Il lupino nootkaense è una pianta perenne del genere Lupinus, nella famiglia delle favacee originaria del nord-America, e imparentata con il lupino commestibile nostrano. Produce dei semi che, a differenza del lupino nostrano, non sono commestibili perché contengono una tossina. Lessi una volta che gli inuit ne mangerebbero in piccole quantità tostati come metodo per non morire di fame in situazioni difficili, e se da un lato possono apportare quel minimo di nutrienti necessario a non morire di fame, causano anche problemi intestinali non trascurabili. Fu introdotto in Europa a partire dal secolo XVIII, mentre in Islanda era già usato sporadicamente dai privati intorno all’inizio del Novecento, ma soltanto dal 1945, e il suo uso fu ampiamente incoraggiato dalle autorità, per il fatto che aiutava a recuperare terreni esausti. Tra i più ferventi fautori dell’uso dei lupini si annoveravano gli esperti del settore forestale. Dal 2011 è però considerato specie invasiva.

È una pianta polarizzante, nella società islandese, con accaniti sostenitori da un lato, e feroci detrattori dall’altro. Ma facciamo un passo indietro:

Sebbene tutti – islandesi inclusi – amino vendere l’immagine della selvaggia natura islandese come un esempio di ecosistema incontaminato e di paesaggio poco toccato dalla mano dell’uomo, sappiamo tutti benissimo che l’idea dell’Islanda come di un paradiso incontaminato è soltanto un mito: fino al 40% del Paese era coperto da foreste di betulle nell’874, data del primo insediamento umano permanente ufficiale. Già all’inizio del secondo millennio, abbiamo notizia di islandesi che si ammazzavano per la gestione e il controllo di fazzoletti di terra boscata, segnale che gli alberi erano già stati decimati nel giro di un paio di secoli.

Cosa è successo? I coloni, al loro arrivo, presero ad abbattere la foresta per far posto ai pascoli per il bestiame, il bestiame divora i germogli impedendo alle piante di ricrescere, i terreni molto sottili e delicati vengono battuti dai venti e spazzati via, la roccia viene esposta, le eruzioni vulcaniche depositano cenere che non si lega al suolo per mancanza di vegetazione, e il risultato sono deserti neri che provocano pericolose tempeste di sabbia. Alberi non ne crescono più, ma la gente deve sopravvivere e continua ad abbatterne per produrre carbone. Aggiungi i secoli freddi dell’età moderna (la cosiddetta “Piccola era glaciale), e alla fine dell’Ottocento, l’Islanda era quasi completamente senza alberi.

Quella che ingenuamente è considerata come un’ultima sacca di natura incontaminata in un’Europa manipolata dalla mano umana, è in realtà il risultato di uno dei più catastrofici disastri ecologici della storia umana.

La gente si è poi rassegnata a questo stato di cose, e soltanto nel corso del Novecento, gli islandesi hanno riacquisito fiducia nella possibilità di ripristinare la natura devastata del loro Paese. Qui sono entrati in gioco i lupini. Il lupino rilascia azoto nel terreno ed estrae fosforo anche nei terreni esausti, espandendosi rapidamente. La sua presenza rende i terreni adatti alla proliferazione di altre specie, e difatti si vedono, di solito, immense distese di lupini punteggiate da arbusti e betulle pubescenti che crescono qua e là coadiuvate dall’azione benefica del lupino: quando vedo distese sterminate di quei bellissimi fiori viola, punteggiate da numerose betulle che beneficiano dell’azione dei lupini, dove fino a pochi anni fa c’era una distesa di sabbia nera mi si accende la speranza.

Il lupino è stato in larghissima misura tra i fattori determinanti per molti dei progetti di riforestazione che hanno avuto successo in Islanda, e fino agli anni ‘90, poche erano le voci che si levavano contro di esso: stava funzionando, e i benefici di avere più terreni adatti alla proliferazione delle piante erano ovvi (quasi) per tutti. Le betulle impiegano decenni a crescere, e ripristinare la copertura verde islandese soltanto con quelle rimane un obiettivo irrealizzabile: dove i terreni sono poveri e sottili, si può piantare fin che si vuole: non attecchirà nulla e si spenderanno cifre immani per avere risultati nulli o risibili. Il lupino si espande da solo rapidamente senza sforzi eccessivi.

In alcune zone ha preso il sopravvento e domina vaste aree, per questo è considerato un infestante, ma dobbiamo stare attenti a pensare che un’eliminazione totale dei lupini sia qualcosa di auspicabile. Il dibattito si è polarizzato in un leviatano politico, con accuse di distruzione dell’Islanda da un lato, e di razzismo e xenofobia (sì, contro i lupini!) dall’altro. Anche l’introduzione di conifere è spesso osteggiata: nascondono il paesaggio (capisco la ragione, ma le belle visuali sui monti brulli ce le siamo guadagnate al prezzo di una devastazione totale di vegetazione che prima le copriva comunque) e non sono “islandesi” (certo, ma anche le betulle saranno pur arrivate da qualche parte negli intestini di uccelli migratori…credere di poter cristallizzare l’Islanda in un’idea specifica ed immutabile è assai ingenuo!).

