Frutti islandesi: il mirtillo e l’empetro nero

È la stagione delle réttir, ovvero degli “smistamenti”. In questi giorni, i fattori islandesi sono in esplorazione sugli altipiani, a cavallo o sui quad e in compagnia dei cani, per trovare e radunare le pecore che vengono lasciate libere durante l’estate. Le pecore vengono condotte a valle e radunate in appositi recinti. Nel finesettimana le famiglie si riuniscono per smistarle e festeggiare. Si passa una giornata a cercare le proprie pecore riconoscendone i cartellini e portandole per le corna nella propria sezione del recinto in attesa di caricarle sui furgoni e riportarle in stalla per l’inverno, o venderle al macello. Arrivano parenti e amici dalla città, e tutti aiutano, sorseggiando caffè e mangiando cibo tradizionale nelle pause. È uno dei momenti più belli dell’anno, e non vedo l’ora che arrivi il finesettimana, quando i suoceri torneranno dalle montagne, e passeremo la giornata a smistare le pecore e festeggiare insieme. Nel frattempo, però, c’è un’altra attività importante a cui dedicarsi per quelli come me che non si avventureranno sugli altipiani alla ricerca del bestiame: la raccolta delle bacche.

La fine di agosto e l’inizio di settembre, che qui in Islanda coincide con l’inizio dell’autunno, è il periodo ideale per la raccolta. Bacche selvatiche possono trovare un po’ ovunque, in Islanda. Gli islandesi ne raccolgono secchiate intere, durante escursioni effettuate allo scopo. Si dice að fara í berjamó, ovvero “andare in berjamór” parola che significa “brughiera delle bacche”. Le bacche si trovano in abbondanza in macchie più aride dove cresce meno erba, sui versanti montuosi e più in alto, sulle brughiere.

Con un po’ di pazienza si impara a riconoscerle dall’aspetto anche da lontano. Le più facili da raccogliere sono quelle di empetro nero. Basta afferrarne i rametti e tirare delicatamente perché restino in mano.

Empetro nero.

I mirtilli invece sono più “infami” perché si nascondono sotto alle foglie, e sono più resistenti allo strappo, senza contare che tendono a spappolarsi e a lasciare macchie rosse sulle dita.

Mirtilli selvatici.

Io e Lára siamo andati più a est, sulle alture dietro a una fattoria che apparteneva ai suoi bisnonni, e dove passava le estati da bambina. Su un poggio roccioso, abbracciato da monti nebbiosi intagliati dall’incessante lavoro delle cascate, macchie infinite di blu acceso. Lára mi ha detto che quando era piccola si trovava soprattutto l’empetro (bacca rara in Italia, e presente solo in zone molto delimitate dell’Appennino), mentre i mirtilli erano quasi una rarità che era motivo di grande soddisfazione, quando si trovava. Oggi l’empetro (che ha un sapore delicatissimo e appena appena aspro), era presente solo in poche macchie sparse, mentre il mirtillo si espandeva a perdita d’occhio. Non potevo nemmeno camminare senza calpestarne le bacche a dozzine.

In un’ora e mezza di lavoro, con qualche pausa, abbiamo riempito due secchielli! Queste bacche si consumano assieme allo skyr e/o alla panna (fresca e liquida, non montata!), con una spolverata di zucchero o altro dolcificante. Si possono preparare anche marmellate e liquori.

La raccolta delle bacche rivestiva un ruolo molto importante in Islanda, visto che esse sono l’unico tipo di frutto autoctono e reperibile in quantità significative. Oggi, nonostante la frutta più esotica sia comunque disponibile tutto l’anno nei supermercati, è bello mantenere in vita questa tradizione e sfruttare questo ben di Dio che la natura islandese offre.

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