La cristianizzazione dell’Islanda è uno dei capitoli più affascinanti della storia del Paese. Si tratta anche di uno dei capitoli che meno attraggono gli studenti e i curiosi. Molto stranamente, devo dire, perché in ambito accademico essa è stata studiata – e viene ancora studiata – in modo molto approfondito, non mancando mai di rivelare aspetti davvero incredibili di questo Paese così particolare. Probabilmente si tratta di uno dei tanti fallimenti comunicativi da parte degli accademici nei confronti del pubblico. Nostra culpa.

Non ho intenzione di andare a fondo della questione con questo articolo, per questioni di spazio, ma vorrei sfatare un certo mito che tende a circolare negli ambienti non accademici, che si accompagna poi a tutta una serie di preconcetti poco seri sulla cultura di questo Paese, che portano poi i turisti a farsi un’immagine caricaturale dell’Islanda.

Dei tanti aspetti di cui potrei discutere (ma di tanti altri ho già discusso in passato) vorrei concentrarmi su quello religioso perché occupa un posto preponderante nell’immaginario collettivo, incoraggiato anche da alcuni islandesi che hanno fiutato una buona occasione di marketing.

La questione che vorrei discutere ruota intorno a una falsa credenza che può essere riassunta così:

L’Islanda è una terra pagana, non è mai stata una terra veramente cristiana. Le credenze pagane sono sopravvissute e sono state praticate in segreto fino a oggi. 

Per darvi un’esempio concreto di come questo tipo di asserzione si manifesta, eccovi uno stralcio da un articolo:

“Icelanders have never really been strictly Christian, when they accepted Christianity, they did so under the condition that they be permitted to quietly practice paganism.”

Gli islandesi non sono mai stati propriamente cristiana; quando hanno accettato il cristianesimo lo hanno fatto a condizione di avere il permesso di mantenere in privato le pratiche pagane.

Questo è il jolly che viene sempre sfoderato quando si fa notare che gli islandesi hanno deciso spontaneamente di diventare cristiani nemmeno 70 anni dalla loro nascita come nazione, e che per lo scorso millennio fino a oggi, sono stati una nazione cristiana e tutt’ora il cristianesimo luterano è la religione di stato. Quello che si vuole suggerire con questa asserzione è che nonostante l’ufficialità del Cristianesimo (ovvero questa religione che per molti è noiosa, poco accattivante, o addirittura patetica, nella quale si predicano concetti molto poco virili e vichinghi come porgere l’altra guancia e amare il prossimo tuo come te stesso), gli islandesi avrebbero continuato ad essere pagani. L’argomento viene spesso corroborato (a sproposito) citando (incompletamente) una fonte antica, l’Ísledingabók (“Libro degli islandesi”) del prete Ari fróði, un libello storico composto nel 1100 con una curvatura decisamente cristiana. In esso viene detto che (traduzione mia dall’antico islandese):

Allora [nell’anno 1000, quando l’Islanda decise di diventare cristiana con sentenza del parlamento nazionale] fu stabilito per legge che tutti gli uomini dovessero essere cristiani e battezzati […]; ma riguardo all’esposizione degli infanti e al consumo di carne di cavallo la vecchia legge sarebbe rimasta in vigore. Si poteva sacrificare [agli dei pagani] in privato, ma se scoperti era necessario pagare una multa.

Ciò sembra suggerire che gli islandesi avrebbero adottato un cristianesimo solo “di facciata”, e sembrerebbe donare credibilità all’asse ragione della continuità dell’elemento pagano.

Sfortunatamente, ho anche io un jolly da giocare: si tratta della frase immediatamente successiva, che viene spesso convenientemente omessa:

Dopo pochi inverni queste pratiche pagane furono abolite come le altre. (Íslendingabók, cap. VII)

Troviamo anche un corrispettivo nel capitolo 12 della Kristni saga, ovvero “Saga del Cristianesimo”, un testo scritto con tutta probabilità nel 1100, anche se i testimoni più antichi appartengono al secolo successivo. Narra delle interessanti ed emozionanti vicende che hanno accompagnato la conversione. In essa ci viene detto ugualmente che:

Questi costumi pagani furono aboliti qualche inverno più tardi.

