La conversione dell’Islanda al cristianesimo, tradizionalmente collocata tra il 999 e il 1000 d.C., rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia culturale dell’isola. La decisione, approvata dall’assemblea generale di Þingvellir, permise una transizione relativamente pacifica da una società pagano-cristiana frammentata ed esposta a conflitti religiosi, a una cristiana unitaria evitando fratture interne in una comunità priva di autorità monarchica. Nel corso dell’XI secolo la nuova fede si istituzionalizzò con la fondazione delle due diocesi islandesi: Skálholt nel Sud (1056) e Hólar nel Nord (1106). Questi centri episcopali divennero rapidamente poli di alfabetizzazione, insegnamento e produzione libraria, veicolando in Islanda la cultura europea latina: il diritto canonico, la storiografia, l’agiografia e, non da ultimo, la tradizione liturgica romana. In questo contesto si inserisce l’introduzione del canto gregoriano. Il canto liturgico non fu soltanto una forma musicale, ma un potente strumento di integrazione culturale: attraverso la liturgia delle ore e la messa, l’Islanda venne progressivamente inserita nello stesso spazio simbolico, teologico e sonoro della cristianità occidentale.
In Islanda, il canto gregoriano ha un significato estremamente importante che supera i confini spaziali della liturgia e temporali del medioevo, perché costituisce la base di forme musicali popolari precipuamente islandesi, in particolare il cosiddetto tvísöngur, quello che in latino viene detto cantus planus binatim, ovvero una melodia sulla quale viene aggiunta una seconda voce che può procedere per quinte parallele, oppure incrociarsi con quella principale. Sebbene le prime attestazioni manoscritte pervenuteci in cui entrambe le parti sono scritte risalgano alla fine del Medioevo, la pratica doveva essere già diffusa in Islanda da tempo: la Lárentíus saga biskups ricorda che il vescovo di Hólar Lárentíus Kálfsson (1324–1331) avrebbe vietato “að tripla eða tvísyngja” (“triplare o cantare a due”), insistendo sul canto piano “tónaðan eftir kórbókum” (intonato secondo i libri corali), segno che forme di esecuzione a più voci stavano “filtrando” anche nel canto liturgico. In termini documentari, le testimonianze più solide sono però tardo-quattrocentesche: i più antichi esempi notati di tvísöngur in Islanda sono frammenti anteriori o attorno al 1500, fra cui il foglio AM 80 b 8vo (datato 1473, legato al monastero di Munkaþverá) con porzioni di Agnus Dei e Credo a due voci, e il frammento AM 687 b 4to (circa 1500) che conserva vari canti a due voci e persino un breve tono di messa a tre voci. In questa prospettiva, il tvísöngur può essere descritto correttamente come una rielaborazione “armonizzante” del gregoriano: la melodia liturgica rimane l’asse portante (cantus), ma viene “ispessita” da una seconda linea prevalentemente parallela, creando un suono compatto e riconoscibile, che in Islanda sopravvive come tratto identitario molto più a lungo che altrove. Mentre in Europa divenne prassi comune dell’armonia classica di evitare quinte e ottave consecutive già verso la fine del medioevo, in Islanda questo tipo di canto sopravvisse fino al XIX secolo inoltrato, e oggi sta conoscendo un revival significativo.

1. San Torlaco/Þorlákur,
Þorlákur Þórhallsson (1133–1193), vescovo di Skálholt, occupa una posizione del tutto singolare nella storia religiosa islandese. È l’unico santo islandese medievale pienamente riconosciuto dalla Chiesa cattolica e, già nel tardo Medioevo, viene percepito come patrono del paese e modello di episcopato riformatore.
La sua venerazione non si limitò a pratiche devozionali private o a semplici commemorazioni liturgiche: in Islanda si sviluppò infatti un ufficio liturgico proprio, con testi e melodie composti specificamente in suo onore. Questo fatto, tutt’altro che scontato, colloca Þorlákur sullo stesso piano di grandi santi vescovi dell’Europa medievale e testimonia l’alto grado di istituzionalizzazione del suo culto.

2. La liturgia delle ore nel Medioevo
Nel cristianesimo medievale la liturgia delle ore (officium divinum o liturgia horarum) costituiva, insieme alla messa, il cuore della vita liturgica quotidiana. Essa scandiva l’intera giornata in una sequenza regolare di preghiere cantate, basate soprattutto sulla recitazione dei Salmi, distribuiti lungo l’arco del giorno e della notte.
Secondo l’uso latino, consolidato già in età altomedievale, il ciclo quotidiano comprendeva otto momenti principali: mattutino, lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta. Tra questi, i vespri occupavano una posizione privilegiata: celebrati al calare del giorno, costituivano il momento solenne di passaggio dalla luce al buio e assumevano una particolare rilevanza nelle grandi feste.
Per le solennità più importanti, infatti, la celebrazione non iniziava il giorno stesso della festa, ma la sera precedente, con i cosiddetti primi vespri (prima vespera). È precisamente questo il caso della Þorláksmessa invernale, celebrata il 23 dicembre, la cui solennità aveva inizio la sera del 22 dicembre.

