Un (altro) italiano racconta le sue riflessioni sull‘Islanda

Ho ricevuto questa riflessione da un ragazzo italiano che ha compiuto di recente un’esperienza in Islanda e si è sentito di offrire il suo contributo a beneficio di chi volesse lanciarsi all’avventura presso questo Paese. Ho deciso di pubblicarla perché ritengo sia interessante avere un’opinione e un’esperienza diversa dalla mia sulla quale riflettere, e perché il suo contenuto rende – a mio avviso – giustizia ad una questione complessa che viene spesso ridotta ad aurore boreali, stipendi alti e maglioni di lana. Le opinioni riportate non sono le mie, ma dell’autore, che ha chiesto di restare anonimo.

Ringrazio Roberto per avermi concesso questo spazio, sto leggendo molti commenti al video dei due ragazzi che in due mesi hanno guadagnato 14.000 euro lavorando il pesce: premetto che ho vissuto a Reykjavik per un periodo dove ho fatto ricerca in ambito universitario e ho lavorato in un supermercato come commesso. Tutto sommato, se dovessi dare un giudizio sommario su questo periodo, potrei solo dire che è stato il più intenso e incredibile della mia vita, con momenti altissimi ed indimenticabili ed altri bassissimi, ma questa è la vita.

Detto ciò, voglio condividere la mia esperienza con gli interessati, fare delle riflessioni su certe scelte che ho preso e sugli errori di valutazione in cui sono incappato, e tutto questo con lo scopo di informare persone che intraprenderanno un percorso simile al mio.

Sono arrivato in Islanda a febbraio 2020 carico di bagagli, speranze e paura: dall’aeroporto ho preso la navetta che mi ha scaricato senza convenevoli alla stazione dei bus di Reykjavik, e sul momento ho pensato che ci fosse stato un errore: mi sembrava di essere alla stazione di Sesto San Giovanni, con tanto di buio pesto e pioggia pesante, dov’era la neve? Dov’erano le casette con il tetto di torba e i sorrisi dei passanti che ti salutano? Oggi racconto questo aneddoto con il sorriso e con la consapevolezza che l’Islanda, come ogni Paese, necessita di tempo per essere conosciuta.

Per citare Matrix, diciamo che un anno fa non solo ho rifiutato la pillola rossa, ovvero la realtà, ho scelto la pillola blu dell’illusione e, non contento, mi sono sparato tutto il blister. In un barlume di razionalità, c’è stato un periodo in cui ho dubitato seriamente di trasferirmi e fu dopo aver letto l’articolo “Perché l’Islanda potrebbe non fare al caso tuo” che la mia granitica sicurezza fu pesantemente scossa. Fu allora che capii che questo genere di articolo non ha lo scopo di dissuadere ma, semplicemente, di trasmettere un po’ di consapevolezza.

Spesso ci si dimentica che l’Islanda è un’isola nel Circolo Polare, dove il senso isolamento fisico e di completo smarrimento, inizialmente, è forte. Poi con il tempo ci si fa il callo e rimane un problema di fondo, un po’ come il debito pubblico, che è lì e non ti fa nulla ma in certi frangenti si fa sentire: un esempio lampante è stata la prima ondata della pandemia, tornare in Italia era impossibile e contemporaneamente i primi tempi i supermercati hanno avuto problemi con le scorte e, sapete, in un Paese dove neanche l’edera cresce, un po’ di preoccupazione ti assale, con l’ulteriore ansia per la tua famiglia.

Veniamo ora a uno dei temi che più mi stanno a cuore, bazzicando per blog e pagine Facebook ho notato che le persone che vogliono trasferirsi in Islanda pongono sempre domande riguardanti il clima, i costi e i prezzi e gli stipendi, pochissimi si informano sulla situazione sociale, e quindi sulle implicazioni di natura psicologica, del vivere in questa meravigliosa isola. Quanto è bello venire in Islanda due settimane e giocare a fare Di Caprio in Revenant? Magari vestirsi di pelle di orso e pescare un salmone a mani nude… ma vorreste davvero passare la vita così? Voi pensate davvero che gli islandesi vivono così? In estate sono stato su un’isoletta a nord di Reykjavik abitata da quattro famiglie e il baretto lì aveva il POS per pagare, la vita è fatta dalle stesse incombenze che abbiamo noi europei.

In ogni caso non bisogna assolutamente sottovalutare il senso di isolamento fisico e sociale (ben diverso dalla solitudine ma altrettanto pericoloso): non è facile relazionarsi con gli indigeni del luogo, gli islandesi sono come il permafrost, con una corazza dura e gelida esterna, ed è difficile entrare nella loro cerchia. Soprattutto scordati di farcela se non parli la lingua…certo, in Islanda anche la tenera vecchiarda settantenne parla l’inglese e forse meglio di te, ma l’inglese è la lingua del lavoro, l’islandese è la lingua delle persone: mi sono ritrovato a una serata di stand up comedy dove ero l’unico a non ridere e percepivo una distanza siderale tra me e loro.

