L’Islandese e i verbi “forti”

La grammatica islandese, così dicono, non è per i deboli di cuore. Ci sono diversi aspetti che la rendono particolarmente ostica, è uno di questi è costituito da una categoria di verbi molto particolare, con una storia antica. Nelle lingue germaniche esiste una classe di verbi convenzionalmente detti “forti”, i quali non formano i vari tempi con l’aggiunta di suffissi, ma attraverso il cambio della vocale nella radice, un principio detto apofonia oppure ablaut. Tale principio lo vediamo appunto in quei verbi che oggi vengono detti “irregolari” in inglese, ma che anticamente erano regolarissimi, e che lo sono ancora in islandese. Vediamo la storia di questi verbi insieme:

Tante lingue di Europa e Asia discendono da un’insieme di dialetti parlati forse 5000 anni fa tra le steppe dell’Europa occidentale e la regione del Caucaso. I loro parlanti, popolazioni abbastanza primitive e analfabete, si allontanarono in varie direzioni in diverse ondate, portando tali dialetti in giro per l’Eurasia, e tali dialetti evolvettero pian piano in lingue diverse. Alcune di esse sono attestate (ovvero registrate in documenti scritti antichi, come il greco, il sanscrito, l’ittita e il latino), altre invece sono state ricostruite dagli studiosi (come il proto-germanico, il proto-celtico o il proto-balto-slavico) comparando le lingue discendenti da loro (come antico nordico, anglosassone o antico alto tedesco, per il proto-germanico). 

L’insieme di dialetti da cui discendono tutte queste lingue viene chiamato dagli studiosi “proto-indoeuropeo” (PIE), perché tali lingue erano appunto parlate in un’area che va dall’Europa all’India. In PIE erano comuni alternanze vocaliche chiamate apofonia o ablaut, che si verificavano non solo nei verbi ma in molti tipi di parole. Ovvero, per alterare il significato di una parola si poteva alterare la vocale della sua radice secondo certe regole.

La vocale base era, secondo le ricostruzioni degli studiosi, una e (che essi chiamano “grado e”, ma potevano anche chiamarla “forma con e” o “versione con e”, lo specifico perché a tanti la parola “grado” causa confusione). A seconda dell’accento questa poteva diventare o (e si parla di grado o) o scomparire del tutto (il cosiddetto grado zero). Sia e che o potevano inoltre allungarsi in ē e ō (e abbiamo il grado lungo). Quindi l’ablaut trasformava la vocale breve e nei seguenti suoni:

• Grado zero: Ø; Grado breve: e; Grado lungo: ē; Grado o breve: o; Grado o lungo: ō

Questo sistema poteva servire per differenziare sostantivi da verbi, e alcune tracce si conservano in latino, dove teg(o) significa “copro”, mentre tog(a) è “cosa usata per coprirsi”. Anche i tempi verbali mostrano tracce di queste alternanze: video (con i breve che diventa e in italiano “vedo”) e vīdī (con ī lunga).

Già intorno all’inizio del I millennio, tra le tribù che abitavano l’Europa a nord dei confini dell’impero romano, fino alla Scandinavia parlavano un insieme di dialetti indoeuropei che si erano ormai evoluti ad un punto tale da non essere più comprensibili con i dialetti parlati dei popoli italici o da quelli celtici, loro vicini. L’insieme di questi dialetti, visto che era concentrato soprattutto in quell’area dell’Europa che i romani chiamavano “Germania” (ma che territorialmente era ben diversa dal Paese moderno Deutschland, che noi chiamiamo ancora “Germania”), viene chiamato dagli studiosi proto-germanico. Tale lingua non venne mai scritta, fatto salvo forse per alcune delle più antiche iscrizioni runiche, e il suo aspetto viene ricostruito dal confronto tra le lingue germaniche antiche, dal momento in cui esse cominciarono ad essere scritte. I mutamenti linguistici avvengono in modo sistematico ed è anche possibile capire, confrontando lingue sorelle, come doveva essere la lingua da cui esse discendono. Ciò viene fatto seguendo dei criteri scientifici che costituiscono la disciplina detta linguistica storico-comparativa. Non entreremo in questa questione, che merita una lezione separata, ma restiamo sull’evoluzione dei verbi forti.

