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Il Cattolicesimo in Islanda

[Disclaimer: il seguente articolo non è animato da alcun intento apologetico o di propaganda. Mi occupo di storia e a volte la storia viene raccontata in modo impreciso o distorto. Correggere questi errori non significa schierarsi. È un dato di fatto che il ruolo della Chiesa Cattolica islandese venga spesso sminuito o distorto a fini propagandistici. Restituire un’immagine più conforme a quella che emerge dalle fonti storiche non equivale parteggiare per la Chiesa, ma per la realtà storica passata e presente]

Il Cristianesimo, nella sua confessione romana, è diventato la religione ufficiale d’Islanda nell’anno 1000 (o nel 999, a seconda dell’opinione degli storici sul calendario in uso). Nel 1056 fu fondata la diocesi di Skálholt, nel sud, che copriva tutta l’Islanda, mentre nel 1106, gli islandesi del nord pretesero una diocesi tutta per loro, a Hólar. Non essendo la conversione l’oggetto di questo articolo, non scenderò nei particolari (a dire il vero estremamente appassionanti) delle vicende, ma voglio lo stesso menzionare un paio di dati per dissipare alcune concezioni erronee su questo evento:

La prominenza della religione cattolica nella cultura medievale islandese si manifesta in diversi modi, nella musica (sopravvive l’ufficio di San Torlaco e numerosi canti gregoriani), nell’arte figurativa (sopravvivono frammenti di pannelli lignei che riportavano scene dell’apocalisse, e vari oggetti di arredo ecclesiastico), ma quello letterario è forse il più palese: dell’intero corpus di saghe medievali, il gruppo più numeroso è costituito di gran lunga dalle heilagra manna sögur (saghe dei Santi), con oltre un centinaio di esse sopravvissute (quelle sulle vite delle prime generazioni di islandesi, le Íslendingasögur, sono una quarantina, quelle sui re scandinavi una ventina, quelle cavalleresche una cinquantina — più circa 150 post-medievali). Le vite dei santi (dette “agiografie”) erano i bestseller del Medioevo europeo. Così come noi traiamo ispirazione dalla lettura di biografie di personaggi famosi, gli europei del Medioevo trovavano ispirazione e insegnamento dalle esperienze dei Santi.

Molto prossimi, tra l’altro, i contatti con Roma: i primi vescovi islandesi, non potendo derivare la loro autorità da fonti più vicine, perché la chiesa nel Nord Europa si stava ancora organizzando, si recavano direttamente a Roma per farsi consacrare. Nelle carte medievali, sopravvivono numerose lettere (talvolta addirittura indulgenze“ e altri documenti che testimoniano il rapporto diretto con Roma. Non si trattava di qualcosa di lontano e collegato in modo molto flebile superficiale: per gli islandesi Roma era un centro del loro mondo, e dagli studi compiuti dagli storici, sappiamo che la loro identità principale era quella di cristiani. Solo secondariamente si vedevano come nordici e islandesi (al contrario di quanto succede oggi, ma noi siamo ancora succube della mentalità et Noona tipica del periodo tra Ottocento e Novecento).

Anche l’Islanda ha dato i natali ad un santo, che è diventato poi il patrono del Paese, con un culto promosso dalla Chiesa e cagione di numerosi pellegrinaggi. Nel 1133 nacque a Hlíðarendi, nel Sud, Þorlákur Þórhallsson. Giovane talentuoso e promettente, studiò a Parigi e a Lincoln. Al suo ritorno divenne parroco a Kirkjubær a Síða, e poi priore del convento augustiniano di Þikkvibær. Fu nominato vescovo suo malgrado nel 1174. Divenne promotore delle importanti riforme promulgate da Papa Gregorio VII, e fu orchestratore di una grande spinta moralizzatrice per la Chiesa islandese che, sotto la sua autorità, si staccò dall’influenza del potere secolare dei signori locali. Morì nel 1193 e fu proclamato santo dal parlamento islandese nel 1198, divenendo oggetto di venerazione, ma fu confermato santo soltanto da Papà Giovanni Paolo II nel 1984, che ne fece il patrono d’Islanda. Almeno 3 libri di miracoli (Jartneinabækur) sono stati composti, raccogliendo i miracoli compiuti dal santo. Una saga, Þorláks saga helga (Storia di San Torlaco) è un’agiografia del santo.

