormai da decenni che le saghe sono una miniera di informazioni non tanto sulla storia e la società che si propongono di descrivere, quanto sulla società che le ha composte, almeno duecento anni dopo.

Di recente, alcuni studiosi hanno tentato di portare in auge l’idea dell’attendibilità di questi dettagli, tracciando paralleli con testimonianze archeologiche in Scandinavia, ma questo tipo di letture presuppone ignorare le vistose influenze cristiane intervenute, la corruzione delle informazioni che avviene nel corso della trasmissione orale, nonché i pregiudizi e la parzialità degli autori e dei copisti che hanno registrato e trasmesso questo materiale.

Nel nord dell’Islanda, un grande scavo ha portato alla luce una fattoria del periodo precristiano, a Hofstaðir, “Tenuta tempio”. Il toponimo suggerisce appunto la presenza di un luogo di culto, ma uno studio ha rivelato che la celebrazione si svolgeva nella fattoria stessa, e non in un luogo separato. Alcuni resti di costruzioni antiche che gli studiosi avevano ipotizzato essere templi, sono stati dimostrati successivamente essere delle stalle.

Sempre a Hofstaðir, però, sono comunque stati rinvenuti resti di animali chiaramente sacrificati. Diversi elementi fanno appunto supporre che il sacrificio di animali occupasse un ruolo centrale nel rito pagano, e questo concorda con le fonti tarde, come vedremo ora.

Nella Saga di Hákon il buono lèggiamo quanto segue:

Sigurður, jarl di Hlaðir, era il più dedito ai sacrifici, così come suo odore, Hákon. Lo jarl Sigurður teneva tutte feste sacrificali per conto del re nei territori dei Þrændalög. Era antico costume, quando si teneva un sacrificio, che tutti i contadini dovessero riunirsi nel luogo dove si trovava il tempio, portandosi dietro il necessario per tutta la durata della festività. Alla celebrazione tuffi dovevano avere birra. Poi venivanonhccisi ogni tipo di bestie, anche cavalli, è tutto il loro sangue era chiamato “sacrificio”, e “coppe del sacrificio” le coppe in cui veniva posto. Venivano creati degli aspersori, fatti come fasce di ramoscelli per mezzo delle quali tutte le mura del tempio, dentro e fuori, l’altare, e anche le persone venivano irrorate del sangue. La carne sarebbe poi stata bollita per essere goduta dai presenti. Il fuoco stava nel mezzo della stanza e sopra di esso si trovavano i paioli, mentre un calice ricolmo venivano passati intorno ad esso, e quello che teneva la festa e che era il signore doveva benedire i calici e tutta la carne. Innanzitutto si vuotava il calice di Odino, che doveva dedicarsi alla vittoria e all’onore del re, poi quello di Njörður e Freyr per pace e prosperità. Poi era costume che molti bevessero il cosiddetto “calice del migliore”[sul quale venivano giurati i propri voti], dopodiché gli uomini bevevano un calice alla memoria dei compagni caduti, quelli che meritavano onore, è quello era chiamato “rimembranza”.

A parte i numerosi dubbi che nascono nella lettura di questo passaggio, che suscita più domande di quante non ne risponda, dobbiamo constatare la totale assenza di dettagli quali la natura delle benedizioni, le eventuali formule invocate, il procedimento per l’uccisione degli animali, e per la benedizione stessa. cosa veniva enunciato? Chi spargeva il sangue ovunque? Il capo/officiante, o si faceva aiutare? Questa pratica era antica, diffusa e consolidata, oppure era limitata nel tempo e nello spazio? Inoltre, banalmente, oggi i sacerdoti nei pagani indossano tuniche e decorazioni varie, ma non vi è traccia della descrizione di abiti o altri oggetti che adornavano il corpo degli officianti, si vestivano in modo usuale o diverso e adattato all’occasione.

Dall’altro lato, sarebbe estremo negare in toto l’affidabilità di questo passo letterario, anche perché almeno uno dei suoi dettagli trova riscontro archeologico: il sacrificio di animali. Ora, che un elemento del testo sia attendibile, non basta a dimostrare che sia attendibile tutto il resto, anche perché se, nelle fonti islandesi, sappiamo bene grazie ad archeologia e altre fonti indipendenti che alcune delle informazioni sono attendibili, sappiamo anche che altrettante sono dimostrabilmente false o inventate. Per questo ogni elemento va analizzato caso per caso, senza estendere le conclusioni tratte in un singolo caso a tutti gli altri.

Una nota a margine deve essere fatta per la questione “Martelli di Thor”. Amuleti rinvenuti negli scavi archeologici in tutto il nord. Senza dilungarsi troppo: si tratta di un fenomeno tardo, che emerge in risposta alla croce cristiana (della quale altro non è che un omologo rovesciato); alcuni di questi Martelli sono indistinguibili da croci cristiane e potevano svolgere entrambi i ruoli nella fase di sincretismo che ha preceduto la cristianizzazione; abbiamo rinvenuto in Norvegia uno stampo utilizzabile per forgiare una croce e un martello, segno che i due simboli convivevano serenamente in un momento in cui il cristianesimo era in ascesa. Nella Landnámabók, un personaggio, Helgi il magro, è detto essere Cristiano tranne che per questioni come i viaggi in mare, per le quali preferiva affidarsi a Thor, anche se (in questo come in molti altri casi) non è chiaro come uno “si affidasse” ad un dio (pagano o Cristiano che fosse): accendeva un cero? Pregava? Immolava un vitello? Non ne abbiamo idea.

Per concludere, va detto che è ingenuo pensare di poter ricostruire un quadro coerente del cosmo religioso nordico precristiano affidandosi alle fonti in nostro possesso, in particolare quando si tratta di fonti scritte ad almeno duecento anni dalla conversione. Tuttalpiù abbiamo uno schizzo, è uno schizzo che non è dimostrato essere veritiero! Con gli elementi che abbiamo alla mano, inoltre, non è assolutamente possibile creare un’immagine dettagliata dello svolgimento del momento religioso, e qualsiasi forma religiosa neopagana attuale non può essere presa come riferimento per immaginarsi la realtà religiosa del mondo nordico precristiano, la quale rimane tuttora avvolta, in larga parte, dal mistero.


Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

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