«[…] a volte nei posti piccoli la vita diventa più grande»

È una delle domande che mi vengono poste più spesso (forse seconda solo a “che possibilità ho di vedere l’aurora boreale?”). Lo capisco bene: nell’immaginario italiano l’Islanda è un concetto abbastanza vago. Sicuramente c’è tanto freddo, forse mancano le verdure, sicuramente la gente fa vita estrema da pionieri ai tempi della corsa all’oro, e pare che ci sia buio tutto l’anno…o qualcosa del genere.

Perché mai un italiano, tutto sommato privilegiato, essendo nato e cresciuto nel Nord Italia, quindi in uno dei luoghi con la qualità della vita più alta del mondo, un luogo super connesso, dal quale è facilissimo spostarsi per andare alla volta del mondo, con tutte le possibilità che ciò comporta, avrebbe scelto di andarsi a isolare su uno scoglio incrostato di ghiaccio nell’oceano Atlantico settentrionale, a ridosso del circolo polare artico?

La verità è che l’Islanda non è così fredda, che è super avanzata e tecnologica, che la frutta esotica, così come arriva in Italia dall’Argentina arriva benissimo anche qui dalla Spagna e dall’Italia e dal resto del mondo, che la società è molto dinamica e innovativa, l’economia abbastanza differenziata in rapporto alle dimensioni, e i collegamenti aerei sono eccellenti grazie alla posizione dell’isola che fa da ponte tra Europa e Americhe.

Il motivo per cui sono venuto inizialmente a vivere in Islanda probabilmente lo sapete già. Sono venuto per studiare. E poi sono capitate varie cose.

Ero già venuto, a dire il vero, nel 2013, come turista. Era mentre mi trovavo a Edimburgo per il mio anno Erasmus, quando ero ancora studente in lingue scandinave. Avevo già studiato letteratura medievale islandese e letto alcuni testi antichi e moderni. L’Islanda mi piaceva come idea culturale. Avevo trovato un’offerta 100€ andata e ritorno con easyJet da Edimburgo e una gentilissima signora Svizzera su couch surfing, la quale oltre a ospitarmi gratuitamente in cambio di qualche storia, mi ha dato consigli utilissimi per le escursioni.

Appena sceso dall’aereo, la prima impressione non fu delle migliori: la penisola di Reykjanes è un grigio campo di lava macchiato di verde muschio, il cielo era grigio e la strada che mi ha portato all’alloggio era piuttosto sconnessa. Sembrava una periferia povera, ma era soltanto perché i miei occhi non erano ancora abituati all’Islanda. Ho avuto una sorta di epifania dietro all’altra. Andando a cavallo, visitando il circolo d’oro, andando a vedere le balene…ma soprattutto, quello che mi ha colpito di più è stato un signore – che dopo due anni avrei scoperto essere Skjöldur, proprietario di un bar e di un negozio di abbigliamento elegante in centro – il quale mi ha raccattato dopo che mi ero perso nella zona di Grandi, dove ero andato a infrattammo inavvertitamente mentre cercavo di raggiungere il faro di Seltjarnarnes a piedi. Non solo si è fermato a raccattarmi, ma dopo una chiacchierata in auto dove gli ho raccontato che ero studente di lingue scandinave con la passione per il medioevo islandese, mi ha mollato davanti al suo bar, che si trovava vicinissimo al mio alloggio, dove ha detto alla ragazza al bancone di allungarmi due birre. Questo è stato il mio primo contatto diretto con un islandese, e ha avuto ricadute importanti sulla mia vita a venire.

Dopo qualche giorno di visite ed esperienze, quindi, ho deciso di tornare in Islanda per provare a viverci. Non sapevo bene perché, a parte che mi andava. Avevo una laurea in lingue scandinave e la prospettiva di andare avanti a studiare finché potevo, post-ponendo il più possibile il momento fatidico del mio ingresso nel crudele mondo del lavoro post-crisi. Così ho trovato un corso di laurea magistrale in studi medievali islandesi. Era della durata di un anno solare, quindi mi sembrava una soluzione meno impegnativa dal punto di vista economico. Ho fatto domanda a febbraio. Ricordo ancora il momento di scrivere l’indirizzo dell’Università sulla busta con i documenti…avevo paura ma anche speranza. Ad aprile del 2014, mentre passeggiavo per Cremona con un mio amico francese della scuola di liuteria, ho ricevuto la mail fatidica di accettazione.

Mi sono buttato senza pensarci troppo. Finito quell’anno magari avrei provato ad accedere a un dottorato in Italia. Magari no. Ma a 23 anni gli anni sembravano ancora troppo lunghi per poter pianificare più in là di 12 mesi.

