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Langspil, strumento musicale islandese

Il langspil è uno strumento musicale tradizionale islandese, il cui nome può essere tradotto in italiano con “strumento lungo”. La pronuncia islandese è [ˈlauŋkˌspɪːl̥], approssimabile a “làunk-spél” per chi non conosce l’alfabeto fonetico internazionale.

Materiale su questo strumento è davvero di difficile reperimento, visto che ne è stato scritto davvero poco. Dopo uno iato di alcuni decenni, nel corso del ventesimo secolo, lo strumento sta ora attraversando una fase di revival, con lo sviluppo dell’interesse degli islandesi e degli stranieri per la musica tradizionale e antica: in Islanda esistono orchestre barocche, oltre a quelle sinfoniche, e numerosissimi cori, più o meno prestigiosi, la partecipazione nei quali è assai comune, e può considerarsi una consuetudine tipica locale.

Il langspil appartiene alla famiglia delle cetre da tavolo, e in particolare delle cetre a bordone (vedi sotto). Pur discendendo probabilmente da strumenti da studio della Grecia antica, il suo antenato diretto più antico sicuramente rintracciabile è probabilmente lo scheitholt tedesco, che compare nelle fonti nel 14° secolo. Con il tempo, in varie regioni dell’Europa alpina e a nord delle Alpi, diversi sviluppi e innovazioni hanno portato all’emergere di innumerevoli strumenti concepiti sulla falsariga di questo scheitholt.

Mappa dei Paesi in cui esistono, nella tradizione popolare, cetre a bordone.

Il langspil consta di una cassa armonica allungata, sulla quale sono innestate delle corde, generalmente una melodica è una o più di bordone. Il bordone è una nota sostenuta che sorregge armonicamente un pezzo, fissandone la tonalità. Un esempio famoso è la cornamusa, che ha alcune canne di bordone le quali esordiscono per prime, un momento prima che il flusso d’aria della sacca penetri anche nel chanter, ovvero la canna forata come un flauto sulla quale il cornamusiere esegue la melodia. Il bordone sostiene armonicamente l’esecuzione come una nota, o un insieme di note (accordo) basse, per tutta la durata del pezzo. Colloquialmente si potrebbe dire che “funge da sottofondo”. Nel caso dei langspil più comuni, e soprattutto quelli costruiti oggi, le due corde corrispondono all’ottava inferiore della corda melodica (dunque un do allottava più bassa, se la corda melodica è in do) e alla quinta maggiore (dunque un sol, se l’accordatura è in do).

Il langspil può essere suonato a pizzico, come una chitarra, o mediante un archetto, come un violino. Si tiene appoggiato sulle gambe, oppure su una superficie piana. Nella forma commercializzata attuale, esso permette di eseguire una scala diatonica su due ottave, permettendo però di eseguire sia la settima maggiore sia quella minore, su detta scala: in pratica, se si accorda in do, è possibile eseguire tanto un si♮quanto un si♭.

Particolare dei piroli

Le prime fonti in nostro possesso sul langspil risalgono al ’700 è al secolo successivo, quando compaiono i primi resoconti in cui esso è menzionato.

Nel 1789, un nobile inglese di nome John Thomas Stanley, intraprese un viaggio in Islanda, e nel diario della spedizione è riportato che il 28 di agosto di quell’anno, Stanley avrebbe presentato un langspil al suo seguito. Ne vengono descritte le misure e la forma, e viene commentato che “a malapena esiste un suono che urti le orecchie tanto quanto quelli che escono da quello strumento”.

Altrimenti, nella biografia del famoso “prete del fuoco”, Jón Steingrímsson (1728–1791) si legge che due preti che erano stati suoi compagni di scuola lo avevano invitato da loro a Kirkjubæjarklaustur per Natale, e gli avevano fatto suonare il langspil, cosa che sapeva fare con maestria, assieme all’esecuzione di canti. In un altro passo racconta di come fosse ospite a Bær nel Borgarfjörður, e avesse notato un langspil appeso, particolarmente bello. La padrona di casa lo aveva invitato a suonare, ma lui non se la sentiva per via dell’angoscia che si portava dietro a seguito del periodo di carestia e morte dovuto all’eruzione del 1783, così che la padrona di era messa a suonarlo lei stessa, eseguendo canzoni dolcissime che lo rinfrancarono e gli infusero pace all’animo.

