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Þorláksmessa, l’antivigilia di Natale in Islanda

Il 23 dicembre, l’antivigilia di Natale, è una festa importante in Islanda: è una delle due giornate de calendario dedicate al loro patrono nazionale: Þorlákur helgi, italianizzato in San Torlaco. Numerose sono le tradizioni associate a questa giornata, ma prima di parlare di esse è opportuno volgere lo sguardo alla figura alla quale questa giornata è dedicata.

I più acuti osservatori noteranno che il culto di un santo stride con il fatto che l’Islanda sia diventata, dal 1550, un Paese protestante, e effettivamente questo è soltanto uno degli strascichi del periodo cattolico che lo sei riformatore non è riuscito ad estirpare completamente.

Þorlákur Þórhallson è nato nel 1133 a Hlíðarendi, la stessa fattoria appartenuta all’eroe Gunnar Hámundarson della Njáls saga, il capolavoro letterario del Medioevo islandese. Le fonti parlano di un uomo eccezionale e diverso dagli altri, disciplinato, bendisposto verso tutti, nonché coraggioso e pieno di carisma. Da giovane era diligente nello studio, per il quale era assai portato, e iniziò gli studi per diventare prete in Islanda, ma si spostò poi a Parigi e a Lincoln per per perfezionarsi.

Al suo ritorno in patria, dopo sei anni, la famiglia aveva già dei piani: volevano che si sposasse con una donna di buon lignaggio. Ma lui era di diverso avviso, e a seguito di un sogno premonitore, decise di rifiutare il matrimonio. All’epoca, il celibato dei presbiteri imposto dalla riforma gregoriana non era ancora universalmente diffuso, specialmente fuori dall’Italia, per cui non c’era nulla di strano in questo, eppure Þorlákur non solo volle restare celebre, ma addirittura si batté per l’introduzione dell’obbligo di celibato. Nel 1168 divenne abate del monastero di Þykkvabæjarklaustur, nel sud-est, e divenne aiutante del vescovo di Skálholt nel 1174, il quale mori due anni dopo. Þorlákur fu consacrato vescovo nel 1177, quasi riluttante, ma appena eletto inizio una vigorosa e rigorosa opera di riforma della chiesa islandese, che riversava in cattive condizioni finanziarie.

I suoi miracoli vanno dal serio, come la guarigione della lebbra, al triviale, come il ritrovamento di attrezzi persi nella neve, il recupero delle energie di un cavallo stremato, o la sopravvivenza di una mucca impantanata. Se ne contano a decine. Si racconta anche che fosse un grande bevitore, e che la birra che benediceva non si esaurisse mai!

Si spense il 23 dicembre 1193, e nel 1198 fu proclamato santo dal parlamento islandese, con l’approvazione del vescovo cattolico del tempo, Páll Jónsson, a seguito della lettura di suoi numerosi miracoli. La sua vita e i suoi miracoli sono registrati in numerosi manoscritti medievali, a testimonianza della sua importanza nella società islandese. Almeno 56 chiese erano dedicate a lui, assieme ad un numero imprecisato di cappelle e santuari. La riforma protestante, imposta dal re danese intenzionato a scardinare l’assetto sociale della società islandese è assoggettarla al suo controllo, porto anche alla distruzione e dispersione dei resti di San Torlaco, che erano oggetto di culto per gli islandesi.

Soltanto nel 1985, con Papa Giovanni Paolo II, la chiesa cattolica incluse ufficialmente San Torlaco tra i suoi santi. Oggi è il santo patrono del Paese, particolarmente per i fedeli cattolici, ma riveste comunque un ruolo identitaria importante anche per i fedeli protestanti. Gli studenti islandesi a Copenhagen pare avessero una particolare passione per il santo forse visto come una sorta di eroe nazionale. È possibile che la dedica della festività a San Torlaco, tuttavia, non venisse espressa apertamente fino all’introduzione della libertà di culto nel 1874, ed è da allora che si registrano i primi raduni pubblici per festeggiare la ricorrenza.

La casa padronale della fattoria di Hörgsland, a mezzogiorno del 23 dicembre 2020.

Da allora si è diffuso il costume di stampare poesie per la lettura in compagnia, e di mettere in scena delle recite. Questa è anche la giornata dedicata alla decorazione dell’albero di Natale, che in Islanda è ancora soprattutto vero, e non artificiale. Altro costume da segnalare è la lettura alla radio degli auguri di Natale, che continua fin dagli anni ‘30. Privati, aziende ed enti pubblici possono inviare i loro auguri che vengono letti a partire dalla sera del 22 e continuano per tutto il 23 dicembre fino alla mezzanotte.

Nei secoli passati, lo hangikjöt, ovvero la carne di pecora islandese affumicata, veniva bollita in questo giorno in preparazione alla sua consumazione il giorno di Natale, e in alcuni casi si è anche arrivati a consumarla proprio in questo giorno, anche se era costume mangiare di magro, quindi consumando pesce, e non carne. Nell’ovest dell’Islanda, e in particolare nei fiordi occidentali, l’alimento tradizionalmente associato più spesso a questa giornata è la razza fermentata, detta skata, il cui sapore – per così dire – fatica molto a mettere tutti d’accordo. Secondo Árni Björnsson, esempi del suo uso si trovano qua e là anche al sud fino al Berufjörður, ma sembra non essere stata consumata nel nord e nell’est. A Snæfellsnes e più a nord, nei fiordi, si consumava facendone una sorta di purè mescolato con grasso di agnello. La sua puzza intensa era considerata un segno inconfondibile dell’arrivo del Natale. Con l’emigrazione verso la capitale, la razza fermentata con grasso di agnello si è diffusa e viene offerta nelle pescherie e nei ristoranti di Reykjavík.

Nella nostra famiglia, che proviene dall’entroterra del sud-est, una zona a vocazione agricola, la tradizione non è quella di consumare razza fermentata e grasso di pecora (grazie al cielo!) ma il saltfiskur “pesce salato”, ovvero merluzzo conservato sotto sale; quello che in italiano si chiama baccalà.

Il saltfiskur viene bollito e accompagnato da patate e carote bollite. Viene schiacciato nel piatto con la forchetta assieme alle patate per farne una sorta di pasticcio, che viene irrorato di burro fuso. Accanto ad esso abbiamo pane dolce di segale e flatkökur, sorta di piadine morbide, entrambi consumati con burro salato spalmabili.

Sono laureato in lingue scandinave e ho una laurea magistrale in studi medievali islandesi ottenuta all’Università d’Islanda. Ora sto facendo un dottorato alla stessa università (con una ricerca sui manoscritti del tardo medioevo islandese) dove insegno o ho insegnato varie cose, come antico islandese, manoscritti islandesi o lingua e letteratura italiana. Ho lavorato anche come traduttore e ogni tanto faccio la guida per Italiani qui in Islanda. In Diana trovate una mia traduzione dei testi medievali sulla scoperta dell’America da parte dei popoli nordici dal titolo “Saghe della Vinlandia”, mentre in Iperborea ho pubblicato una traduzione di un racconto medievale islandese dal titolo “Saga di Gunnar”.

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