Diverse sono, inoltre, le saghe che narrano le gesta dei vescovi islandesi del periodo medievale, come la Lárentíusar saga biskups, Guðmundar saga biskups, o la Hungurvaka “Stuzzichino”, un compendio di vite dei vescovi della diocesi di Skálholt dalla conversione fino al 1178, così chiamata perché aveva lo scopo di suscitare l’appetito per la conoscenza nei lettori poco versati nel tema.

Il vescovo Jón Halldórsson (1275–1339), invece, studiò diritto canonico a Bologna, alla fine del ‘200, e portò in Islanda alcuni racconti popolari italiani. Uno di questi lo ritroviamo, nel secolo successivo, in una raccolta di Petrarca. È stato dunque trascritto prima in antico islandese!

Nel corso del ’200 e per tutto il ’400, la Chiesa divenne il maggiore proprietario terriero del Paese, e il suo potere si estese a tutti gli aspetti della vita del Paese. La morale cattolica permeava la vita degli islandesi, e la Riforma portò a cambiamenti drastici (e non sempre facilmente accettati) nella vita degli islandesi. Ad esempio, la dissoluzione dei monasteri e l’imposizione del luteranesimo ha significato la distruzione del sistema di assistenzialismo, il che ha portato a tempi più duri per i poveri e i destituiti, e in un periodo (l’età moderna) in cui le condizioni generali erano più difficili per tutti a causa del clima che si era irrigidito rispetto al Medioevo. Per la giornata di Ognissanti, i capi islandesi erano tenuti a devolvere ai poveri l’equivalente di un pasto dei loro sottoposti, e le donazioni venivano distribuite dalla Chiesa durante assembramenti dei poveri nei vari distretti. La rimozione dell’accento posto nel culto cattolico sulle opere caritatevoli assestò un duro colpo ai più deboli.

La propaganda anti-cattolica che, a seguito della Riforma luterana, è diventata molto prominente nella cultura islandese dei secoli successivi, ha oscurato per lungo tempo il peso culturale della Chiesa nel Medioevo islandese. Soltanto in tempi recenti gli studiosi hanno rivelato come i monasteri fossero i maggiori centri di cultura del Paese (sembrerebbe un’asserzione ridicola e superflua, per chi conosce il Medioevo europeo, pensare che potesse essere altrimenti, ma la propaganda protestante ha cercato di sminuire il ruolo del cattolicesimo nello sviluppo della cultura islandese). Il Museo nazionale d’Islanda ha una collezione ricchissima di reperti del periodo medievale, e si tratta per la maggior parte di arredi ecclesiastici.

San Torlaco

Siccome oggi percepiamo una frattura culturale, tra nord e sud Europa (basata in larga misura, bisogna dirlo, su pregiudizi infondati) siamo tentati di pensare che, andando a ritroso nel tempo, essa dovesse giocoforza essere ancora più profonda. In realtà, l’Europa medievale era un’unica sfera culturale, e un’Islandese cattolico, visitando l’Italia, avrebbe forse trovato il paesaggio e l’architettura, oltre che il cibo e la lingua, alquanto alieni, ma si sarebbe trovato perfettamente a suo agio in una chiesa, dove avrebbe sentito la stessa musica e gli stessi canti ai quali era abituato in Islanda, la religione doveva essere un forte fattore unificatore. I chierici e i letterati di ogni angolo del continente erano tutti parte della stessa sfera culturale internazionale che inglobava tutto il mondo Cristiano occidentale. Gli islandesi si recavano regolarmente in pellegrinaggio a Roma o a Bari, come accennato, essendo molto devoti a San Nicola. La Riforma ha spezzato questa unità culturale. Sebbene a volte diamo per scontato che la Riforma luterana abbia preso le mosse da una differenza culturale di fondo, in realtà essa ne è stata l’iniziatrice, ed è nata come reazione veemente ad un potere della Chiesa che era molto più forte nel Nord. Le monarchie di Spagna e Francia avevano già sufficiente autonomia rispetto alla Chiesa, che dipendeva assai dal loro sostegno, e non avevano bisogno di una “riforma” come pretesto per smarcarsi. In Scandinavia, invece, la Chiesa era un’istituzione più ricca e potente di qualsiasi altro potere temporale.

