La Laxdæla saga, “Saga degli abitanti di Laxárdalur”, è tra le vette letterarie del genere, e una delle più lette e apprezzate. Il più antico manoscritto che la preserva nelal sua interessa è il celebre Möðruvallabók, della metà del ‘300, ma sopravvivono frammenti di un secolo prima. La sua trama abbraccia diverse generazioni, a partire da quella della colonizzatrice della zona di Dalir, Auður Menteprofonda.

La storia inizia con uno dei più menzionati capostipiti di grandi casati islandesi, il signore norvegese Ketill Bjǫrnsson nasopiatto, hersir, oppure duca. Questi vive nella regione norvegese di Mæri, e guida una spedizione per conquistare le isole scozzesi. Diversi suoi figli/discendenti furono tra i più importanti colonizzatori dell’Islands. La saga segue la genealogia della figlia di Ketill Auður menteprofonda, che si insedia nell’Islanda occidentale, particolarmente nella regione di Dalir. Lei è cristiana, e va a pregare su un colle dove erige una croce. Oggi una croce in cemento è stata eretta in quel luogo a commemorare la cosa.
Il nucleo della saga è innestato sugli amori tragici di Guðrún Ósvifursdóttir, che si sposa quattro volte. Non essendo innamorata del primo marito, lo divorzia con il pretesto di averlo visto indossare un capo femminile (una camicia scollata che lei stessa gli aveva confezionato). Il secondo marito, che invece amava, muore annegato.
Guðrún inizia a frequentare un giovane molto promettente, discendente di Auður Menteprofonda, Kjartan Ólafsson. Questi deve però assentarsi per un viaggio in Norvegia, dove viene tenuto in ostaggio dal re Ólafur Tryggvason che vuole costringere gli islandesi a battezzarsi. Nella Kristni saga, storia della cristianizzazione islandese, viene detto che Kjartan osserva una messa e rimane colpito da quella nuova religione, abbracciandola.
Assieme a Kjartan, in Norvegia, si trovava il fratello adottivo Bolli, al quale il primo era molto legato. Bolli riesce a tornare in Islanda prima del fratello, e qui racconta a Guðdrún che Kjartan non tornerà in islanda perché si è fatto molto amico della regina. Una menzogna volta a convincere la ragazza a dimenticarsi di Kjartan. Poi Bolli le chiede la mano, e lei, più per ripicca che per altro, accetta. Quando Kjartan ritorna, con un regalo di nozze per Guðrún, la scopre sposata. Questo apre una ferita insanabile nei rapporti. Lei continua a credere che lui l’abbia tradita, e lui crede che lei sia semplicemente un’infame.

Bolli cerca di far pace, ma una serie di furti, provocazioni e offese reciproche, solitamente scatenate da Guðrún, che non riesce a dimenticare il dolore provato, porta gli eventi a precipitare. Kjartan si vendica di alcuni furti subiti umiliando il fratellastro Bolli assediandone la fattoria per tre giorni e poi impedendo loro di acquistare dei terreni che desideravano aggiungere alla loro proprietà. Bolli sa di meritare tutto quello e anche di più, quindi non fa nulla contro Kjartan.
Guðrún, invece, inviperita sempre di più e con una collera insaziabile, cerca di vendicarsi aizzando i suoi fratelli e spingendoli ad uccidere Kjartan. Insiste perché il marito Bolli si unisca a loro, nonostante la riluttanza di questi, che è ancora molto affezionato al suo fratellastro. Lei lo umilia e mette in discussione la sua mascolinità, e lui non può far altro che proteggere il suo onore facendo come dice la moglie.
I fratelli della donna e il marito Bolli tendono un’imboscata a Kjartan lungo la Svínadalur. Kjartan si difende eroicamente, ma viene ferito e i fratelli pretendono che sia Bolli a dargli il colpo di grazia. Quando Kjartan vede il fratellastro avanzare, getta l’arma e si lascia trafiggere. Bolli prende il corpo esanime del fratellastro tra le braccia, mente questo spira.

L’omicidio viene poi perseguito, e i fratelli vengono esiliati, mentre il padre di Kjartan, Ólafur pavone, che era anche padre adottivo di Bolli, risparmia a quest’ultimo l’esilio per via del loro legame familiare, pretendendo solo un guidrigildo. Gli altri fratelli di Kjartan, però trovano difficile perdonarne l’omicidio. Alla morte di Ólafur, la vedova Þorgerður, madre di Kjartan, incita i figli a vendicare il figlio ucciso da Bolli facendo appello all’onore del suo antenato, Egill Skalla-Grímsson.
Quando Bolli viene ucciso, Guðrún è incinta. Anni dopo, quando il figlio è ormai cresciuto, ella lo spinge a vendicare la morte del padre, cosa che il ragazzino compie con successo, ottenendo una compensazione monetaria significativa. Guðrún infine si risposa ma anche questo suo ultimo marito muore prematuramente. Il suo fantasma le compare, e ciò causa in lei un cambiamento. Fu la prima donna islandese a imparare il salterio, libro di salmi organizzati sul calendario liturgico e pensato per la preghiera. Trascorre gli ultimi anni della sua vita come una sorta di monaca.

Al termine della saga, Bolli Bollason chiede alla madre, ormai anziana, quale uomo avesse amato di più. Lei risponde succintamente citando i pregi di ciascuno di loro, ma il figlio non è soddisfatto e la incalza, pretendendo una risposta chiara. Lei risponde con una frase che è diventata celeberrima nella cultura islandese “Þeim var ég verst er ég unni mest”, ovvero “Ho agito più crudelmente con colui che amavo maggiormente” Frase enigmatica sulla quale ci si interroga tutt’ora, sebbene la maggior parte la interpreti come un riferimento non già a uno dei suoi mariti, ma a Kjartan.
Questa saga mostra la redenzione della brutalità della società pagana, con l’etica della vendetta basata sulla faida, attraverso il ritiro e la preghiera. Guðrún non è un personaggio interamente negativo, e viene presentata come una donna con dei difetti quali la gelosia e la sete di vendetta, ma che nell’arco della sua storia fa ammenda per le sue colpe e trova elevazione spirituale nell’ascesi e nella preghiera.


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