La pronuncia delle lingue antiche, il caso dell’Islandese

Un argomento assai dibattuto nello studio delle lingue antiche, riguarda le regole da utilizzare per la lettura ad alta voce: quando studiamo greco e latino impariamo un insieme di regole volte a creare una base comune per la comprensione. Tuttavia, le abitudini fonetico-articolatorie proprie di ogni parlante fanno sì che ogni pronuncia sarà colorita da un particolare “accento”, esattamente come un inglese che avrà un accento più o meno inglese quando parlerà italiano.

Non c’è nulla di male nell’avere un particolare accento, ma salvo serie difficoltà nel pronunciare suoni a noi molto ardui, tutti possiamo essere concordi che una certa approssimazione che tenda all’esattezza nella riproduzione dei suoni originali di una determinata lingua ha un valore intrinseco e un ruolo importante ai fini della comprensione. Se, ad esempio, non causa particolari problemi pronunciare una “o” inglese come un “ou” italiano, anche se l’originale non è esattamente così, pronunciare la “i” breve come una “i” italiana è invece problematico perché si perde la distinzione tra numerosi vocaboli: ship vs sheep, fit vs feet, shit vs sheet. La “i” breve inglese si pronuncia quasi come una “é” chiusa italiana, mentre “ee” come una “i” italiana.

Sappiamo anche che le lingue vive mutano nel tempo, e lo fanno più rapidamente di quanto gli uomini normalmente impiegano per adeguare l’ortografia ai cambiamenti. Ecco che dunque abbiamo lingue, come l’inglese o il francese, con una grafia che rispecchia la pronuncia di 800 anni fa, piuttosto che quella odierna.

Ovviamente i cambiamenti si accumulano nei secoli, e prendendo come riferimento un secolo piuttosto che un altro, possiamo avere un’infinità di diverse pronunce della stessa lingua. La faccenda è ulteriormente complicata dal fatto che anche in passato, come oggi, una “lingua” era un insieme di varietà che presentavano differenze tra una zona e l’altra, o tra una classe sociale e l’altra. Dai graffiti di Pompei sappiamo, per esempio, che in piena età classica, il latino parlato dalla gente comune era già ben avviato verso quello che potremmo definire proto-romanzo. In altre parole, esistevano già tutta una serie di “errori” che sono poi diventati le “regole” delle lingue romanze. Alla luce di questo, pronunciare Cicerone con la pronuncia dell’epoca non è una questione priva di controversie, visto che la pronuncia era già diversificata in varietà differenti.

Perché, però, importa così tanto quale pronuncia scegliere? La verità è che l’importanza della pronuncia è relativa all’uso che uno deve farne: leggere la prosa di Cicerone con una pronuncia volta ricostruita dell’epoca, o con la pronuncia dell’italiano (la cosiddetta pronuncia ecclesiastica o medievale) non fa nessuna differenza se a uno interessa studiare il contenuto e lo stile dell’autore latino. Se invece uno vuole studiare la poesia di Virgilio, ecco che la pronuncia italiana non è più uno strumento valido, perché con essa si va a perdere la metrica originale, con le alternanze di vocali brevi e lunghe. In quel senso, siccome la poesia è in un certo senso “musica delle parole”, per poter sentire la musica originale della poesia virgiliana non possiamo prescindere dal leggerla con la pronuncia che essa doveva avere per Virgilio.

Abbiamo perciò due scelte: possiamo usare la pronuncia di una lingua viva che discende da quella antica che stiamo studiando, come quella italiana per il latino o quella islandese di oggi per l’antico nordico, oppure possiamo optare per una pronuncia ricostruita.

Chi di voi non ha mai studiato filologia o linguistica storica, si starà probabilmente chiedendo come facciamo a ricostruire i suoni di lingue non più parlate, e presto detto, in genere ci affidiamo ai seguenti indizi:

1) La grafia: le lingue antiche erano sotto una pressione minore di standardizzazione, e chi scriveva tendeva a “scrivere come pronunciava”. Dunque noi diciamo “césar” quando leggiamo Caesar in latino, ma questa è la pronuncia risultante da una serie di mutamenti fonetici, e l’originale doveva rispecchiare più esattamente la pronuncia, ed essere qualcosa come “kàe-sar”.

2) La poesia: sappiamo che l’inglese di Shakespeare era pronunciato diversamente da quello odierno perché rime e giochi di parole non funzionano in inglese attuale, ma rimavano e funzionavano nella pronuncia di Shakespeare.