Il cattolicesimo in Islanda fu ufficialmente proibito dal 1550, anno della decapitazione, per mano dei danesi e di alcuni simpatizzanti luterani, dell’ultimo vescovo cattolico, Jón Arason, che – in una modalità, se vogliamo, schizofrenica – viene considerato un eroe dell’indipendenza islandese ante-litteram. Dico schizofrenica perché è quantomeno assurdo che un Paese che è stato per anni sotto una pesante propaganda anti-cattolica abbia eletto come suo eroe un cattolico decapitato da stranieri protestanti che volevano imporre il loro dominio in Islanda e confiscare le proprietà della Chiesa islandese.

La Riforma non ha cancellato ogni traccia del lungo periodo cattolico: molte giornate del calendario sono ancora chiamate con il nome del santo al quale sono dedicate, anche se il luteranesimo, tendenzialmente, non ammette il culto dei santi. Ad esempio, l’otto dicembre è detto Maríumessa, mentre il primo di novembre è detto Allraheilagramessa, “Messa di tutti i santi”. Abbiamo anche testimonianza del fatto che alcuni usi cattolici siano sopravvissuti piuttosto a lungo: un vescovo islandese lamentava, nel ‘700, che alcuni preti officiavano ancora la messa di mezzanotte a Natale, usanza cattolica che si era cercato di sradicare. Ancora oggi, il vocabolario religioso ha mantenuto elementi cattolici: a differenza dei luterani italiani, gli islandesi Han mantenuto il termine “messa” (messa, in islandese) e non “culto”, o “prete” (prestur, in Islandese) e non “pastore”. Anche l’arte sacra è molto più presente nelle chiese islandesi di quanto avvenga solitamente in altre realtà luterane.

Nell’Ottocento fu ripristinata la libertà di culto, e iniziarono ad arrivare i primi missionari cattolici, che acquistarono la proprietà di Landakot all’epoca vicino al “paesino” di Reykjavík, sito che oggi si trova in pieno centro, nel cuore della capitale. Nel 1855 fu stabilita la Praefectura Apostolica Poli Arctici, da parte della Chiesa di Roma, e due/tre anni dopo arrivarono i missionari francesi Bernard Bernard, che se ne sarebbe andato poco tempo dopo, e Jean-Baptiste Baudoin. In seguito l’Islanda fu incorporata nella prefettura apostolica di Danimarca, per poi diventare vicariato apostolico islandese nel 1929. Sarebbe poi stata elevata a diocesi di Reykjavík nel 1968. Nel frattempo vi giunsero ordini religiosi, soprattutto femminili, che si inserirono nel tessuto sociale con la fondazione di scuole e ospedali.

Nel 1929, sul sito di Landakot, fu ultimata la costruzione della cattedrale di Cristo Re, Dómkirkja Kristi konungs, eccezion fatta per il tetto a punta del campanile, che non è mai stato completato per mancanza di fondi. Il disegno fu dell’architetto Guðjón Samúelsson, “architetto di Stato”, responsabile per il design di alcuni tra i più famosi edifici del Paese. La chiesa fu criticata all’epoca per le dimensioni considerate eccessive, rispetto alla comunità cattolica locale, ma il vescovo di allora avrebbe risposto che sarebbe arrivato un giorno in cui perfino quella chiesa sarebbe stata troppo piccola, ed è stato davvero così.

Nel 1968 è stata creata la diocesi di Reykjavík, mentre nel 2017 è stato costruito il monastero francescano di Kollaleira, nei fiordi orientali, e ordini di suore esistono a Reykjavík e a Stykkishólmur, sulla penisola di Snæfellsnes.

