Negli ultimi anni ho scritto soprattutto di storia e cultura, ma chi mi segue da tempo sa che agli inizi mi piaceva raccontare anche di viaggi ed escursioni. Oggi voglio tornare a farlo, perché mi sono concesso una piccola fuga in una delle aree boscose che si trovano appena fuori dalla capitale islandese. Oramai sono sempre di più le persone che vengono in Islanda per la seconda, terza o ennesima volta. A loro consiglio caldamente di non andare a rivedere gli stessi posti della prima volta, magari per poi lamentarsi come sento spesso, del fatto che, quando sono venuti per la prima volta negli anni 90, non c’era così tanta gente. Conviene provare qualcosa di nuovo, come le aree ricreative intorno alla capitale. Questa è la brughiera Hólmseiði.

È bastato un tragitto di dieci minuti in auto da casa per arrivare a un parcheggio sterrato, immerso tra gli alberi e le brughiere. Da lì partono sentieri per andare a cavallo e percorsi pedonali che regalano viste mozzafiato: Reykjavík da lontano, la mole severa dell’Esja, le cime dei monti Bláfjöll e i laghi Rauðavatn ed Elliðavatn che riflettevano il colore limpido del cielo.

Abbiamo camminato nel silenzio più assoluto, rotto soltanto dal canto degli uccelli, dal crepitio dei baccelli del lupino di Nootka che esplodevano al sole e dal vento che faceva frusciare le foglie. L’aria era fresca — quindici gradi all’ombra — ma in pieno sole il calore era tale che bastava una maglietta a maniche corte.

In questo periodo, di solito, l’autunno è già avanzato: le foglie gialle punteggiano il paesaggio e i colori estivi cedono il passo a quelli della stagione più breve. Eppure quest’anno il clima ha sorpreso tutti: maggio è stato insolitamente caldo e soleggiato, regalando un verde precoce, quasi un mese in anticipo. Da allora la bella stagione non ci ha più abbandonato e ci siamo goduti quasi quattro mesi paragonabili a una lunga primavera italiana.

In cima a un poggio sulla brughiera, abbiamo raggiunto un antico ometto di pietre. Come potete vedere dalla fotografia qui sotto, è parecchio grande, e sembra una torretta. Questo l’aspetto che hanno gli ometti genuini usati nei secoli in Islanda per indicare i sentieri. Se vedete degli ometti fatti da una pila di sassi uno sopra l’altro, calciateli e distruggeteli senza pietà, perché sono alterazioni inopportune del paesaggio, che dovrebbe essere toccato e alterato il meno possibile.

La flora islandese
Durante la passeggiata mi sono imbattuto in molte delle specie che caratterizzano la flora islandese. Alcune le conosco bene, altre mi piace sempre riscoprirle, perché ognuna ha una sua storia da raccontare. Qui sotto elenco, alcune di quelle che ho notato e fotografato:
Betulla pubescens – È forse l’albero simbolo dell’Islanda. Non cresce mai troppo alta, spesso contorta dal vento, ma è proprio questa sua adattabilità al clima islandese a renderla affascinante. I boschetti di betulla danno un’aria fiabesca e amena ai paesaggi.

Abies sibirica – (abete siberiano) – Introdotto dall’uomo in Islanda, è un sempreverde elegante, dal profumo resinoso intenso. In patria cresce nelle immense foreste boreali della Siberia, ma qui appare come un ospite esotico, capace di resistere al freddo e di portare un tocco “continentale” nei paesaggi islandesi.

Pinus contorta – Introdotto dall’uomo, il pino contorto ha trovato un suo spazio anche in Islanda. Le sue chiome scure si stagliano sui pendii, conferendo al paesaggio un tocco quasi alpino.

Salix lanata – Un piccolo salice lanoso, dalle foglie morbide e argentate che agli italiani ricordano spesso quelle della salvia. La sua bellezza è sottile, quasi nascosta: sembra un arbusto qualunque, che solo raramente si sviluppa un po’ anche in verticale, ma da vicino rivela una grazia inattesa.