Anche gli scienziati non sono proprio un coro unisonò in questo contesto, e la valutazione dell’impatto della pianta è ambivalente anche tra di loro, e dipende in larga misura da convinzioni personali di tipo politico. Il fatto che non ci sia una voce scientifica dominante pro o contro lupini è forse la dimostrazione migliore del fatto che questa pianta non è così dannosa come alcuni attivisti dicono. Se è vero che ha preso il sopravvento in alcune zone, è anche vero che in quelle zone non avrebbe potuto prendere il sopravvento nient’altro, e che numerosi tentativi di riforestazione andati a monte, hanno poi avuto successo grazie all’aiuto fornito da questa pianta. Il manuale scientifico Belgjurtabókin “Libro delle leguminose” spiega come diverse specie ad alto fusto prosperino molto meglio su terreni trattati con lupini, fintanto che si ha l’accortezza di piantumare in modo che i lupini non facciano ombra ai germogli. Ovunque dove il loro utilizzo è stato ben gestito, si sono rivelati efficaci nella rigenerazione boschiva.

Poter leggere risorse in islandese è fondamentale per potersi fare un’idea chiara e non filtrata di aspetti vari sull’Islanda.

Gli scienziati, anziché ragionare su valori soggettivi come il “voler preservare un habitat intatto” (discorso che ha poco senso, perché allora potremmo fare un discorso a ritroso e ripristinare la Terra a quando su di essa non esisteva la vita) preferiscono ragionare in termini di utilità e benessere per l’ecosistema. In ogni caso, dalle informazioni deducibili, pare che più che all’ecosistema, il “danno” vero e proprio che il lupino causa è al paesaggio. Alterandolo rispetto a ciò a cui ci siamo abituati. In questo contesto, il dibattito si sposta su un piano eminentemente estetico, e non si può parlare di danno ambientale. È soltanto una questione di preferenze estetiche: ti piace di più il terreno incolto o il mare di fiori viola-blu? Qui ho un aneddoto interessante:

Se non si dice (come ho provato a fare) ai turisti che si tratta di una specie aliena e da alcuni considerata invasiva, nessuno ha mai commenti negativi da fare sui lupini; mentre se si illustra il dibattito polarizzato, questi si precipitano a scegliere una posizione estrema o l’altra, né più né meno di quanto farebbero se dovessero sceglierai la squadra del cuore basandosi solamente sulla preferenza rispetto ai colori delle divise. Se non viene detto nulla ai turisti, stranamente i lupini sono bellissimi, appena si illustra la presenza di un dibattito tra pro e contro, qualcuno si schiera di là e altri di là. Questa è la migliore riprova che la questione lupini nel grande pubblico non si articola in termini razionali e su preoccupazioni di natura ecologica, ma è qualcosa di squisitamente politico; e in quanto tale, segue di più le peristalsi dell’intestino, che non le sinapsi della corteccia prefrontale.

Più di un anno fa partecipai a un progetto di rimboschimento finanziato da un’associazione islandese: in una giornata abbiamo piantato circa 10.000 betulle nei terreni sabbiosi alle pendici del vulcano Hekla. Anticamente, questa vasta zona era coperta da foreste di betulle, ma l’azione dell’uomo ha distrutto l’eco sistema trasformandolo in un deserto: il suolo sottile è stato eroso da vento e intemperie, e il vento solleva costantemente depositi vulcanici e sabbia, creando pericolose tempeste di sabbia che sono il motivo per cui conviene aggiungere l’opzione “sand & ash protection” quando si noleggia l’auto in Islanda.

Ieri una lettrice mi ha scritto chiedendomi se non provano a riforestare, e giusto ieri sono passato dalla zona che abbiamo ricoperto di migliaia di betulle più di un anno fa. Nella foto sotto, vedete la zona prima della nostra massiccia piantumazione:

Mentre questa è una foto scattata ieri, a distanza di quindici mesi.

È davvero scoraggiante. Abbiamo non soltanto piantumato, ma anche cosparso la zona di fertilizzante. Non sono un botanico (anche se vorrei tanto esserlo), ma sospetto che parte del problema sia che il suolo fosse troppo sabbioso e instabile, oltre che povero.

La riforestazione e afforestazione in Islanda sono un lavoro incredibilmente arduo e complesso, fatto di tantissimi tentativi ed errori: alberi che sembrano prosperare possono morire improvvisamente in massa dopo qualche anno, e l’attecchimento di certe specie sui vari tipi di terreno è qualcosa che si impara soltanto provando e fallendo.

Esperienza come questa mi convincono di più dell’immenso valore dei lupini: quando vedo distese sterminate di quei bellissimi fiori viola, punteggiate da numerose betulle che beneficiano dell’azione dei lupini, dove fino a pochi anni fa c’era una distesa di sabbia nera mi si accende la speranza.

Sono consapevole che la diffusione della specie vada monitorata e controllata per individuare eventuali criticità – e ciò viene già fatto regolarmente – del resto non esistono il bene e il male assoluto: anche il diffondersi dei lupini e del verde in Islanda è un fenomeno con delle ombre (pare che non sia visitato significativamente dagli insetti pollinatori, e ruba “spazio” ad altre specie locali, anche se queste non hanno gli stessi benefici per il terreno che offre il lupino), e proprio per questo, forse, la posizione estrema in ambo i sensi è sbagliata: lupini sì ad ogni costo/lupini no ad ogni costo. Meglio: lupini sì, ma a determinate condizioni, e sotto un attento controllo per evitare di creare altri problemi nel cercare di risolverne uno.