Foreste in Islanda

Ingólfr hét maðr nórrænn, er sannliga er sagt, at færi fyrst þaðan til Íslands, þá er Haraldr inn hárfagri var sextán vetra gamall, en í annat sinn fám vetrum síðar. Hann byggði suðr í Reykjarvík […]. Í þann tíð var Ísland viði vaxit á milli fjalls ok fjöru.

Ingólfur si chiamava un norvegese che, viene detto correttamente, venne per primo dalla Norvegia in Islanda, quando Haraldr Bellachioma aveva sedici anni, e poi di nuovo qualche anno dopo. Si insediò a Sud, a Reykjarvík. In quel tempo l’Islanda era coperta di boschi tra le montagne e la costa.

Ari Þorgilsson, Íslendingabók (1125 ca.)

Nonostante l’Islanda sia famosa per le immense distese desertiche desolate, secondo le stime degli scienziati, il suo territorio era coperto da foreste di betulle per una percentuale tra il 20% e il 40%, al tempo dell’arrivo dei coloni norvegesi (870–930 dC.). Le foreste di betulle nane prosperavano però su un terreno sottile e fragile. Quando i coloni presero ad abbattere le foreste per ottenere combustibile (il legno di betulla nana è troppo contorto per costruirci qualcosa, ma è ottimo per farne carbonella) e per far posto ai pascoli, il fragile strato fertile creato su un arco di millenni è rimasto esposto alle intemperie. Il vento e l’acqua hanno causato una lenta e inesorabile erosione che ha reso impossibile alle foreste di rigenerarsi con i ritmi ai quali i coloni erano abituati in Scandinavia. Il pascolo indiscriminato e la povertà della flora, hanno fatto sì che le pecore mangiassero le nuove piantine, precludendone la possibilità di crescere e ricreare una copertura. Nelle foto qui sotto trovate un confronto tra l’estensione delle foreste pre-colonizzazione e oggi:

Già all’inizio del secondo millennio si hanno notizie di scontri dovuti a liti sulla gestione delle preziose macchie boschive rimaste, che venivano gestite e salvaguardate come una risorsa preziosa, ma la fine del periodo caldo medievale e l’inizio della cosiddetta “piccola era glaciale” (durata fino all’Ottocento) hanno definitivamente contribuito al quasi totale azzeramento della copertura forestale del Paese. Un disastro ecologico che ancora oggi si fatica a invertire.

Le foreste attuali: sembrano poca cosa, rispetto all’area del Paese, ma per noi esseri umani, trovarsi in una di quelle piccole macchie verdi significa essere immersi in distese di alberi a perdita d’occhio.

Alcune piccole foreste sono sopravvissute alla catastrofe attraverso i secoli, ma generalmente in aree remote. In effetti, già leggendo i resoconti (spesso colmi di inesattezze, allora come oggi) di stranieri che visitavano l’Islanda dal Cinquecento e oltre, viene spesso indicato che non esisterebbero alberi, se non qualche raro arbusto qua e là. Non è affatto vero, ovviamente, ma in quei secoli le macchie boschive erano limitate a vallate interne, tagliate fuori dai circuiti più battuti, e magari poco sfruttate per il pascolo.

La carenza di vegetazione, oltre ad esacerbare l’impoverimento del suolo, rende il Paese vulnerabile alle tempeste di sabbia e cenere. Quando i vulcani eruttano, la cenere emessa può depositarsi su terreni boscosi, magari andando addirittura a fertilizzarli, oppure può depositarsi sulla nuda roccia, pronta ad essere trasportata dal vento nei polmoni degli abitanti. I terreni spogli e senza radicamenti vegetali non trattengono l’acqua, che penetra e li lascia aridi, e dunque ancor più soggetti a spaccarsi, sbriciolarsi, polverizzarsi e librarsi in volo verso i nostri polmoni.