Equisetum (coda cavallina) – Una pianta antichissima, che porta con sé un’aura leggendaria. Nelle leggende raccolte da Jón Árnason (che trovate nella mia edizione “Il grande libro del folklore islandese) si racconta infatti: “Il draumagras (erba dei sogni), o equiseto, si dice che sia la prima erba a crescere in primavera e che debba essere pienamente spuntata il 16 maggio. Quel giorno bisogna raccoglierla, riporla nella Bibbia e conservarla nel vangelo della sedicesima domenica dopo la Trinità. Poi la si deve mettere sotto le radici dei capelli prima di dormire, e allora nei sogni si vedrà ciò che si desidera sapere. Si può anche pestare il draumagras e mescolarlo con vino da messa, da assumere a digiuno ogni mattina: questa miscela protegge dalla lebbra. E, se invece si vuole guarire da dolori interni, bisogna raccogliere l’erba all’alba, masticarla nel pugno e girarsi verso est.”
Una pianta che, dunque, non è solo vegetazione, ma frammento di mitologia popolare.


Calluna vulgaris (brugo) – Con i suoi fiorellini rosa-violacei, porta un colore vivo nelle brughiere, anche quando l’estate declina, ed è proprio questa pianta a dare origine al sostantivo “brughiera”. Anche in inglese, il nome per la brughiera, heath, è collegato a quello del brugo, heather. In islandese la brughiera è heiði (ovviamente imparentato con l’inglese heath), mentre il brugo è beitilyng, e il suo tè è considerato buono per i reni e contro i calcoli.

Lupinus nootkanensis (lupino di Nootka) – Amato e odiato: con i suoi fiori blu-violacei colonizza interi campi, rendendo i paesaggi spettacolari, ma anche invadendo spazi a scapito delle specie autoctone.

In questa zona non è possibile odiarlo: grazie a lui, che cede azoto al terreno rendendolo fertile, immense aree della brughiera sono state colonizzate da piante ad alto fusto, formando i bellissimi boschi che caratterizzano il paesaggio. Molti mi domandano se sia lo stesso lupino che si mangia in Italia e la risposta è no: i baccelli sono molto piccoli e i semi sono tossici.

Empetrum nigrum (camemoro nero) – Un piccolo arbusto sempreverde che regala bacche scure e lucide, consumate da secoli dagli islandesi e ancora oggi usate per guarnire lo skyr e per fare marmellate e liquori.

Arctostaphylos uva-ursi (uva ursina) – Arbusto strisciante, con bacche rosse, spesso nascosto tra i tappeti di muschi e licheni.

Cladonia portentosa – Un lichene chiaro, a forma di piccoli cespugli intricati, che cresce come un ricamo bianco-verde sul terreno assieme al muschio, ed è un cibo importante per le renne, nelle parti d’Islanda dove vivono.

Funghi – migliaia di specie di funghi sono reperibili in Islanda. Esistono anche diverse specie interessanti dal punto di vista alimentare. Per ora non sono ancora state registrate specie mortali, anche se prima o poi qualche spora arriverà e si diffonderanno anche qui. Tradizionalmente la raccolta dei funghi non è mai stata molto comune, perché erano un tempo molto più rari di oggi, visto che hanno bisogno della presenza di alberi per prosperare nell’umidità del sottobosco. All’aumentare delle foreste, stanno aumentando anche loro, e sempre più persone organizzano raccolte autunnali.





Rubus saxatilis (rovo sassicolo) – Piccolo rampicante strisciante che si insinua tra rocce e muschi, spesso poco appariscente se non fosse per i suoi frutti. In estate produce bacche rosse, lucide e acidule, che un tempo venivano raccolte dagli islandesi per arricchire la dieta con vitamine preziose. Non è molto saporito crudo, ma ci fanno la marmellata. È una pianta che ama i terreni freschi e ombrosi, spesso ai margini dei boschi di betulla, e rappresenta un legame discreto ma significativo tra la flora islandese e quella del continente europeo.

Una natura che racconta storie
Camminare qui, alle porte della capitale, significa trovarsi immersi in una natura che non è solo bellezza paesaggistica, ma un vero e proprio libro vivente. Ogni pianta, ogni suono, ogni leggenda raccolta nei secoli racconta un frammento di Islanda.
Ed è sorprendente pensare che bastino dieci minuti di macchina da Reykjavík per perdersi in tutto questo: silenzi, panorami grandiosi e la sensazione di entrare in un tempo diverso, dove le stagioni non seguono il calendario umano ma il ritmo dei venti e delle erbe che crescono tra le antiche rocce.


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