Le Carmelitane in Islanda e la figura di suor María Ólöf: una filologa norrena in clausura

Qualche giorno fa stavo ascoltando un podcast diffuso dall’emittente televisiva nazionale RÚV in cui hanno menzionato una suora di clausura vissuta in Islanda nel XX secolo, che sarebbe stata una studiosa di filologia norrena, prima di prendere i voti. Per questo ho voluto approfondire e ho trovato una vecchia intervista fattale in una rivista islandese risalente al 1963. Ma andiamo con ordine.

Nel panorama religioso dell’Islanda contemporanea, la presenza delle Carmelitane scalze rappresenta un episodio tanto significativo quanto poco noto. Il monastero di Hafnarfjörður, fondato nel 1939 grazie all’iniziativa di ambienti cattolici olandesi, nacque in un contesto di forte minoranza confessionale, in un paese a tradizione luterana. Le suore, provenienti quasi interamente dai Paesi Bassi, vissero per decenni in clausura seguendo la rigorosa regola carmelitana, scandita da preghiera, lavoro e silenzio.

La storia del monastero carmelitano di Hafnarfjörður affonda le sue radici all’inizio del XX secolo, quando, nel 1929, maturò l’idea di stabilire una presenza stabile di religiose cattoliche in Islanda. L’iniziativa nacque nell’ambiente missionario cattolico attivo nel paese e fu promossa in particolare dal sacerdote olandese M. Hupperts, che sottolineò la necessità di una comunità contemplativa dedita alla preghiera per la popolazione islandese. Il progetto trovò sostegno sia nei Paesi Bassi, presso il monastero di Schiedam, sia a Roma, ma richiese alcuni anni di preparazione e negoziazione prima di concretizzarsi.

La fondazione effettiva avvenne nel 1939, quando le prime Carmelitane olandesi giunsero a Hafnarfjörður e iniziarono la costruzione del monastero. Tuttavia, gli eventi della Seconda guerra mondiale interruppero bruscamente l’iniziativa: nel 1940 l’edificio fu requisito dalle forze britanniche e le religiose furono costrette a lasciare il Paese. Solo nel 1946, al termine del conflitto, poterono fare ritorno e riprendere la vita monastica, ricostruendo progressivamente la loro comunità.

Per diversi decenni il monastero rappresentò l’unica istituzione monastica cattolica in Islanda e un punto di riferimento spirituale e culturale. Le suore vissero secondo la regola carmelitana, dedicandosi alla preghiera, al lavoro e a una vita di clausura, ma anche introducendo elementi nuovi nella realtà locale, come pratiche agricole (il loro giardino è ancora oggi celebre) e una presenza stabile nel tessuto sociale di Hafnarfjörður. La comunità rimase attiva fino al 1983, quando le ultime religiose olandesi lasciarono definitivamente il paese, segnando la fine di una fase storica e l’inizio di una nuova presenza carmelitana, questa volta di origine polacca, che subentrò.

Ho rinvenuto questa intervista a suor María Ólöf nell’archivio digitale delle pubblicazioni islandesi e, in particolare, nel periodico “Tíminn – Sunnudagsblað” anno VIII n° 35 di domenica 19 ottobre 1963, pagine 828–831; 838.

Una studiosa tra filologia e saga

Suor María Ólöf emerge come una figura singolare nel panorama delle religiose islandesi del Novecento: una donna con una solida formazione accademica internazionale, dottore di ricerca in letteratura e filosofia presso l’Università di Utrecht. La sua specializzazione si colloca nel campo della filologia norrena, allora in forte sviluppo nei centri universitari dell’Europa settentrionale.

Il suo percorso si inserisce nel contesto della cosiddetta “rinascita degli studi nordici” tra fine Ottocento e primo Novecento, quando università come Amsterdam, Leida e Utrecht ospitavano corsi di lingua norrena e attiravano studiosi di primo piano. Tra i suoi docenti figuravano nomi rilevanti come quello di van Hamel, mentre durante il suo soggiorno a Copenaghen entrò in contatto con figure fondamentali della filologia islandese come il celebre Finnur Jónsson, uno dei nomi più di spicco del suo tempo, e Valtýr Guðmundsson, dei quali seguì le lezioni, beneficiando dei diversi punti di vista dei due sulla storicità delle saghe.