3) I trattati coevi: in passato diversi autori hanno dedicato testi alla questione della pronuncia della loro lingua, e alcuni di questi erano assai precisi. Troviamo autori latini che insistono a raccomandare la pronuncia della h, segno che evidentemente la gente comune non la pronunciava più, autori inglesi che invitano alla pronuncia della r in tutte le posizioni, segno che essa aveva già preso a scomparire in alcuni dialetti. Per l’antico islandese abbiamo un trattato che ci spiega chiaramente l’esistenza di vocali nasali, che però dovevano già essere in via di sparizione al momento della stesura del trattato stesso, dato che in nessun testo islandese antico pervenutoci sono rimaste tracce grafiche di queste vocali nasali, che chiaramente erano state ereditate da fasi più antiche della lingua norrena comune per poi fondersi con quelle orali (“normali”), queste vocali nasali oggi sono sopravvissute soltanto in un oscuro dialetto svedese, che è anche una bella conferma di come l’autore di quel trattato antico islandese non possa essersele sognate!

Con queste informazioni si può procedere a ricostruire le pronunce del passato.

Ciò detto, bisogna anche ricordare che le pronunce ricostruite sono di norma strumenti imperfetti: tanto per cominciare non tutti i suoni sono ricostruibili con ragionevole precisione, e molti punti sono destinati a restare dibattuti, e poi, mancando punti di riferimento “vivi”, ovvero parlanti nativi sui quali possiamo modellare la nostra pronuncia, finiamo sempre invariabilmente per trasformare queste ricostruzioni in un minestrone sconclusionato di elementi ricostruiti e di cattive abitudini personali. Mescolando la pronuncia della nostra lingua madre in modo molto più pesante di quello che un semplice “accento straniero” implicherebbe.

Ecco dunque che in Paesi le cui lingue non mostrano i nostri suoni ci/gi risulta molto comodo pronunciare Caesar come “kàesar”, secondo la pronuncia ciceroniana ricostruita, ma quando si tratta di produrre le vocali nasali del latino classico dello stesso periodo, scritte –am; –um; –em etc. ecco che tutto l’amore per la pronuncia originale ricostruita scompare, e questi suoni sono pronunciati come una normale sequenza di vocale+m. Perché? Perche poche lingue (come il francese) hanno questi suoni, e l’uso della pronuncia ricostruita diventa un po’ una scusa per scegliere à la carte solo quelle regole che ci tornano più comode.

Per farvi un esempio pratico con l’islandese antico, posso citarvi il caso di un altrimenti bravissimo professore di antico nordico che pubblica video informativi su YouTube, il quale sostiene di utilizzare la pronuncia ricostruita anziché quella viva dell’islandese contemporaneo perché più filologicamente sensato. Questo gli permette di evitare un gran numero di suoni “difficili” dell’islandese moderno, come le liquide e le nasali sorde (sì, pronunciarle è tanto complicato quanto il loro nome suggerisce), ma poi si permette comunque di ignorare altre regole complicate della pronuncia antica, quando queste gli risultano scomode. Ad esempio, invece di pronunciare á come in islandese moderno (ovvero come l’italiano “au“), sceglie di pronunciarlo con qualcosa di più simile al suo suono antico, che doveva essere una a scura. Peccato che pronunci questa á esattamente nello stesso modo in cui pronuncia o e ǫ, che chiaramente erano suoni ben distinti come i simboli che li rappresentano, oppure a volte gli scappa la pronuncia moderna di ý (che è come una “i” italiana), in luogo di quella antica che è più difficile per un madrelingua inglese (essendo più o meno il suono della “u” francese). Da un lato quindi gli conviene non prendersi il disturbo di pronunciare una lettera á come un dittongo au, dall’altro però non si scomoda a distinguere anche altri suoni che per lui sono innaturali da pronunciare. Altra incongruenza è che pronuncia la lettera “v” con la sua pronuncia inglese o italiana, quando sappiamo che in antico islandese doveva trattarsi della u di “scuola”, ovvero il suono w dell’inglese.

Ho riscontrato questo andazzo in ogni situazione in cui ho avuto a che fare con un uso delle “pronunce ricostruite”. Nonostante esistano cultori abilissimi delle pronuncia ricostruite che le usano sapientemente, ad esempio in famosi canali divulgativi su YouTube, nella maggior parte dei casi, queste pronunce finiscono sempre con il diventare una scusa per evitare le difficoltà delle pronunce moderne, ma quando esse stesse presentano difficoltà, gli stessi difensori di queste pronunce ricostruire sono i primi a infischiarsene per pronunciare come pare a loro.

