Uno dei temi sui quali mi capita più spesso di confrontarmi — soprattutto online — è la tendenza, in alcuni ambienti neopagani, a costruire narrazioni storiche che mirano a rafforzare la legittimità contemporanea di queste credenze attraverso operazioni di revisionismo. In particolare, non è raro vedere tentativi di ridimensionare o relativizzare il ruolo che il cristianesimo ha avuto negli ultimi mille anni nella storia scandinava. Qui l’ultimo esempio con cui mi sono scontrato:

La narrazione tendenziosa che viene proposta può essere riassunta nei seguenti punti:
- Il paganesimo è più antico e dunque “viene prima” anche in senso metaforico: è più importante per la Scandinavia.
- È roba straniera “di importazione” e dunque non nostra.
- È stato imposto con violenza e dunque non è genuino.
- Qualcuno per un po’ vi ha resistito, dunque non lo abbiamo mai veramente voluto.
- Sotto sotto siamo rimasti pagani.
Queste sono tutte asserzioni esagerate o false, volte a screditare e sminuire un passato storico che non ci piace. In realtà:
- Il paganesimo che viene difeso è un’invenzione new age che ha soltanto poche decine di anni e non ha quasi nessun collegamento con quello storico.
- Nessuna cultura è impermeabile all’influenze esterne. Una volta che ha assorbito qualcosa dall’esterno, non significa che quel qualcosa è destinato a rimanere perennemente straniero. Altrimenti è straniero il cristianesimo perfino nel luogo dove è nato, visto che è passato da una comunità di 12 persone ad altre comunità nello stesso luogo, prima di uscire dal vicino oriente.
- L’imposizione con la violenza dice relativamente poco su quello che ne è stato nel millennio successivo. Per quanto ne so, è possibile che qualche mio antenato sia stato costretto con la violenza da adottare il cristianesimo. Non significa che mia nonna, devota cattolica, debba ripudiarlo per questo.
- La sopravvivenza di culti Pagani in Europa è largamente invenzione di etnologi anticristiani vissuti a cavallo tra ottocento e novecento e di autori fondatori di movimenti neopagani ed esoterici come la Wicca. La storiografia più recente ha messo seriamente in discussione l’esistenza di culti segreti che continuavano le pratiche precristiani.
Purtroppo, la narrazione dei pagani che vivono in pace con la natura, ma che si sono dovuti nascondere per via di questi alieni cristiani che hanno voluto conquistarli e sopraffarli è molto potente, perché si mescola facilmente con altre istanze di tipo politico, ma è comunque falsa . La realtà storica è molto più articolata e, per certi versi, più interessante.
Facciamo una premessa: le società nordiche contemporanee sono società post-cristiane: profondamente secolarizzate, certamente, ma ancora largamente impregnate di categorie etiche e culturali sviluppatesi in contesto cristiano: dalla centralità della tutela della vita alla protezione sociale dei più deboli, dagli anziani agli infermi. Allo stesso tempo, abbiamo ormai superato da tempo il modello di società in cui la vita individuale e collettiva era strutturalmente innestata sulla religione. La secolarizzazione è stata a lungo interpretata come un progresso inevitabile: un processo che avrebbe dissolto superstizioni e accelerato il progresso umano.
Paradossalmente, questo processo ha prodotto anche un vuoto identitario che per molti risulta difficile da sostenere. Alcune persone si rivolgono a tradizioni spirituali globali (ad esempio religioni o filosofie orientali) senza percepire come problematico il fatto di non appartenere culturalmente ai luoghi in cui esse si sono sviluppate. Per altri, invece, la dimensione della continuità con il passato percepito come “proprio” è fondamentale. È in questo contesto che talvolta nasce la costruzione di identità pagane contemporanee alle quali si tenta di attribuire una continuità storica diretta con l’epoca precristiana.
Qui entra in gioco un problema reale: la diffusa ignoranza della storia religiosa nordica e delle fonti. Questa lacuna rende relativamente facile la diffusione di narrazioni storicamente infondate, che trasformano fenomeni complessi e stratificati in linee di continuità semplici e ideologicamente funzionali.
Proprio per questo trovo particolarmente significativo il brano che sto per offrirvi, tratto dagli annali dei vescovi islandesi, Biskupa annálar, redatti da Jón Egilsson alla fine del Cinquecento. Passo che illustra in modo molto concreto quanto profondamente il cristianesimo fosse radicato nella società islandese. Non solo a livello istituzionale, ma nella pratica quotidiana, nella mentalità popolare, nei gesti devozionali, nelle interpretazioni degli eventi storici e personali.