Non sono mancati gli scandali, in particolare legati all’abuso dei bambini nella scuola legata alla cattedrale da parte di un prete di origine olandese, Ágúst George e un’insegnante di origine tedesca, Margrét Müller, che hanno abusato sessualmente di almeno nove studenti tra il 1954 e il 1990. La diocesi ha cercato di insabbiare la vicenda prima che esplodesse lo scandalo, nel 2011. La vicenda ha macchiato pesantemente la reputazione della Chiesa locale, e si è accompagnata ad un ulteriore scandalo di abuso sessuale su minori nella Chiesa luterana di Stato, anch’esso insabbiato dalla vescova locale.

Noto spesso, quando si parla di cattolicesimo in Islanda, che sussiste una sorta di pungente urgenza nel sottolineare un dato, di per sé verissimo, ovvero che la maggior parte di questi cattolici sono in realtà stranieri provenienti da Paesi a maggioranza cattolica, in particolare Polonia, Lituania e Filippine. È abbastanza ovvio, in molti casi, che questo serve a suggerire indirettamente che il cattolicesimo non sarebbe qualcosa di islandese, come se ci fosse urgenza di proteggere una certa immagine del Paese. Limitarsi a dire che i cattolici sono soprattutto immigrati, però, nasconde alcune realtà eclatanti e degne di nota che è interessante menzionare: a parte il fatto che gli islandesi sono stati cattolici per cinque secoli e mezzo, diversi islandesi di famiglie in vista si convertirono al cattolicesimo, nel corso del ’900, incluse alcune figure di alto profilo, come il premio Nobel Halldór Laxness, o il celebre scrittore per l’infanzia Jón “Nonni” Sveinsson, gesuita al quale è dedicato un museo ad Akureyri. Anche il presidente Guðni Thorlacius Jóhannesson è cresciuto cattolico, e si è allontanato dalla Chiesa in vista delle presidenziali dove poi è stato eletto. Un professore emerito della facoltà di teologia è uno ancora in servizio si sono convertiti alla confessione cattolica. Uno di questi è stato il preside di facoltà, mentre l’altro è il figlio di un ex-vescovo luterano d’Islanda. I membri della facoltà di teologia hanno il compito di formare i preti della Chiesa di Stato luterana. Questo ha fatto aggrottare alcune sopracciglia, ed è sicuramente qualcosa di interessante, che fa capire come non si possa liquidare la diffusione del cattolicesimo in Islanda come un semplice influsso dalla Polonia o dalle Filippine. Sono dei dettagli interessanti, sulla storia attuale di questo Paese, e non soltanto nel caso in cui uno abbia un interesse specifico rispetto alla Chiesa: la narrazione generalista corrente, sia essa quella dell’Islanda pagana, atea, luterana o tutte queste cose insieme, è contraddetta da numerosi dettagli che arricchiscono il quadro della vita spirituale dell’isola e lo rendono assai più complesso è interessante.

A dispetto di tutto, il cattolicesimo è la seconda religione più praticata d’Islanda, e conta più di 14.000 iscritti, anche se il numero reale, secondo le autorità, potrebbe aggirarsi intorno ai 30.000. Ogni giorno, la cattedrale offre la messa in islandese, mentre la domenica vengono celebrate quattro messe in lingue diverse: islandese, polacco, inglese e – talvolta – spagnolo. Se eccettuiamo la parentesi del Coronavirus, la chiesa è spesso stipata, con molte persone costrette a restare in piedi (cosa ormai rara in molte parrocchie italiane!). In Islanda ci si può registrare ad un credo religioso per devolvervi automaticamente una parte delle proprie tasse. Se non si sceglie alcun credo, le tasse restano allo stato. Esistono diverse parrocchie cattoliche in tutto il Paese: oltre a quella della cattedrale di Cristo Re a Reykjavík, abbiamo San Francesco d’Assisi nell’Ovest, San Giovanni apostolo nei Fiordi Occidentali, San Pietro nel Nord, San Torlaco nell’Est, Maria vergine nel Sud e nel quartiere di Breiðholt, San Giovanni Paolo II nelle Penisole meridionali, San Giuseppe a Hafnarfjörður. Le celebrazione e i servizi avvengono solitamente in islandese, anche se vengono offerti in polacco o inglese in caso di necessità.

