Quest’anno mi è stato fatto un onore che, sinceramente, non avrei mai immaginato: sarò il primo non madrelingua islandese a leggere i Passíusálmar di Hallgrímur Pétursson durante la tradizionale lettura del Venerdì Santo nella Hallgrímskirkja di Reykjavík.
Si tratta di una pratica profondamente radicata nella cultura islandese, che attraversa il tempo e continua a mantenere una sorprendente vitalità. Essere chiamato a parteciparvi, e farlo in una lingua che non è la mia lingua madre ma che è diventata nel tempo oggetto di studio, di lavoro e anche di vita, ha per me un valore che va ben oltre il semplice gesto simbolico.
Ma proprio questa occasione invita anche a fermarsi e a riflettere su chi fosse Hallgrímur Pétursson e su cosa renda i suoi Inni della Passione un’opera unica nella storia culturale europea.
Hallgrímur Pétursson: una vita irregolare
La biografia di Hallgrímur Pétursson (1614–1674) è tutt’altro che lineare. Nato in Islanda, studiò nella scuola cattedrale di Hólar, ma per ragioni non del tutto chiare fu costretto ad abbandonare gli studi e a lasciare il Paese. Lo ritroviamo in Danimarca, dove visse una fase difficile, lavorando come apprendista presso un fabbro in condizioni dure.
La sua traiettoria cambiò grazie a un incontro fortuito con Brynjólfur Sveinsson, futuro vescovo di Skálholt, che ne riconobbe il talento e gli permise di proseguire gli studi a Copenaghen. È qui che avviene un episodio decisivo, quasi romanzesco: l’incontro con Guðríður Símonardóttir, una donna islandese rapita anni prima dai pirati barbareschi nella famosa incursione del 1627 e poi riscattata. Assieme ad altri islandesi liberati, la donna frequentò una sorta di corso di reinserimento sociale e linguistico dopo aver trascorso anni in mezzo si musulmani, e il compito di tenere il corso era stata affidato ad Hallgrímur. Tra i due nacque una relazione, nonostante la differenza d’età e le circostanze complesse.
Hallgrímur abbandonò nuovamente gli studi, tornò in Islanda, visse anni di estrema povertà e lutti familiari, e solo più tardi fu ordinato pastore. Anche allora la sua posizione non fu semplice: le origini umili e il passato irregolare suscitarono diffidenza. Tuttavia, la sua forza oratoria e il suo talento letterario finirono per imporsi.
Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia, probabilmente lebbra, che lo condusse alla morte nel 1674. Ma è proprio in questo periodo che compose l’opera destinata a renderlo immortale.
Oggi gli sono dedicate due chiese, la Hallgrimskirkja di Reykjavík e la sua omonima presso Saurbær, sulla sponda settentrionale del Hvalfjörður.

I Passíusálmar: struttura, teologia e tradizione
Gli Inni della Passione (Passíusálmar), composti nel 1659, si inseriscono in una lunga tradizione europea di meditazione sulla Passione di Cristo. Già nel Medioevo islandese esistevano testi di questo tipo, come la Líknarbraut, e nel Seicento, dopo la Riforma, il tema divenne centrale nella spiritualità luterana, anche sotto l’influsso della teologia tedesca. Gli Inni di Hallgrímur Pétursson rappresentano però una delle opere più significative della poesia islandese del XVII secolo e si inseriscono in una più ampia tradizione europea di meditazioni sulla Passione di Cristo. Questo genere, particolarmente diffuso tra Seicento e Settecento in area protestante, mirava a rendere il racconto evangelico oggetto di riflessione personale e devozionale. In Islanda, accanto all’opera di Hallgrímur Pétursson, esistevano anche altre raccolte di inni sulla Passione, ma nessuna raggiunse la stessa efficacia narrativa e profondità spirituale.
Uno degli elementi distintivi degli Inni della Passione è la loro struttura e funzione. Hallgrímur compose cinquanta inni, destinati a essere letti o cantati quotidianamente durante la Quaresima, con una conclusione nella Settimana Santa. Ogni inno è articolato secondo uno schema che combina narrazione e commento: da un lato la rievocazione degli eventi della Passione, dall’altro una riflessione tripartita con finalità didattica, morale e consolatoria. Questa struttura si inserisce in una lunga tradizione cristiana di interpretazione dei testi sacri su più livelli, volta a collegare il racconto storico a significati più profondi e universali.
Dal punto di vista stilistico, gli inni si distinguono per una notevole chiarezza espressiva. Hallgrímur evita volutamente sia le rime interne sia un linguaggio eccessivamente arcaizzante o immagini poetiche complesse, privilegiando invece una forma accessibile e diretta. Nonostante sia un islandese di 400 anni fa, non lo trovo particolarmente ostico. Salvo alcuni termini desueti e qualche passo dove l’ordine delle parole è un po’ contorto per ragioni poetiche, non risulta difficile comprendere il testo. Non troviamo il linguaggio oscuro o le metafore complesse tipiche di molta poesia barocca europea. Al contrario, il dettato è limpido, diretto, quasi didattico. Nonostante questa apparente semplicità, l’opera rivela una solida formazione retorica: l’uso dell’invocazione iniziale e di tecniche come l’evidentia permette di rendere vividi e immediati gli eventi evangelici, accorciando la distanza tra il lettore contemporaneo e la storia sacra. Il risultato è una poesia che non si limita a raccontare, ma coinvolge attivamente il lettore nella meditazione.
Mi sembra anche di intravedere il barocco nella sproporzione che talvolta esiste tra contenuto e forma, per cui ad esempio l’inno 7, uno dei più lunghi, è incentrato esclusivamente sull’episodio in cui Pietro, per difendere Gesù, taglia un orecchio con la spada a Malco, servo del sommo sacerdote Caifa.