Una nota doverosa, però, riguardo la terminologia: è fondamentale non farsi venire l’impressione che le lingue germaniche siano giocoforza collegate alla Germania attuale, e soprattutto non bisogna pensare che le lingue germaniche discendono dal tedesco. Il tedesco è una lingua germanica, sorella dell’inglese, dell’islandese, dell’olandese, del norvegese, del gotico eccetera. Tutte queste lingue discendono dal proto-germanico. La lingua moderna più vicina al proto germanico, indovinate qual è?

Neanche a farlo apposta: è l’Islandese!

L’islandese è la lingua germanica che ha conservato il più elevato numero di caratteristiche del proto-germanico, inclusa la struttura dei verbi forti, che nelle altre lingue germaniche è stata semplificata in modo più o meno vistoso.

Quando le lingue germaniche (ma anche quelle italoceltiche) si svilupparono dal PIE, modificarono profondamente il sistema verbale indoeuropeo. Il latino abbandonò quasi completamente il sistema dell’apofonia per i verbi, mentre il germanico lo conservò elaborandolo.

In PIE, i verbi esprimevano tre aspetti distinti: aoristo, presente e perfetto.

• L’aoristo (che ricorderà chi ha studiato greco) indicava eventi senza attenzione ai dettagli o alla durata (es. “mangiò”, aspetto perfettivo).

• Il presente indicava azioni in corso o con attenzione alla continuità del loro svolgimento(es. “sta mangiando”, aspetto imperfettivo).

• Il perfetto esprimeva invece lo stato risultante da un’azione (es. “ha mangiato” o “è stato mangiato”, aspetto stativo, ovvero che pone l’enfasi sul cambio di stato causato dall’azione descritte).

Nelle lingue germaniche, l’aoristo scomparve fondendosi con il presente, mentre il vecchio perfetto acquisì il significato di passato generale, che nella grammatica delle lingue germaniche chiamiamo preterito. Quindi il presente forte germanico deriva dal presente PIE, mentre il passato deriva dal perfetto PIE.

Durante queste trasformazioni, le diverse vocali generate dall’ablaut PIE divennero indicatori del tempo verbale. Ad esempio, in germanico:

• Il verbo PIE bʰer- (la radice di “portare”, il fero latino che troviamo nell’italiano proferire) divenne beraną all’infinito (grado e),

• bar nel passato singolare (grado o: la o breve indoeuropea si fuse con la a breve in proto germanico),

• bērun nel passato plurale (grado ē),

• buranaz nel participio passato (grado zero: si chiama così anche se presenta la vocale u , in proto-indoeuropeo la u non c’era, è stata introdotta nella pronuncia come innovazione dal proto-germanico, ma per comodità si mantiene la terminologia dell’indoeuropeo).

Le forme indicate qui sopra rappresentano le forme fornite nei paradigmi verbali dei verbi forti germanici. Cambiando la vocale in quattro modi diversi, si ottengono rispettivamente

  • Infinito
  • Preterito (passato) singolare
  • Preterito (passato) plurale
  • Participio passato

Esistono sette classi diverse di verbi forti, ciascuna con quattro vocali specifiche nei quattro tempi elencati sopra. Nella tabella qui sotto potete vedere il paragone tra queste vocali in proto germanico e in islandese moderno, e notare quanto siano simili.

Inf.Pret. SingPret pl.Part. Pass.
1^ classProtogerm.īaiii
Islandeseíeiii/e
2^  classProtogerm.eu/ūauuu
Islandesejó/júauuo
3^ classProtogerm.i/eauu/o
Islandesei/eauu/o
4^ classProtogerm.eaēu/o
Islandeseeaáo
5^ classProtogerm.eaēe
Islandesei/eaáe
6^ classProtogerm.aōōa
Islandeseaóóa/e

Per fare un esempio di flessione, prendiamo un verbo dalla seconda classe, fljúga (volare), in PG esso doveva essere *fleuganą (l’asterisco specifica che si tratta di una forma ricostruita dagli studiosi e non rinvenuta su documenti scritti, mentre la codina della a finale indica un suono che doveva essere nasale). Vediamo che l’islandese ha evoluto *eu in , e ha perso l’ultima sillaba, non un grande cambiamento.