Nonostante questo, diverse macchie boschive spuntano qua e là per una combinazione di cambiamento climatico e sforzi profusi dall’uomo. Da un secolo, ormai, vengono fatti tentativi di riforestazione (ripristinare aree un tempo boscose) e afforestazione (rendere boscose aree che non lo sono mai state), e l’esperienza acquisita aumenta costantemente. Le piante non rispondono tutte ugualmente al suolo islandese, e ci sono stati casi in cui risposte positive iniziali sono state seguite da una moria generalizzata di determinate specie arboree a distanza di pochi anni. È necessario procedere per tentativi, e questo rende il lavoro molto costoso e arduo, ma i risultati ci sono. Il lupino, che oggi è classificato come infestate, perché in alcuni casi lo diventa, si è rivelato molto spesso estremamente utile al rimboschimento: prepara e fertilizza terreni aridi creando fosforo e azoto e rendendoli adatti alla crescita arborea, e morendo una volta che vi sono cresciuti sopra gli alberi. Senza lupini non ci sarebbero una gran quantità di boschi, in Islanda. Il problema è che talvolta si è diffuso in aree dove esistevano già piante basse e utili, come i mirtilli. Alcune macchie di mirtilli l, specie nel nord, sono state soffocate dal lupino, con grande frustrazione della popolazione. Alla luce di questo, non è possibile dare al lupino un giudizio o solo positivo o solo negativo, e non ha senso schierarsi come fanno alcuni.

Bosco privato a Hörgsland á Síðu.

L’attività forestale in Islanda si considera iniziata nel 1899, con la prima piantagione di pini posata a Þingvellir da parte di tre danesi. Finalmente, nel 1907, il parlamento islandese approva una risoluzione per la protezione e salvaguardia del patrimonio forestale, e nell’anno 1908 viene fondata l’Associazione forestale nazionale, Sogræktarfélag Íslands. Soprattutto dagli anni ‘50 si è preso con estensive piantumazioni di varie specie di pini, larici e abeti, con picchi di un milione e mezzo di alberi piantati ogni anno, che negli anni ‘90 raggiunsero i 4 milioni all’anno e poi 6 milioni nel 2007. Nel 2009, a seguito del crack finanziario nazionale, l’attività ha subito una battuta di arresto. Oggi continua a ritmi inferiori rispetto agli anni d’oro, ma ormai i risultati degli sforzi sono visibili ovunque.

Hvaleyrarvatn, accanto alla capitale.

Molto spesso viene citato il fatto che il pascolo libero delle pecore sia il principale ostacolo alla riforestazione spontanea, perché le pecore brucano i germogli. Questo è verissimo, ma è anche un’informazione che buttata così rischia di polarizzare e spingere la gente a trarre conclusioni affrettate. Ne ho letti e sentiti tanti (di stranieri, ovviamente) invocare lo stop al pascolo e la cancellazione dell’allevamento islandese pur di avere più alberi. Questa gente non si domanda di cosa dovrebbero campare gli islandesi se uno dei settori alla base della loro autosufficienza alimentare venisse obliterato? I Paesi non possono certo diventare dipendenti da esportazioni: se per anni o decenni un popolo campa di roba importata, quando capita un cataclisma (dalla pandemia alla guerra), non è che improvvisamente si possono materializzare centinaia di migliaia di animali necessari al sostentamento della popolazione, nonché allevatori, veterinari e quant’altro necessario al funzionamento del settore. L’Islanda DEVE essere autosufficiente dal punto di vista alimentare, e deve poter e saper usare le risorse a disposizione. L’allevamento è fondamentale, ed è dunque necessario trovare equilibri tra esso e le esigenze ambientali, equilibrio che in tanti casi si è trovato senza problemi, visto che tantissimi boschi e foreste islandese sono nate appunto dall’iniziativa di contadini e allevatori.

Stesso dicasi per la questione delle specie usate per il rimboschimento: talvolta qualcuno storce il naso quando sente dire o legge che sono state introdotte conifere non autoctone. Le conifere sono piante che resistono bene sui suoli islandesi, e che crescono ad un ritmo assai più notevole rispetto alle betulle, che dopo anni e anni sembrano ancora arbustelli. Da un punto di vista ecologico, poi, non c’è una differenza qualitativa nell’introduzione di una specie arborea depositata in un’ecosistema tramite semi incorporati nel guano degli uccelli, oppure trasportati dal vento, e nell’introduzione operata dall’uomo. Anzi, l’uomo ha le conoscenze necessarie per importare specie tendenzialmente utili all’ecosistema. A volte si ha l’impressione che qualcuno consideri l’importazione di nuove specie da parte dell’uomo come un’ingerenza nelle cose della natura, dimenticando che l’uomo è parte della natura, e che non c’è differenza tra il trasporto di semi di betulle e altre specie operato da uccelli e quello operato intenzionalmente dall’uomo.