Infine, gli Inni della Passione ebbero un impatto duraturo nella cultura islandese. Già nel XVIII secolo Hallgrímur era considerato il principale poeta religioso del paese, e la sua opera fu ristampata e tradotta più volte. Per secoli gli inni sono stati letti o cantati durante la Quaresima, diventando parte integrante della vita religiosa e culturale islandese. Anche quando questa tradizione ha rischiato di scomparire nel XX secolo, nuovi mezzi come la radio ne hanno garantito la sopravvivenza, contribuendo a mantenere viva una delle espressioni più profonde della spiritualità letteraria islandese.
La prima strofa del primo inno è uno dei passi più conosciuti e celebri di tutta la letteratura islandese:
Upp, upp, mín sál og allt mitt geð,
upp mitt hjarta og rómur með,
hugur og tunga hjálpi til.
Herrans pínu ég minnast vil.
Su, su, anima mia e tutto il mio animo,
su, cuore mio e voce insieme,
mente e lingua mi aiutino:
la Passione del Signore voglio ricordare.
Gli Inni della Passione di Hallgrímur Pétursson non sono soltanto una meditazione religiosa in forma poetica, ma una vera e propria architettura spirituale, costruita con rigore e coerenza interna. Ogni inno prende le mosse da un episodio preciso della Passione di Cristo, ma ciò che interessa davvero all’autore non è la semplice narrazione, bensì la sua interiorizzazione. Il testo evangelico diventa il punto di partenza per un lavoro esegetico e meditativo che si sviluppa secondo una progressione ben definita: dalla storia si passa all’interpretazione, e da questa all’applicazione personale, in un movimento che coinvolge direttamente il lettore o l’ascoltatore.
In questo senso, gli inni si inseriscono pienamente nella tradizione della meditazione luterana del Seicento, profondamente influenzata dalla teologia devozionale tedesca. Tuttavia, Hallgrímur riesce a evitare sia l’astrattezza dottrinale sia l’eccesso retorico. Il suo linguaggio, come detto, è volutamente chiaro, accessibile, quasi colloquiale a tratti, ma non per questo povero: al contrario, è proprio questa trasparenza a permettere una penetrazione più profonda dei contenuti. La complessità non è nel lessico, ma nella costruzione concettuale e nella stratificazione dei significati.

Il nucleo teologico degli Inni della Passione è semplice ma potente: la sofferenza di Cristo è interpretata come atto di amore volto alla salvezza dell’umanità. Tuttavia, Hallgrímur non si limita a una esposizione dottrinale. I suoi inni sono profondamente radicati nell’esperienza umana. Ogni inno sviluppa concetti specifici, spesso attraverso coppie tematiche, luce e tenebra, tempo e eternità, potere e fragilità. Numerose le meditazioni, gli ammonimenti e le suppliche.
Allo stesso modo, la dimensione esistenziale è centrale. Hallgrímur parla della sofferenza, della morte, della precarietà della vita con una lucidità che riflette la sua esperienza personale. Alcuni versi sono diventati veri e propri proverbi nella cultura islandese, segno della loro penetrazione nel linguaggio quotidiano.

Una tradizione viva
Ciò che rende i Passíusálmar davvero unici non è soltanto la loro qualità letteraria o teologica, ma la loro continuità nella vita culturale islandese. A differenza di molte opere analoghe europee, ormai dimenticate, questi inni sono rimasti vivi, letti, cantati, ascoltati.
Per lungo tempo sono stati recitati durante la Quaresima, nelle case e nelle chiese. Con l’avvento della radio nel XX secolo, la tradizione si è adattata, trovando nuovi canali di diffusione. Dal 1943, vengono trasmessi in radio durante la quaresima e la lettura pubblica del Venerdì Santo che si tiene in molte chiese rappresenta uno dei momenti più intensi di questo legame tra passato e presente.
La lettura integrale dei cinquanta inni (una vera e propria maratona), che si tiene nella Hallgrímskirkja il venerdì santo ormai da decenni, richiede diverse ore (più di 6). Dal punto di vista storico-letterario, l’opera di Hallgrímur si colloca nel barocco nord-europeo, condividendone i temi e le strutture. Tuttavia, presenta anche una specificità marcata: la fusione tra tradizione islandese, con la sua lunga continuità linguistica e poetica, e influenze continentali, in particolare tedesche e danesi. Leggere i Passíusálmar oggi significa entrare in un dialogo che attraversa i secoli. Non è soltanto un testo religioso, ma un’opera che parla dell’uomo, della sua fragilità, del potere, della sofferenza e della speranza.
E forse è proprio questo che rende l’esperienza di leggerli, in un contesto come quello della Hallgrímskirkja nel Venerdì Santo, qualcosa di così profondamente significativo: non la semplice ripetizione di una tradizione, ma la sua continuazione viva, nella voce di chi, per un momento, ne diventa parte.


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