Per questo motivo, sono un grande sostenitore delle pronunce moderne: perché non puoi scegliere la pronuncia ricostruita del greco antico quando fa comodo, e dunque pronunciare la η come una “è aperta” perché essendo italiano ti viene più naturale, anziché come una “i” come fanno i greci di oggi, ma poi pronunciare φιλοσοφία come “filosofia” (ovvero con la pronuncia del greco moderno) perché da italiano ti costa troppa fatica pronunciarla “p-hilosop-hía” come doveva essere in età classica. Per non parlare poi della questione accenti, usati assolutamente a casaccio nell’insegnamento del greco, per cui il tempio, ναός, viene pronunciato “nàos” anziché “naós”. Mai sentito un singolo insegnante di liceo, sia di greco sia di materie affini (storia dell’arte, storia…), porre l’accento sulla “ó”…e sì che è anche scritto! La pronuncia del greco antico in uso nei licei italiani è una pronuncia italiana del greco. Per una coincidenza ha il vantaggio di permettere la distinzione tra e/o aperte e chiuse, ma pronuncia “all’italiana” tutta una serie di altri suoni che risultano “scomodi” a noi madrelingua italiani. Le pronunce standard moderne ci offrono una base comune su cui possiamo essere più d’accordo rispetto a dibattute ricostruzioni storiche, e si prestano meno ad approssimazioni grossolane dettate dalla pigrizia

Detto ciò, sono essenzialmente un filologo, e studiare pronunce antiche è una grossa fetta del mio lavoro. Sono ben consapevole dell’importanza e dell’interesse dello studio del passato delle lingue per poter interpretare e datare documenti, ad esempio. Ma proprio data la mia dimestichezza rispetto alla disciplina della fonetica storica, trovo davvero poco giustificato il ricorso alle ricostruzioni degli studiosi per l’uso didattico, perché non servono quasi mai allo scopo per cui sono state elaborate, ma sono soltanto delle scuse per non dover sacrificare troppo a imparare le regole di una lingua straniera.

Detto ciò, sono anche un grande sostenitore della necessità di istruire gli studenti di qualsiasi lingua ai concetti di base della linguistica storica: i ragazzi hanno diritto di sapere che “night” si scrive così in inglese perché veniva pronunciato “nih-t” in inglese antico (dove gh stava per un suono aspirato), che poi l’aspirazione è caduta e la i si è allungata per compenso, così che la parola è diventata “niit”, e che in seguito la ii lunga dell’inglese è diventata ei (cosa che succede nei dialetti pugliesi, dove “pino” si dice “pein”), e che poi in inglese standard questa ei si è aperta ad ai, così che bel giro di un millennio abbiamo avuto niht > niit > neit > nait, ma l’ortografia è rimasta invariata per tutto questo tempo, e la parola in inglese viene scritta ancora come era pronunciata un millennio fa! Questo, secondo me, aiuterebbe a farsi una ragione dell’apparente irragionevolezza della grafia inglese o francese, e faciliterebbe l’apprendimento.

Quando si tratta dell’Islandese, abbiamo inoltre la sfortuna che l’ortografia “classica” usata per le edizioni dei testi medievali è un’accozzaglia di convenzioni prese da periodi diversi che piaceva esteticamente ai primi editori e che facilitava la comprensione di alcune alternanze vocaliche, ma che non ha nessun riscontro nei manoscritti. È dunque un patchwork poco coerente che soddisfa un fetish grafico, più che un rigoroso intento ricostruzionistico. Per esempio, non distingue “á” da “ǭ“, che si sono fuse in “á” entro l’inizio del 1200, ma ritiene la grafia –sk come desinenza del medio-passivo, che è diventata –st appunto nel corso del duecento, periodo nel quale anche æ ed œ si sono fuse in æ, mentre ø ed ǫ si sono fusi in ö. Per giustificare questa miscela assurda di tratti vecchi e nuovi, il mio professore usava definire tale grafia come “Islandese del 1203” scherzando sul fatto che alcuni elementi sono del primissimo duecento e altri più arcaici.