Nella nota all’edizione critica della Íslendingabók, viene spiegato che in un’altra saga, quella di Re Óláfr il santo (Óláfs saga helga) viene detto esplicitamente che gli islandesi hanno emendato le loro leggi cristiane secondo le indicazioni di re Óláfr, mentre Snorri ci dice più precisamente che ciò sarebbe avvenuto “presto durante il suo regno”. Ciò significa una data di poco posteriore al 1015, data in cui Óláfr prese il trono, per cui le leggi islandesi sarebbero state emendate secondo i dettami del pio e cristianissimo monarca norvegese. Sicuramente è possibile che per quella data gli islandesi avessero già provveduto a rimuovere le dispense speciali per le pratiche pagane, ma anche se così non fosse stato, queste devono giocoforza essere state rimosse con la riforma legale partita per iniziativa del re di Norvegia. Quindi parliamo di una ventina di anni massimo, ma è possibile che fossero molti meno, in cui le pratiche pagane erano tollerate.

Poi, volendo, possiamo aprire il discorso (ma applicarlo a tutte le culture del mondo – non soltanto quando ci fa politicamente o ideologicamente comodo), e cercare di stabilire se si possa parlare di cristianesimo quando così tanti elementi precristiani sopravvivono in qualche forma (è l’eterno dibattito su chi abbia dritto ad appropriarsi delle festività natalizie, o sulla festa di Halloween/Ognissanti).

Per come la vedo io, la questione è molte semplice: fa fede l’etichetta. Se un popolo si considera cristiano, per quanto idiosincratico il suo modo di praticare il cristianesimo possa essere (e il cristianesimo islandese non è mai stato tanto più idiosincratico di quello italiano, copto o portoghese, a dire il vero), quel popolo è cristiano. Non sta scritto da nessuna parte che una cultura o una religione debbano giocoforza creare tutti i loro elementi ex novo, altrimenti non hanno il diritto di considerarsi culture o religioni autonome. Sarebbe un’aspettativa ridicola, perché si fa davvero fatica a trovare una cultura o una religione che sia rimasta immune da influenze esterne. Secondo questo ragionamento, dunque, gli Islandesi – mi duole ammetterlo – si sono considerati cristiani per 1020 anni su 1150 della loro storia. Abbiamo 130 anni di paganesimo e 1020 di cristianesimo.

Altra asserzione tratta dal medesimo articolo di cui sopra, ma molto comune sotto svariate forme:

“It’s not that people necessarily believe in the old Norse gods or have secret ceremonies in their basement, she said. Instead, pagan values are ingrained into our culture.”

Non è che la gente creda necessariamente agli dei norreni o tenga cerimonie segrete nei seminterrati. Semmai certi valori pagani sono radicati nella nostra cultura.

Asserzione antropologicamente inconsistente e priva di fondamento. Intanto gli islandesi di oggi non espongono i bambini deformi per lasciarli morire, non sono una società ispirata ai valori pagani rintracciabili nelle fonti antiche (fonti che – ricordiamo – sono state scritte da cristiani). Gli islandesi, oggi, sono una società moderatamente social-democratica con molti aspetti economici neo-liberali. La loro visione della storia è quella lineare cristiana e non quella ciclica pagana. La loro mentalità rispetto al resto della società e al ruolo dell’individuo, la loro etica del lavoro sono un frutto della cultura cristiana. L’asserzione per cui l’Islanda sarebbe una cultura permeata dal paganesimo è talmente inconsistente e vuota da non meritare discussione, se non per chiedere una dimostrazione concreta della sua veridicità.

A questa richiesta viene di solito risposto con la presenza del folklore sul popolo nascosto. Altra risposta assai poco seria, perché il soprannaturale del folclore islandese, oltre ad essere inquadrato in un’ottica cristiana già dagli autori più antichi, possiede dei paralleli in qualsiasi altra terra europea, inclusa l’Italia. La nonnina meridionale che crede nel folletto detto Munaciello, non è pagana nemmeno se le origini di questa creatura del folclore napoletano si possano dimostrare essere precristiane. Esiste tutto un sottobosco di pratiche inquadrate come cristiane in Italia, dalla processione con i serpenti, alla creazione di santuari ai crocicchi…tutte pratiche con origini probabilmente precristiane. Difficilmente però possono valere come prova della non-cristianità della società italiana in epoca storica. Sostenere che gli italiani non sarebbero mai stati veramente cristiani è una affermazione talmente inconcepibile da far ridere. Lo stesso concetto espresso sull’Islanda, però, viene stranamente preso sul serio.