La forma del preterito singolare (io volai) è ég flaug in islandese (il dittongo au, tuttavia, era pronunciato come in italiano in islandese antico, mentre nel moderno è diventato “öi”, pur scrivendosi ancor oggi con la grafia medievale), e doveva esserepraticamente identica in PG *flaug. Anche il preterito plurale (noi volammo) flugum era identico in PG, mentre il participio passato, floginn in islandese (al maschile “volato”) pare che fosse qualcosa come *fluganaz in PG. La vocale si deve essere abbassata da u ad o per effetto trascinante della prima a, mentre la seconda a è caduta producendo un nesso strano *nz, che è stato risolto con una assimilazione a *nn.

L’inglese, invece, ha ridotto drasticamente questo sistema: non distingue più tra passato singolare e plurale, presentando invece una singola forma che talvolta discende dal passato singolare, talvolta da quello plurale, mentre numerosi verbi un tempo forti sono diventati deboli (ovvero con il suffisso -ed ad indicare il passato). Esempi da ciascuna classe li trovate a questa tabella, accostati ai corrispettivi islandesi. Notate le somiglianze:

 ClasseLinguainfinitoPass. singPass pl.Part. Pass.
1^ classeIsl.BítaBeitBituBitinn
Ing.BiteBitBitten
2^ classeIsl.FrjósaFrausFrusuFrosinn
Ing.Freeze FrozeFrozen
3^ classeIsl.drekkadrakkdrukkudrukkin
Ing.drinkdrankdrunk(en)
4^ classeIsl.stelastalstálustolinn
Ing.stealstolestolen
5^ classeIsl.gefagafgáfugefinn
Ing.givegavegiven
6^ classeIsl.takatóktókutekinn
Ing.taketooktaken

In proto-germanico, il sistema dei verbi forti era in gran parte regolare. I cambiamenti fonetici nelle lingue germaniche introdussero maggiore varietà nelle vocali dei verbi forti, ma in modi prevedibili. Questo permise di organizzare i verbi forti in sei classi coerenti.

Esiste una ulteriore settima classe, troppo complicata per essere trattata qui, che include verbi i quali erano originariamente reduplicativi, ovvero formavano il passato attraverso una ripetizione della radice. La reduplicazione non è più chiaramente visibile in islandese, salvo pochissimi casi, ma è chiaramente presente in gotico, ed è molto ovvia in diversi latini, come “cano” (canto), il cui passato è cecini, oppure “mordo”, che “momordisse”, “do” che diventa “dedi”.

Già nella fase più antica di lingue come islandese e inglese (e addirittura già in PG), questo metodo di derivazione dei tempi verbali non era quasi più produttivo. In altre parole, salvo pochissime eccezioni, i nuovi verbi che venivano creati o presi a prestito da altre lingue, venivano coniugati con il sistema debole, ovvero quello che prevede l’aggiunta di desinenze temporali, come in italiano, o come nei verbi inglesi che chiamiamo “regolari”. Trattandosi di un sistema complesso e, a seguito dei mutamenti intervenuti nella pronuncia, denso di irregolarità e variazioni, ha la tendenza ad essere livellato ed eliminato: l’inglese è molto più avanti in questo processo dell’islandese, ma anche l’islandese ha questa tendenza:

Nella fase antica, il velrb aiutare, hjalpa/hjálpa era forte, e faceva hjalp alla prima persona singolare del passato, hulpu alla terza plurale del passato e hjalpinn, mentre oggi è debole e prende un suffisso come l’inglese help-ed, ovvero hjálp-að-. Per curiosità: anche in inglese antico, questo verbo era forte! Era helpan, healp al passatosingolare, hulpon al passato plurale e holpen al participio passato.

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