La baðstofa stanza principale delle case islandesi per tutta l’età moderna. Qui si dormiva, mangiava, socializzava e lavorava.

Una terza menzione dello strumento risale al 1811, anche stavolta da un viaggiatore britannico, Sir George Steuart Mackenzie, che in quell’anno pubblicò un resoconto del suo viaggio in Islanda, e in esso racconta l’esperienza di ascolto di questo strumento in modo talmente colorito che vale la pena riportarla qui:

Sedevamo al tavolo e non pensavamo ad altro che a goderci le prelibatezze quando il suono di una musica ci raggiunse le orecchie. Posate all’istante le forchette ci guardammo l’un l’altro con gioia: siccome non avevamo sentito nulla del genere in Islanda, se non quando qualcuno aveva strimpellato in modo osceno un violino in un balera di Reykjavík, fu per noi fonte di gioia sentire tale piacevole suono di musica intonata. Dopo la nostra prima sorpresa, credemmo che si trattasse di musica di pianoforte dal piano di sopra, ma ci fu spiegato che si trattava di uno strumento islandese, chiamato langspil, e che gli esecutori erano i figli del dr. Stephensen, il quale era considerato egli stesso un eccellente suonatore di questo strumento. Il langspil, che venne portato di sotto così che potessimo esaminarlo, è fatto da una cassa in legno stretta bombata su un lato, dove si trova il foro di risonanza, mentre dall’altro lato sembra un violino. Su di esso ci sono tre corde di ottone, fissate sulla lunghezza, due delle quali sono intonate sulla stessa nota, a un’ottava di distanza. L’altro di questi giace su un orlo marcato con delle tacche perpendicolari. Quando si preme su di esse con l’unghia del pollice, mentre l’archetto viene sfregato attraverso le corde, vengono create le varie note. Le altre corde hanno lo stesso ruolo delle canne di bordone per la cornamusa. In breve si tratta semplicemente di un monocordo con due corde extra che servono a generare una sorta di basso. Quando lo strumento è vicino, il suo suono è piuttosto aspro, ma sentendolo da una camera attigua, e in particolare con due che suonano insieme, il risultato è davvero piacevole.

Non sappiamo granché sulle tecniche di costruzione, le forme e i materiali del langspil nella sua fase più antica, e sono pochi gli esemplari propriamente antichi preservati. Di questi, il legno principalmente usato è quello di abete, lo stesso legno utilizzato per la tavola armonica del violino. Oggi vengono usati altri tipi di legno, e ognuno di essi ha proprietà acustiche particolari, conferendo allo strumento proprietà sonore diverse.

La forma dello strumento può essere dritta (quando sembra un triangolo), oppure arcuata (quando rassomiglia una “b”). Questa seconda forma è un’innovazione ottocentesca che ha portato un miglioramento della qualità sonora. Il foro di risonanza non ha una forma fissa come nei moderni violini, con la consueta f, ma può essere un cerchio, un cuore, un rombo, una forma a petali di rosa, e molte altre forme disparate.

Vari tipi di fori di risonanza (Woods 1993, 118)

Sappiamo che le corde di bordone potevano essere a volte più di due, ma non sappiamo come fossero accordate (se in quinta, terza, o altri intervalli).

L’esecuzione avveniva (e avviene) premendo con il pollice della mano sinistra la sezione della tavola armonica delimitata per la nota che si voleva produrre (come avviene, ad esempio, sulla chitarra, dove gli intervalli sono indicati tra apposite “tacche”), mentre le altre dita della mano restavano unite, sollevate, ma leggermente arcuate, come quando le si appoggia sulla tastiera del pianoforte. Secondo alcune testimonianze, le dita erano sollevate, secondo altre toccavano l’altro lato della cassa armonica, scivolandoci sopra. Ci sono testimonianze sia sull’uso dell’ archetto sia sulla tecnica del pizzicato, o addirittura con un plettro.

L’unico libro pubblicato sullo strumento è una sorta di manuale pubblicato nel 1855 ad Akureyri Leiðarvísir til að spila á langspil og til að læra sálmalög eptir nótum, ovvero “Guida per suonare il langspil e imparare i canti religiosi secondo le note”. Si tratta in realtà di una brevissima introduzione alla musica con indicazioni volte a permettere di eseguire gli accompagnamenti per gli inni religiosi con lo strumento. Del resto, il ruolo più importante per la musica era appunto quello di accompagnare il momento liturgico, e gli inni rivestono un ruolo chiave nel mondo luterano.