Detto questo, devo affrontare la parte più scottante, ovvero i prototipi di aspiranti emigranti che si trovano su internet:
• Lo studente Sognatore: questa è il tipo a cui sono più affezionato perché mi rappresenta, per anni idealizza l’Islanda guardando foto iper- saturate a lunga esposizione di cascate islandesi, in cuor suo sa che la realtà è diversa, “la verità puzza” ma non ci bada, è uno studente e ha il diritto e il dovere di fare sbagli;
• Il sognatore Anti-sistema: magari sei intrappolato nella routine della vita, casa-auto-ufficio-auto-casa, o forse sei un contratto a termine e speri nella svolta sognando di trasferirti a Reykjavik e finalmente sentirti realizzato e felice ma quando ti svegli ti accorgi che nella routine casa-auto-ufficio-auto-casa devi anche aggiungere neve e vento.
• Il Guardamicomesonoalternativo: tipicamente è quello che cerca il paesino più remoto, addirittura dimenticato dalla Peste Nera del ‘600, nei Fiordi Occidentali soltanto per poi tornare in Italia e avere un argomento di cui parlare durante gli aperitivi con gli amici.
• La Famiglia Annoiata: loro sono paragonabili a quelle coppie di sposi in crisi che pensano che facendo un figlio possano risolve i problemi, sono gli egoisti che strappano i bambini alla stabilità in Italia per buttarli e buttarsi in una società di cui mai faranno parte e continueranno a lamentarsi del perché in Islanda non riescono a trovare le Gocciole.

Voglio affrontare ora la questione lavoro, tralascio però quello specializzato o di alto livello che necessita, se non in rari casi, la lingua islandese; mi concentrerò su quei lavori che fanno gli stranieri e chi non parla la lingua. Partirei con una domanda: Perché rispetto alla media europea si guadagna meglio a fare lavori non specializzati? Perché c’è tanta domanda e così poca offerta se si guadagna così bene? Viviamo in un mondo globalizzato e capitalista, secondo voi, i padroni della fabbrica di pesce regalano salari più alti perché sono generosi e dall’animo puro? Il motivo è perché in pochi reggono un lavoro estenuante, ripetitivo, al gelo e in un posto che non offre alcun servizio se non in Vínbúðin [negozio di alcolici del monopolio statale] dove almeno la sera puoi sbronzarti e dimenticare il motivo di certe scelte sbagliate, ne vale veramente la pena?

Ha senso, invece, trasferirsi per una stagione in un villaggio a lavorare il pesce per racimolare un po’ di soldi in vista di un trasferimento in un paese con un cambio favorevole, oppure per avere i soldi necessari per visitare l’Islanda in tranquillità e nel mentre vivere la società islandese in caso contrario, sareste esattamente come i lavapiatti londinesi che tanto canzonavate.

In conclusione, ho scritto questi pensieri concentrandomi sui lati negativi e mi scuso se qualcuno si è sentito offeso (forse perché nel profondo ha la coda di paglia?); questi pensieri sono frutto solo della mia esperienza e sono consapevole che la situazione italiana, in particolar modo oggi, non sia rosea, capisco anche il sentimento di frustrazione e di incertezza che proviamo in Italia, ma non è scappando su un’isola remota nell’Atlantico che i problemi spariscono, è un comportamento infantile, il passato lo porti con te insieme alle valige; anche in Islanda sei un numero, vivere in un Paese così diverso non ti rende una persona migliore, nessuno ti dirà quanto sei coraggioso ad aver mollato tutto, a nessuno importa che mentre a Palermo ancora fanno il bagno da te c’è la prima gelata. La probabilità di fare fortuna è la stessa di farla in Italia, l’unica differenza è che non giochi in casa e c’è il limite della lingua.

Con questo breve pensiero spero di aver acceso la miccia della razionalità riguardo l’Islanda, il mio obiettivo non è dissuadere le persone a lasciare l’Italia per una terra promessa, non esiste e non è di certo l’Islanda. Soprattutto noi millennial, siamo entrati in una società spietata in cui vige il “mors tua vita mea”, dovremo sempre sgomitare in questa società per ottenere ciò che vogliamo e l’Islanda non è un’eccezione.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Samuele ha detto:

    Grazie per aver condiviso questa esperienza, ciò fa comprendere che non c’è bisogno di fuggire dall’Italia per trovare il tesoro!

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