A volte viene fatta la scelta – a mio avviso più saggia – di standardizzare la grafia di un’edizione basandosi su una sorta di “ideale” desunto dalle convenzioni più comuni in voga nel periodo di stesura del testo stesso. Anche qui però, il criterio decisivo non è mai il rigore o la logica, ma – sembrerebbe – l’umore del curatore. Guardiamo ad esempio l’edizione classica standard dell’íslendingabók:

È un testo desunto da due copie cartacee seicentesche di un originale perduto che doveva essere duecentesco. In questo senso, ha una sua logica il voler separare æ da œ, e o da ǫ, quando in islandese moderno si scriverebbe æ per i primi e ö per i secondi. Però notiamo anche altre scelte arbitrarie: a inizio Duecento la lettera ð non era ancora usata, e veniva scritta þ, situazione che troviamo in effetti nelle copie seicentesche, dove il copista si è sforzato di riprodurre la grafia originale. Uno potrebbe dire: “per facilitare la lettura al lettore moderno”. E allora perché non usare direttamente la grafia moderna, invece di zigzagare tra essa e vari elementi antichi? Comunque le incongruenze non finiscono qui. Qua sotto trovate una trascrizione fedele del primo paragrafo dell’immagine (con abbreviazioni espanse):

«[Í]slendiŋa bóc gørþa ec fyrst byscopom árum Þorláki oc Katli oc sýndac bę́þi þeim oc Sę́mundi presti. En meþ þvi at þeim licaþi svá at hava eþa þar viþr auka þá skrifaþa ec þesa of et sama far fyr útan áttartǫlo oc conuŋa ę́vi oc iócc þvi er mér varþ síþan cuɴara oc nú er geʀ sagt á þesi en á þeiʀi. En hvatki es misagt es i frǿþom þesom þá er scyllt at hava þat helldr er saɴara reynisc.»

Come vedete all’epoca si usava ancora la c oltre alla k, æ era scritto ę́ mentre œ era scritto ǿ.

A fronte della palese arbitrarietà della standardizzazione ortografica dell’islandese antico, la domanda che sorge è che senso abbia utilizzare una pronuncia che altro non è se non l’espressione orale odierna di un minestrone filologico incoerente che non ha riscontro alcuno nei testi originali. Non ha nemmeno senso parlare di pronuncia ricostruita in questo caso, perché abbiamo un’idea molto più chiara di come l’Islandese antico era pronunciato nel corso del 1100, 1200, 1300 etc., e vi assicuro che nessuna di queste pronunce è adeguatamente rappresentata dalla grafia classica standard!

La cosa diventa inoltre assurda se consideriamo che alcune delle distinzioni mantenute nella grafia classica e dunque riprodotte nella “pronuncia ricostruita”, come queste famose æ/œ e o/ǫ che soddisfano tanto il senso estetico dei loro sostenitori (ma anche il mio, ci mancherebbe) erano già pressoché scomparse ai tempi della stesura del grosso dei testi classici, come le saghe. Sarebbe come se oggi dessimo alle stampe un testo di Dante basato non già sull’ortografia di qualche testo medievale, ma su quella di testi latini dei secoli precedenti.

Non so dire perché in diversi circoli di appassionati del passato nordico, questa convenzione sia così tanto in voga, ma il mio sospetto è che ciò sia il risultato di un fetish antiquario che porta ad avere testi artificiosamente più arcaicizzanti nelle edizioni stampate, forse per conferire loro un carattere di esclusività e solennità che non avrebbero avuto se stampati con le convenzioni ortografiche dell’islandese scolastico di oggi. Non saprei…ma quello che so per certo è che definire pronuncia ricostruita la semplice lettura ad alta voce di un’ortografia inventata dagli editori di inizio Novecento non è corretto, e che personalmente opterei per una riproduzione delle grafie originali dove possibile (ad esempio in edizioni per specialisti) oppure per una normalizzazione in senso contemporaneo, visto che la grafia dell’Islandese attuale insegnata nelle scuole ed elaborata nel secolo scorso è assai più vicina a quella dell’Islandese del 1200 di quanto non lo fosse la grafia dei secoli precedenti!

Del resto noi stampiamo Dante e Petrarca con le convenzioni dell’italiano attuale, per esempio non scriviamo il suono z con “ç”, come in uso nei manoscritti. Non scriviamo “ch” anche davanti ad “a” o ad “o”. Farlo sarebbe un vezzo inutile quando si tratta di studiare il testo, a meno che uno non voglia studiare proprio l’evoluzione grafica dell’italiano, cosa che la maggior parte di noi dubito avrà mai in mente di fare.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Un bel commento sulle lingue islandesi.indoeuropei.forse le ultime nazioni incontaminate.insieme alle far oer.e pochi altri posti

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