Gran parte del libro è costituito dalla trascrizione in lettere e segni convenzionali delle melodie che accompagnano i vari inni della liturgia luterana, gran parte dei quali doveva essere familiare a quasi tutti (in qualche forma più o meno intonata). In esso, il langspil è presentato come uno strumento che può eseguire una scala cromatica. Tuttavia, la maggior parte di quelli in circolazione includono soltanto una scala diatonica, come indicato sopra. Per poter eseguire dei cromatismi, sarebbe necessario apporre delle “tacche” accessorie tra i vari intervalli della tastiera.

È un documento preziosissimo, dal quale emerge, ad esempio, che pochissimi islandesi conoscevano la musica (cosa che oggi ci appare impensabile!), e che si faticava a trasmetterne la conoscenza per la carenza di mezzi. L’autore lamenta che tanti preti conoscono più o meno le melodie, ma i cantori spesso ne hanno versioni diverse, corrotte da una trasmissione orale improvvisata e non supportata adeguatamente dall’uso del pentagramma (va detto che esistono diversi manoscritti islandesi con musica su pentagramma, ma evidentemente non erano appannaggio della maggioranza!). Viene anche spiegato come il langspil portava ad intonare tonalità assai calanti, che non erano intonate con il suono del flauto, ad esempio, per il fatto che il materiale usato per le corde tendeva a cedere, non reggendo la tensione dell’accordatura.

Mi sono commosso nel leggere che l’autore si scusa di non poter usare le note nel suo testo perché sarebbe stato troppo costoso e difficile per il tipografo, e che ha cercato di fare del suo meglio per sopperire con le parole. L’ennesimo esempio della bellezza e della creatività umana che emergono anche nelle difficoltà e nelle avversità.

Potrei sbagliarmi ma credo sia il primo testo di argomento musicale uscito in islandese (l’autore sembra incerto nell’uso della terminologia musicale che cerca di “tradurre” o “rendere” dal danese.

Un altro dettaglio per me curioso è l’ortografia, che seppur ormai quasi giunta alle convenzioni in uso oggi, aveva ancora peculiarità interessanti: la “é” (che indica il suono “je” (come nell’italiano “ieri”) era scritta “è”, ed era utilizzata anche dove oggi si usa convenzionalmente “e”, si usava ancora la “z”, si usava ancora il “noi” di cortesia, ed esistevano ancora termini ormai desueti che erano mutuati dal danese, come “brúka” (usare), o “máske” (forse), che si dicono rispettivamente “nota” e “kannski” nel linguaggio corrente, ma altrimenti è facilmente comprensibile.

Ho cercato in lungo e in largo per trovarlo, e sono stato fortunato a individuare una ditta americana che produce ristampe anastatiche di libri antichi il cui copyright è scaduto, e che lo aveva nel catalogo, avendolo reperito alla biblioteca di Harvard, come deducibile dal timbro della biblioteca che è riprodotto nella ristampa assieme a tutto il resto.

Per diverso tempo, il langspil è stato l’opzione principale in Islanda per l’accompagnamento musicale della musica, sacra o profana, e soltanto dalla seconda metà dell’Ottocento hanno iniziato a diffondersi flauti e violini. È quasi strano pensare come poco sviluppata fosse la tradizione musicale islandese, se si pensa a quanto importante sia la musica in Islanda oggi.

Fonti:

  • Ari Sæmundsen. 1855. Leiðarvísir til að spila á langspil og til að læra sálmalög eptir nótum. Akureyri.
  • Eyjólfur Eyjólfsson. 2020. Hughrif og handverk: Langspilið í upphafi 21. aldar. Reykjavík: tesi di laurea magistrale.
  • Woods, David G. 1993. “Íslenska langspilið”. Árbók Hins íslenzka fornleifafélags 1993. Reykjavík: Árbók Hins íslenzka fornleifafélags.

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

Un commento su “Langspil, strumento musicale islandese

  1. lida venturi

    Articolo molto interessante. Grazie Roberto

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