Poi sono arrivato in Islanda. Il 22 agosto 2014. Ho ancora il batticuore se penso a quel periodo. Sono successe tante cose, belle e brutte, ma il risultato è stato che sono rimasto. Un po’, sarò onesto, me lo ero aspettato. Immaginavo che le probabilità di restare erano abbastanza alte, ma non ci avevo pensato più di tanto. Sono sempre stato così. Vivo molto nel presente e penso poco al futuro. Questo mi ha aiutato molto, perché ho visto che le persone che pensano troppo al futuro si rovinano il presente con dilemmi insolubili, e il loro futuro non è necessariamente migliore per via di tutto il rimuginare e programmare che hanno fatto.

Ovviamente – come chi mi segue da tempo sa già molto bene – non è tutto perfetto in Islanda, e come tutti dovrebbero capire, non è un Paese perfetto né migliore dell’Italia: alcune cose funzionano meglio e altre peggio. Se l’Islanda è un posto migliore dell’Italia dipende in larga misura da quello di cui una persona ha bisogno per essere soddisfatta della sua vita. Nel mio piccolo, i fattori che hanno inciso sulla mia decisione di restare qui sono i seguenti:

  • Meno è meglio: non sono e non voglio fare il guru che predica il minimalismo, né tantomeno la Mari Kondo, che dopo averla sentita dire che dovremmo avere massimo una trentina di libri in una stanza ho deciso di non ascoltare più. Ho la casa che esplode dai libri, e ci mancherebbe! Sono un accademico e trovo nei libri la mia gioia. Non lavoro in un ufficio sterilizzato con una scrivania vuota e soltanto un iMac sopra di essa, come fanno gli impiegati di banca islandesi. Le pile di libri sono parte del mio lavoro e mi piace tantissimo così. Tuttavia, il concetto di “less is more” rimane qualcosa che vale la pena indagare. Sembra una banalità, ma vivere a ridosso della natura selvaggia, sull’orlo del mondo abitabile, ti fa apprezzare di più l’essenziale. In Islanda ci sono meno case, meno persone, meno strade, meno svincoli autostradali, meno zone industriali, meno cavalcavia, meno periferie degradate…c’è una città, tutto sommato piccola, abbastanza ben tenuta e con molto di più di quanto ci si possa aspettare da una città di quelle dimensioni, e poi la natura gloriosa.
  • La cura per l’ansia: in Islanda nulla accade in tempo. Pochi sono i piani seguiti e rispettati. È comprensibile in una terra che è preda dei capricci della natura. Non sviluppi un senso di organizzazione se la natura ti costringe sempre a cambiare i piani in itinere. L’Islanda mi ha insegnato che il mondo non si divide tra le persone brave e operose che lavorano e rispettano le scadenze, e quelle pigre e svogliate che non lavorano e fanno tardi; piuttosto si divide in una miriade di trame storiche che portano popolazioni diverse a sviluppare approcci diversi alla vita, e fare gerarchie di qualunque tipo è, se non razzista, molto arrogante e ignorante. Quando vivi in un Paese con tantissima flessibilità rispetto agli imprevisti, e tantissima tolleranza per le deviazioni dai programmi, impari a scrollarti di dosso quell’ansia perfezionistica che potresti aver maturato crescendo nel triangolo industriale Lombardo. Così nei viaggi in Islanda, come dico sempre ai turisti: non puoi farti la scaletta contando i secondi tra una meta e l’altra e mettere il timer quando sei ai piedi di un ghiacciaio millenario. Queste cose vanno assaporate con i tempi dell’anima, il percorso va aggiustato e magari improvvisato in itinere, per dare spazio alla sorpresa, all’improvvisazione, ma anche per adattarsi ai frequenti imprevisti di natura climatica e naturale. Grazie a ciò, ho molto meno stress nella mia vita: se le cose non vanno come mi aspettavo, non è mai una tragedia. Ci si reinventa.
  • La bassa antropizzazione: in Islanda puoi camminare per ore senza vedere l’ombra di una strada, di fili della corrente, di blocchi di cemento…non c’è spazzatura che si accumula ai bordi delle strade, o discariche abusive. Qui in Italia, molti degli scorci più belli sono spesso sfregiati da altre strutture costruite dell’uomo.
  • La ridotta popolazione: non me ne vogliate, ma io in mezzo alla gente mi sento una formica inutile. Nelle grandi città mi viene la depressione, perché mi sento come un nulla nel cuore di uno stormo sfarfallante di cavallette. Interpreto così la citazione di Jón Kalman “a volte nei posti piccoli la vita diventa più grande”. Quando non è in mezzo a un grande a mucchio, ma sola con la natura islandese sullo sfondo, la mia vita mi appare più grande, bella e speciale. Il pensiero di quanta gente ci sia che sappia fare tutto quello che so fare io (e magari anche molto meglio) in un posto come Londra, New York, o la stessa Milano, mi riempie di angoscia, mi costringe a contemplare la piccolezza e l’ininfluenza della mia vita. In Islanda questo non mi succede.
  • L’informalità: in Islanda non si usano titoli. In Italia ho conosciuto personaggi di una deferenza assoluta rispetto all’autorità. Addirittura nel Sud ho sentito dei clienti di un supermercato rivolgersi al responsabile del punto vendita come “direttore”. 🙄 Io, nel bene e nel male, non riesco a rispettare l’autorità per il suo essere autorità. Mi prostro invece all’autorevolezza. Per questo a scuola davo del filo da torcere ai professori che puntavano sul rispetto dei ruoli per avere il rispetto dei ragazzi. Io rispettavo naturalmente gli insegnanti dei quali riconoscevo il valore umano e professionale. In Islanda titoli o altro hanno un valore secondario. La gente usa sempre il nome proprio per rivolgersi al prossimo (il dottore, il capo ufficio, il prete…sono tutti “tu” e si chiamano solo con il loro nome di battesimo o addirittura con una forma abbreviata.