Il centro della sua ricerca di dottorato fu la Njáls saga, una delle opere più complesse della letteratura medievale islandese. Il suo approccio si inseriva nel dibattito di allora sul valore letterario delle saghe, allora molto acceso: se alcuni studiosi tendevano a considerarle costruzioni artistiche elaborate (teoria della prosa libraria), ella mantenne una posizione più sfumata, rifiutando la lettura puramente finzionale dell’opera. La sua tesi analizzava in particolare la struttura narrativa e la costruzione della trama, collocandosi nel solco della critica letteraria piuttosto che della sola filologia storica.

L’esperienza islandese: lingua, paesaggio e memoria

Il legame di María Ólöf con l’Islanda non fu soltanto accademico. Dopo aver completato gli studi, si trasferì nel paese nel 1928 con l’obiettivo esplicito di approfondire la lingua islandese. La sua immersione linguistica fu immediata e concreta, segnata da esperienze quotidiane che mostrano quanto l’apprendimento fosse legato alla vita reale più che all’ambiente universitario.

Frequentò le lezioni di due tra i più importanti intellettuali islandesi del tempo, Sigurður Nordal (professore di filologia che intratteneva una corrispondenza con il collega Tolkien) e Alexander Jóhannesson, e sviluppò una forte sensibilità per la letteratura nazionale, fino a memorizzare e rievocare versi poetici di Matthias Jochumsson legati al paesaggio e al mare.

Parallelamente, frequentò la scuola femminile locale (Kvennaskóli, oggi un liceo), e poi si recò nell’ovest dove frequentò la scuola di Hvítárbakki (oggi vi si trova l’Università di agraria). In seguito viaggiò a lungo nel Paese insieme a una sua amica, la studiosa María Simon Thomas, autrice di una ricerca sui pescatori olandesi in Islanda nei secoli XVII e XVIII. I loro spostamenti toccarono alcune delle aree più significative dal punto di vista storico e letterario: Þórsmörk, Borgarfjörður, la regione del Mývatn e i luoghi associati alla Laxdæla saga, un’altra tra le più importanti e studiate. Questi viaggi non furono semplicemente turistici, ma costituirono un vero e proprio attraversamento culturale del paesaggio islandese, in cui geografia, storia e letteratura si intrecciavano.

Il convento carmelitano di Hafnarfjörður.

Dall’accademia alla vocazione religiosa

Dopo il ritorno nei Paesi Bassi, María Ólöf intraprese una carriera come archivista e storica a Rotterdam. La svolta decisiva avvenne nel 1953, quando scelse di convertirsi al cattolicesimo e di entrare nella vita religiosa.

La sua decisione maturò progressivamente e fu il risultato di una combinazione di fattori: da un lato, l’influenza dell’ambiente accademico cattolico che trovava stimolante e l’approfondimento della storia della Chiesa, dall’altro, un’esperienza interiore descrivibile come una vera e propria “chiamata”. Il suo percorso è particolarmente significativo perché avvenne al di fuori di un contesto confessionale vincolante: proveniva infatti da una famiglia di tradizione calvinista, ma liberale. Non era stata battezzata da bambina e aveva sempre goduto di piena libertà di scelta religiosa.

Anche durante il suo soggiorno in Islanda aveva mantenuto un interesse costante per la dimensione spirituale, frequentando regolarmente la cattedrale di Reykjavík e entrando in contatto con figure di rilievo del clero locale, come il vescovo Jón Helgason.

La traiettoria di suor María Ólöf si colloca all’incrocio di più mondi: quello della filologia accademica europea, quello della cultura islandese e quello della vita religiosa contemplativa. La sua esperienza testimonia come, nel XX secolo, l’Islanda non fosse soltanto oggetto di studio per gli specialisti stranieri, ma anche luogo di trasformazione personale e spirituale, cosa che resta tutt’ora in tanti modi.

Nel contesto della comunità carmelitana di Hafnarfjörður la sua figura assume un valore emblematico: quello di una religiosa che non rinunciò alla profondità intellettuale, ma la integrò in un percorso di vita interamente dedicato alla contemplazione. La documentazione conservata nell’intervista del Tíminn – Sunnudagsblað resta oggi una fonte di grande interesse non solo per la storia religiosa islandese, ma anche per la storia degli studi nordici e delle reti culturali tra Islanda e Europa continentale nel Novecento.

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