Jón Árnason e il folclore islandese

L’Islanda, si sa, è una terra magica; e nulla cattura meglio la sua magia dei racconti popolari e delle fiabe locali. In Islanda si fa fatica a trovare un angolo, un elemento del paesaggio, montagna, cascata, roccia, che non sia in qualche modo associato ad un racconto che sconfina nel soprannaturale. I famosi elfi, il popolo nascosto, figurano spesso, ma in questi racconti troviamo anche troll, giganti, fantasmi, sirene, stregoni e spiriti di varia natura.

Una volta, per conoscere questi racconti, ci si poteva recare sul posto è interrogare gli abitanti della zona. Questi avrebbero indicato qualche angolo del paesaggio e raccontato storie ad esso associate. Si trovano ancora persone in grado di farlo ma, come per tutte le cose, la memoria va svanendo nel corso delle generazioni. Non dobbiamo disperare però, perché grazie agli sforzi di un filologo islandese ottocentesco, possiamo contare su una completissima e ricchissima raccolta di racconti popolari e fiabe islandesi. Questo signore si chiamava Jón Árnason (pronunciato più o meno “ióun àutna-suon”, ovvero Jón figlio di Árni).

Jón nacque nel 1819 a Hof, presso Skagaströnd, nel nord dell’Islanda (da non confondere con l’oggi ben più famoso Hof nel sud-est). Divenne il primo “Bibliotecario nazionale d’Islanda” un titolo riservato per il gestore della biblioteca nazionale, e lavorò come insegnante e gestore della Scuola di Latino di Reykjavík, l’erede dell’antica scuola sita nella diocesi di Skálholt, trasferita da poco a Reykjavík. Prima che l’attuale palazzo del parlamento venisse costruito, l’assemblea si riuniva nell’edificio di questa scuola, che oggi ospita il Liceo classico di Reykjavík, sulla Lækjargata, via che collega il laghetto Tjörnin all’auditorium Harpa, sulla riva del mare.

Nel corso dell’Ottocento, quasi come reazione di rigetto al percepito fallimento degli ideali universalisti e razionalisti dell’Illuminismo, che aspirava a portare progresso e diritti, ma che non raggiunse tali obiettivi, il mondo intellettuale si spostò sul piano nazionale. L’asticella del potere si spostò significativamente dalla nobiltà (con la sua prospettiva internazionale) alla borghesia, e anziché cercare la fratellanza e la comunanza per tutta l’umanità, basata su ideali classici, si prese a scavare nel passato alla ricerca di miti fondanti per il passato nazionale, e di espressioni culturali popolari che meglio si prestassero all’affermazione dell’unicità e dell’originalità dei popoli. È stato un’atteggiamento che ci siamo “trascinati” fino all’alba del secolo XXI, quando gli studiosi hanno iniziato a cercare di più i punti di contatto e le influenze interculturali, e a trattare meno le tradizioni nazionali come monoliti. Fino a pochi anni fa, ad esempio, negli studi islandesi si poneva l’accento sulle saghe dedicate ai colonizzatori dell’Islanda, percepite come pura e autentica espressione di una cultura ben delimitata e indipendente. Le saghe che tradivano inequivocabili influenze straniere venivano snobbate e considerate inferiori. Oggi si pone invece l’accento su come tutto il corpus dele saghe sia in realtà il frutto di un sincretismo culturale, e anche prodotto dell’avvento del Cristianesimo e della rivoluzione culturale che esso ha comportato. Le saghe che si concentrano su materiale straniero, come quelle ispirate alle gesta di Carlo Magno, re Artù, Alessandro Magno etc. sono oggi viste come un’espressione della sofisticazione culturale islandese, e testimonianza della partecipazione degli islandesi alla vita intellettuale dell’Europa cristiana medievale.

Nell’Ottocento, però, prevaleva una ricerca per l’individualità, per quello che differenzia e non per quello che accomuna; e dal momento che la cultura popolare è stata tendenzialmente meno internazionale della cultura “alta”, si andò a scavare in essa alla ricerca della presunta identità più autentica dei popoli.

Un primissimo esempio di questa tendenza sono i cosiddetti Poemi di Ossian, pubblicati nella seconda metà del Settecento da James MacPherson, il quale sosteneva di averli tradotti da antichi manoscritti gaelici, ma è quasi sicuro che li abbia scritto lui stesso a partire da tradizioni orali. Questo signore voleva offrire al popolo gaelico scozzese un’epica fondante paragonabile a quelle omeriche e all’Eneide. Qualche decennio più tardi, anziché comporre prodotti nuovi sulla base di tradizioni orali più o meno antiche, due insigni filologi tedeschi, i fratelli Jakob e Wilhelm Grimm, si misero a raccogliere e a catalogare le fiabe e i racconti popolari della tradizione tedesca.

Il loro esempio fu seguito dall’islandese Jón Árnastofnun, che assieme al collaboratore Magnús Grimsson pubblicò la prima edizione di “Fiabe islandesi” nel 1852, senza riscuotere grande interesse. In seguito, spinto dall’incoraggiamento di uno studioso tedesco, Jón completò la raccolta, che venne pubblicata in due volumi a Lipsia, nel 1862 e poi di nuovo nel ‘64, con il titolo Íslenzkar Þjóðsögur og Æfintýri “Racconti popolari e fiabe islandesi”, in due volumi. Questa edizione fu rinnovata e pubblicata in sei volumi a metà del Novecento.

Si tratta di un lavoro monumentale, suddiviso per oggetto, così che si hanno storie sugli elfi, sui troll, sui fantasmi, sulle sirene, sulle fylgjur (sorta di spiriti protettori/totem). Negli indici si trova la lista dei toponimi, così che se siete innamorati di un luogo particolare dell’Islanda, potete cercarne il nome e vedere se ci sono storie ad esso associate. Ho constatato con piacere che la cara fattoria di Hörgsland è menzionata in un gran numero di racconti.

Oggi queste storie sono molto spesso tradotte e pubblicate in brevi raccolte o selezioni. Una delle quali è reperibile in italiano con il titolo Fiabe islandesi. L’edizione completa, arricchita da numerosi commenti, note e saggi esplicativi, è relativamente difficile da trovare anche qui in Islanda, ma è un autentico tesoro culturale. Io sono riuscito a procurarmela in un negozio dell’usato annesso ad una chiesa. È costata un occhio, ma poter consultare liberamente questa raccolta è qualcosa che non ha prezzo.

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