3. Il manoscritto AM 241 a II fol.: una fonte eccezionale
La principale fonte per l’ufficio di san Þorlákur è il manoscritto AM 241 a II fol., oggi conservato presso l’Istituto Árni Magnússon a Reykjavík. Databile intorno al 1400 e proveniente con ogni probabilità dall’ambiente di Skálholt, esso rappresenta un unicum assoluto nella tradizione musicale islandese medievale: è l’unico manoscritto superstite che trasmetta le melodie dell’ufficio di Þorlákur.
Il manoscritto contiene quasi esclusivamente i canti propri (proprium) dell’ufficio, mentre omette i testi fissi (ordinarium) e alcuni elementi variabili, come il capitulum e la colletta. Ciò indica chiaramente che il manoscritto era destinato a una comunità già perfettamente formata dal punto di vista liturgico, che conosceva a memoria o possedeva altrove i testi mancanti.
La selezione dei materiali trasmessi dimostra inoltre che la Þorláksmessa invernale era considerata una festa di alto rango, probabilmente classificabile come duplex o superiore, con celebrazione completa dei primi e dei secondi vespri.

4. Il problema della ricostruzione liturgica
In Islanda c’è una tradizione molto radicata di cori maschili, e moltissimi uomini, nel corso della loro vita, partecipano a qualche coro. Sono stato invitato da un collega tempo fa a unirmi al suo, Cantores Islandiae, e ho accettato perché era un’esperienza islandese che mi mancava ancora. Il caso ha voluto che il coro si specializzasse in musica antica islandese.
La natura del manoscritto AM 241 a II fol., caratterizzata di numerosi sottintesi, pone un problema fondamentale allo studioso moderno: come ricostruire un ufficio completo a partire da una fonte che non lo trasmette integralmente perché dava per scontate tante cose che oggi non lo sono più?
È su questo punto che si concentra il lavoro di Ágúst Ingi Ágústsson, il direttore del mio coro, la cui tesi di laurea si propone un obiettivo preciso e metodologicamente ambizioso: ricostruire i primi vespri della Þorláksmessa invernale così come avrebbero potuto essere cantati a Skálholt intorno al 1400.
L’approccio non è né arbitrario. Al contrario, la ricostruzione si fonda su una rigorosa combinazione di:
1) analisi del contenuto e della funzione dei canti presenti in AM 241; 2) confronto con la normativa liturgica dell’area nordica; 3) uso di fonti parallele per colmare le lacune del manoscritto islandese.

5. Le fonti normative: Ordo Nidrosiensis e tradizione norvegese
Durante il Medioevo, la Chiesa islandese dipendeva dall’arcidiocesi di Nidaros (Trondheim). Di conseguenza, la liturgia islandese seguiva, con adattamenti locali, le prescrizioni in uso nell’area norvegese.
Ágúst Ingi utilizza in modo sistematico l’Ordo Nidrosiensis, un testo normativo redatto nel XIII secolo che descrive nel dettaglio lo svolgimento della messa e dell’ufficio nell’arcidiocesi di Nidaros. Sebbene Þorlákur non vi compaia come santo specifico, l’Ordo fornisce lo schema strutturale entro cui collocare i canti islandesi.
A questo si aggiunge il confronto con breviari e libri liturgici norvegesi medievali, che permettono di determinare:
1) quali elementi fossero obbligatori in una prima vespera solenne; 2) dove collocare testi mancanti; quali parti potessero essere attinte dal commune sanctorum, in particolare per un santo vescovo non martire.

6. La ricostruzione dei primi vespri del 22 dicembre
Sulla base di queste fonti, Ágúst Ingi Ágústsson ricostruisce l’intera struttura dei primi vespri della Þorláksmessa invernale, da celebrarsi la sera del 22 dicembre. La ricostruzione comprende:

I. vesperas (22 dicembre)
- Incipit: Deus in adiutorium meum intende
- Antiphona I: Adest festum percelebre
- Psalmus I: Laudate pueri Dominum (Ps. 112 [113])
- Antiphona II: Aquilonis iam latera
- Psalmus II: Laudate Dominum omnes gentes (Ps. 116 [117])
- Antiphona III: Fans ex Basan
- Psalmus III: Lauda anima mea Dominum (Ps. 145 [146])
- Antiphona IV: Docent digna
- Psalmus IV: Laudate Dominum quoniam bonus (Ps. 146 [147], prima parte)
- Antiphona V: Sursum in altissima
- Psalmus V: Lauda Ierusalem Dominum (Ps. 147 [147], seconda parte)
- Capitulum (Lectio brevis)
(testo ricostruito da fonti esterne ad AM 241) - Responsorium: Dum Iohannis
- Hymnus: A solis ortus cardine
- Versiculus et responsorium: Ecce sacerdos magnus
- Antiphona ad Magnificat: O pastor Hyslandiae
- Canticum Mariae: Magnificat
- Preces: Kyrie eleison – Pater noster
- Oratio (Collecta)
- Conclusio: Benedicamus et psallamus
Particolarmente importante è il fatto che la ricostruzione non riguarda solo i testi, ma anche la funzione liturgica concreta di ciascun elemento: ciò che viene proposto non è una semplice sequenza musicale, ma una vera e propria celebrazione vesperale completa, coerente con le pratiche del tardo Medioevo islandese.
Nel video qui sotto potete ascoltare la prima antifona eseguita da noi nella celebre chiesa Hallgrímskirkja di Reykjavík.


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