È assolutamente legittimo che chiunque costruisca per sé un’identità religiosa o spirituale. Quello che però non è legittimo, sul piano storico e intellettuale, è riscrivere il passato per sostenere che una determinata tradizione religiosa contemporanea sia più antica, più “autentica” o più storicamente continua rispetto alla religione che, di fatto, le popolazioni nordiche hanno praticato per circa un millennio.
La storia non è uno strumento di legittimazione identitaria: è una disciplina che, quando è fatta seriamente, spesso ci costringe ad accettare realtà più complesse, meno lineari e talvolta meno confortanti di quelle che vorremmo. Ed è proprio per questo che resta così preziosa.
Cap. 57
Il vescovo Gizur rimosse la croce da Kaldaðarnes, alla quale la gente aveva a lungo fatto voti, e verso la quale erano state compiute molte peregrinazioni votive da tutte le regioni; essa rimase lì nel coro fino ai giorni del vescovo Gísli; poi fu portata a Skálholt, e lì distrutta e bruciata; gli anziani cercarono di recuperare schegge o cenere da essa, e se le nascosero.
Egli collocò anche il reliquiario di San Torlaco in un luogo appartato, perché ai miei giorni gli anziani vi si recavano e passavano il palmo della mano sul reliquiario e poi lo strofinavano sugli occhi, o là dove avevano qualche male; ma se riuscivano a passare sotto il reliquiario, allora ciò doveva costituire la piena assoluzione dei loro peccati e purificarli completamente.
Qui si tenevano processioni, come le chiamavano, e portavano il reliquiario, e talvolta la mano di Þorlákur, attorno al perimetro della chiesa, e allora tutta la gente seguiva con canti e letture. — Non tutto può essere scritto. —
In quel viaggio in cui il vescovo Gizur cavalcò via dal luogo della croce dopo averla rimossa, fu colpito dalla malattia che lo portò alla morte; gli anziani interpretarono ciò dicendo che Dio si era vendicato su di lui per averla rimossa. Con ciò cavalcò verso casa a Skálholt; quanto a lungo rimase a letto, non lo so; mantenne piena coscienza e parola fino alla morte; si alzava in piedi mentre veniva assistito, e sedeva nel seggio episcopale nel frattempo.
Morì durante la Quaresima, nell’anno 1548, nella residenza episcopale, dove il vescovo Stephán era morto in precedenza, nell’anno 1518; fu sepolto nella chiesa, come già detto.
Al centro di questo brano si trova la tradizione devozionale legata alla croce di Kaldaðarnes, che rappresenta un esempio estremamente eloquente della profondità con cui la religiosità cristiana era radicata nella società islandese tardo-medievale e proto-moderna. Le fonti descrivono un culto popolare vivo, fatto non solo di partecipazione liturgica, ma di pratiche devozionali materiali e corporee: pellegrinaggi votivi da diverse regioni del paese, contatto fisico con l’oggetto sacro, raccolta di frammenti o cenere con funzione protettiva, processioni attorno allo spazio consacrato del cimitero. Tutti elementi che si inseriscono perfettamente nel quadro più ampio della religiosità europea del periodo, in cui la distinzione moderna tra “fede interiore” e “pratica materiale” semplicemente non esisteva. Come è possibile conciliare un resoconto di questo tipo con l’idea che il paganesimo sia sempre rimasto la vera essenza religiosa dei popoli nordici che cristianesimo fosse soltanto una facciata? Tale tesi è semplicemente insostenibile.
Ciò che emerge con particolare forza è il ruolo sociale e psicologico dell’oggetto sacro. La croce non era soltanto un simbolo teologico, ma un punto di contatto concreto tra comunità e sfera del sacro: guarigione, protezione, assoluzione dei peccati, mediazione con il divino. Il fatto che la rimozione e distruzione della croce venga interpretata, nella memoria collettiva, come causa diretta della malattia e morte di chi la fece togliere è particolarmente rivelatore. Non si tratta solo di superstizione popolare, ma di una visione del mondo in cui il sacro permea la realtà storica e politica. Proprio per questo la tradizione della croce di Kaldaðarnes è così significativa: mostra una società in cui il cristianesimo non era un semplice strato superficiale imposto dall’alto, ma una struttura profonda di interpretazione del mondo condivisa trasversalmente tra élite ecclesiastiche e popolazione.


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