Pellegrinaggi vengono organizzati regolarmente presso l’antica sede vescovile di Skálholt, antico luogo di sepoltura di San Torlaco, le cui spoglie sono state disintegrate dalla furia dei riformatori, nonché luogo del martirio di Jón Arason, l’ultimo vescovo cattolico del periodo medievale. Secondo i resoconti, il vescovo Guðmundur il Buono, nel 1230, avrebbe assistito ad un’apparizione della madonna accompagnata da tre angeli presso una fonte sulla penisola di Snæfelssnes, e gli avrebbe indicato di benedirla. Dal 1999 hanno ripreso pellegrinaggi regolari di fedeli alla fonte, che vogliono avere poteri curativi. Nel 2019, una notizia che riportava dettagli di un pellegrinaggio di un centinaio di cattolici, indicava come una messa cattolica fosse poi stata ufficiava nella chiesa luterana di Staðastaður, e che il prroco luterano locale abbia offerto una zuppa generosa so Pellegrini, a testimonianza del rapporto tra la Chiesa luterana è quella cattolica, che non è affatto teso, almeno non nelle sue gerarchie.

Il vescovo cattolico attuale è un frate cappuccino di origini slovacche, Davíð Tencer, e la diocesi che amministra non fa parte di alcuna arcidiocesi, a differenza delle diocesi islandesi medievali (che erano suffraganee dell’arcidiocesi di Niðarós/Trondheim), ma è soggetta direttamente alla Sante Sede.

Il Paese è organizzato in diverse parrocchie: quella della Cattedrale di Cristo re, che copre il grosso della città di Reykjavík; quella di Maria, che copre Breiðholt (a Reykjavík) e l’Islanda meridionale; quella di Giovanni Paolo II, sulla penisola di Reykjanes; quella di San Giuseppe, che copre il comune di Hafnarfjörður; quella di San Torlaco, che copre l’Est; quella di San Pietro, che copre il Nord; è quella di San Giovanni Apostolo, nei Fiordi Occidentali.

È un fatto abbastanza ovvio a chiunque dedichi i suoi studi al medioevo islandese, come il Cristianesimo abbia avuto un peso infinitamente maggiore di qualsiasi altro influsso sullo sviluppo della cultura di questo Paese dall’inizio del secondo millennio. Le famose saghe, incluse quelle ambientate nel periodo pagano, mostrano profondi influssi della morale e della cultura cristiana, essendo state composte almeno duecento anni dopo la conversione, e anche la famosa Edda di Snorri, risente del milieu culturale Cristiano in cui si muoveva il suo autore.

Tutto ciò non deve però deludere o infastidire (come spesso, tristemente, succede). Riconoscere il background Cristiano di questo materiale non significa permettere al Cristianesimo di appropriarsene. Così come il Cristianesimo non si è mai premurato di appropriarsi del canone veterotestamentario cercando di negarne le origini ebraiche, i neopagani di oggi che cercano in questo materiale islandese una sorta di “canone” religioso non dovrebbero sentirsi in dovere di negarne gli elementi cristiani. Ciò non significa scendere a patti con una religione che non ci piace, né tantomeno convertircisi! Io stesso, devo ammettere, sono arrivato in questo campo di studi con pregiudizi errati sui vichinghi e sul mondo nordico pagano, e ammetto anche che è stato un trauma scoprire quante falsità avevo appreso o dedotto leggendo materiale di dubbia autorevolezza su internet. Quello che ho scoperto, però, non è un’arida realtà noiosa assimilabile al tedio che associavo al partecipare forzatamente alle messe e ascoltare prediche poco interessanti quando ero ragazzino, ma un mondo dinamico, interconnesso, internazionale ed estremamente appassionante.

Ho scoperto, come accennavo prima, che le vicende dei vescovi medievali sono ben lontane dall’essere meri racconti di missioni diplomatiche noiose, ma assumono spesso i connotati di epiche eroiche. Lo dico sempre agli studenti e a chi mi avvicina per consigli sugli studi del medioevo nordico: abbandonate i pregiudizi e le antipatie che avete acquisito per il Cristianesimo di oggi, non soltanto perché non potete evitarlo se volete studiare il medioevo europeo, ma anche perché il mondo Cristiano medievale è qualcosa di magico e avvincente, che è un peccato non godersi per via di nostri pregiudizi.

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