Quando mi hanno intervistato su Radio 2 nel programma Prendila così, mi hanno detto di avermi chiamato perché la trasmissione si occupa di dare risalto al fallimento, di fronte all’idolatria del successo presente nella nostra società, e a loro sembrava che per un italiano andato in Islanda a fare studi medievali il fallimento dovesse essere qualcosa di sempre presente. Ci hanno azzeccato. Io non so per quanto tempo riuscirò a lavorare in università, visto l’abbandono in massa di tante menti brillanti che bramano una sicurezza che questo lavoro non dà quasi mai. Però nel caso dovessi fallire, sento che in Islanda sarebbe molto più facile per me reinventarmi: qui non esiste il concetto di “esodato”, se resti senza lavoro, puoi farti dei corsi di abilitazione a qualche altra professione, magari con un contributo del tuo sindacato, e ricominciare a fare altro. Quando si è in pochi, non c’è spazio per una specializzazione come quella delle grandi società. Non fai il piastrellista una vita. Puoi imparare a fare mille altre cose. Ovviamente è difficile che diventerai bravo come un italiano che ha fatto solo il piastrellista per una vita, ma non essere in grado di allineare perfettamente le fughe delle mattonelle del muro a quelle del pavimento mi sembra un prezzo onesto per non essere vittime di un mercato del lavoro che dopo averti tenuto in ballo per decenni con un impiego, decide di buttarti via senza appello perché qualche innovazione tecnologica ha reso la tua esperienza inutile.

Vivendo in un villaggio globale, significa anche che basta essere più bravi dei più bravi anche solo di frazioni infinitesime per potersi prendere tutto. Se sei un campione di corsa nella tua comunità, non importa quanto tu sia veloce perché nel mondo ci sarà qualche stronzo che è più veloce di te di qualche millesimo di secondo. Quasi nulla, eppure quanto basta per farti sentire defraudato di parte del tuo valore agli occhi della tua comunità.

L’Islanda, pur essendo tanto parte del mondo come l’Italia, resta una società piccola dove – nella vita di tutti i giorni – servono tutta una serie di abilità che non si può pretendere siano al sempre a livelli di primato mondiale. Non è un elogio della mediocrità, ma la dimostrazione che non serve il massimo dei massimi per far funzionare bene una società. Per gente competitiva come noi italiani è molto difficile da capire, ma è qualcosa che può davvero rendere la vita degna di essere vissuta per tanti. Senza contare che ciò non preclude l’emergere di genialità a livello mondiale, come il mondo della musica islandese può testimoniare. Per una nazione di 360.000 persone, l’Islanda è sicuramente campionessa nello sfornare talenti. Pensate magari alla loro nazionale. Non si può dire che non siano bravi. Sono meno bravi di altre squadre soltanto di frazioni infinitesimali di prestazione, quanto basta perché non vincano i mondiali, ma come dice la famosa canzone degli 883:

Gli altri segneranno però

Che spettacolo quando giochiamo noi

Non molliamo mai

Loro stanno chiusi ma

Cosa importa chi vincerà

Perché in fondo lo squadrone siamo noi

Gli islandesi non segnano, ma giocano molto bene, e il grande gioco che è la vita (cit.) è davvero bello qui in Islanda, almeno per me. Per questo rimango. Per questo continuo a giocare qui, e anche se non riuscirò a segnare mi sarò goduto tutta la partita.

[E adesso basta con le metafore calcistiche perché io detesto il calcio!]