Hafravatn, appena fuori dalla capitale.

Le specie di alberi native (che in molti casi possono al massimo raggiungere dimensione e forme di arbusti) sono le seguenti:

  • Betulla pubescente
  • Sorbo
  • Salice artico
  • Pioppo tremulo (molto raro)

Boschi e boscaglie di dimensioni sufficienti a poter fare delle piacevoli passeggiate tra gli alberi sono ormai numerosissime (intorno alla capitale sono davvero abbondanti), mentre le foreste nazionali dette, gestite dall’Associazione forestale islandese, sono 26, ma ne esistono molte altre, più o meno piccole, gestite da altre entità. Qui ne riporto alcuni:

Bæjarstaðarskógur (Sudest): una delle foreste antiche sopravvissute fino ai giorni nostri e poi espansasi grazie alla protezione di cui gode ora. Alcune tra le betulle più annose e alte del Paese si trovano qui.

Kirkjubæjarklaustur (Sudest): questo bosco sul pendio dietro al Paese è uno dei primi esperimenti di forestazione condotti nel Paese, e ospita il più alto albero islandese.

Þórsmörk (Sud): non particolarmente facile da raggiungere, è un’area protetta in una vallata abbracciata da monti coperti di ghiaccio, con un microclima tale per cui crescono rigogliose le betulle autoctone e raggiungono dimensioni ragguardevoli. Fino a 15 metri!

Skorradalsskógur (Ovest): semplice da raggiungere con una deviazione dalla strada principale che attraversa la regione, è un’area molto cara agli islandesi, nonché assai popolare per le vacanze. La foresta accanto al lago è fitta di sentieri per le passeggiate.

Ásbyrgi (Nord): Una foresta mista di betulle e conifere, con un sottobosco rigoglioso che ospita bacche, funghi e diversi animali. È uno dei paesaggi più imponenti d’Islanda, per via del colossale canyon che la circonda.

Heiðmörk (Capitale): Le alture fuori dalla cinta urbana di Reykjavík sono state interessate da un processo di afforestazione iniziato nel 1946: il 90% circa dell’area protetta di Heiðmörk (32km2) è oggi coperto da foreste, e rappresenta la più estesa area ricreativa per la capitale, con strade panoramiche, sentieri escursionistici, arborati didattici, aree picnic, punti panoramici…

Scorci di Heiðmörk.

Hallormsstaðarskógur (Est): Una delle più grandi foreste islandesi, se non la più grande, è l’unica in Islanda all’interno della quale si trova un centro abitato.

3 responses to “Foreste in Islanda”

  1. Avatar Hjordis Hauksdottir
    Hjordis Hauksdottir

    Grazie Roberto per questo esauriente racconto sulle foreste in Islanda e come si cerca di proteggere la fauna. Come sempre molto interessante leggere i tuoi racconti e mi è piaciuto molto il video che hai messo poco fa dove volontari sono (te compreso) siete andati a mettere giù piccole piante con la speranza che si attacchino al terreno. Grazie di cuore per tutto quello che ci racconti. Bless bless

  2. Foto bellissime e resoconto interessante di un mondo lontano eppure vicino…

  3. Ho letto con grande interesse questo articolo, perché il tema della riforestazione e dell’afforestazione, da sarda, mi appassiona e mi interessa da vicino. Ho visto proprio in queste settimane un interessante documentario, “Àrbores”, sul disboscamento della Sardegna avvenuto nell’800 ad opera del governo sabaudo. Ci sono paralleli con l’abbattimento degli alberi in Islanda. Ulteriori informazioni qui: https://www.nemesismagazine.it/arbores-deforestazione-sardegna/

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