L’articolo che ho citato sopra come esempio riporta il pensiero di una giornalista che si auto-definisce “atea”, ma che non nasconde una “simpatia” per la religione neopagana Ásatrú, ovvero il nome moderno della religione contemporanea creata a tavolino qualche decennio fa ispirandosi al pantheon norreno. Non esisto fonti antiche dettagliate che descrivano il tipo di rituali e il cerimoniale tipico della religione pagana nordica. Possiamo estrapolare qualche elemento da alcune vaghe descrizioni scritte in avanzata età cristiana – quindi poco attendibili – e su ambigue e scarse prove archeologiche. Per profonde e complesse ragioni psicologiche e culturali, molti esseri umani hanno un innato rispetto per ciò che è venerando. Vecchio – detto terra terra. Significa che una religione inventata duemila anni fa, che ha lasciato un segno profondo in diverse culture, e un’eredità culturale importante, per quanto le sue scritture e pratiche e possano apparire incongrue rispetto alla nostra sensibilità attuale, verrà sempre presa più sul serio (sia che se ne discuta nel bene, sia nel male) di una religione inventata qualche anno fa da gente che si annoiava e aveva voglia di giocare.

Mi preme sottolineare che non c’è nulla di male nell’inventarsi religioni e rituali, ma quello che c’è di male è il voler attribuire loro il valore aggiunto della longevità per far sì che essi vengano presi più sul serio. Quindi come si procede? Si allude vagamente, si sottintende, si insinua… insomma si cerca di far passare l’idea secondo cui i falò nel giardino e le lattine di birra ammaccate siano in realtà l’espressione moderna di una tradizione plurimillenaria. Spero che detto così faccia ridere, perché dovrebbe far ridere in ogni caso.

Oltre ad essere una creazione nuova per quanto riguarda i rituali, anche la filosofia di questa nuova religione non si può dire mostri molta coerenza rispetto a quella antica. Viene espressa in toni volutamente vaghi, probabilmente per far presa su quante più persone possibili, cosa assai ardua in un mondo e in una società così pluralistica come la nostra. Antiche istituzioni come la chiesa cattolica riescono ancora ad avere un ruolo perché funzionano come un ponte per le persone con il loro passato e la loro storia, e posseggono quell’autorità conferita loro dalla tradizione, che una religione neopagana non avrà mai (se non tra duemila anni!). Leggendo le opinioni dei “sacerdoti” neopagani di questa organizzazione, si ha l’impressione di assistere a uno sketch di Tognazzi: “antani. Come se fosse antani. La supercazzola è brematurata con scappellamento a destra”. Dal punto di vista antropologico sono, a mio avviso, un movimento di protesta, sicuramente di evasione, e in certe sue manifestazioni anche identitario e nazionalistico. Infatti, nonostante gli sforzi profusi dalle figure di spicco di questi culti per smarcarsi da ciò, queste nuove religioni ispirate al paganesimo germanico finiscono sempre per attrarre la crème de la crème delle frange neo naziste e suprematiste bianche. Un problema con il quale chi auspica una versione liberal e all-inclusive di questi movimenti si trova costantemente a fare i conti.

Viene spesso detto, o suggerito, che la religione Ásatrú sia in rapida crescita in Islanda. Sembra quasi vogliano far pensare ai lettori che ciò che sta succedendo è che numerosi pagani rimasti nascosti per generazioni stiamo finalmente uscendo allo scoperto. La realtà però è che molti si sono affiliati a questa nuova religione per protesta contro la chiesa di stato luterana, anche lei vittima di numerosi scandali come quella cattolica. Non si tratta dunque di una questione di credo, ma di pura politica. Senza contare che il numero di “fedeli” neopagani si aggira intorno ai 4000 (dei quali solo poche decine sono praticanti). Per darvi un’idea, i cattolici islandesi sono circa 13.000 e i luterani 232.500. Questi numeri non fanno decisamente dell’Islanda una nazione pagana.

Non dico, ripeto, che ci sia alcunché di male. Non dico che il Cristianesimo sia positivo per via della sua età e le religioni neo-pagane nordiche inventate negli ultimi anni siano negative o meritevoli di scorno. La gente può fare quello che vuole, nei limiti della libertà altrui. L’importante è non distorcere la storia con fini politici.

L’Islanda non è più pagana di qualsiasi altra nazione europea.