La sera del 17 novembre 2025 sono stato invitato a Kastljós, prestigioso programma d’inchiesta della televisione pubblica islandese. L’invito nasceva da un tema che in Islanda torna ciclicamente, ma che oggi assume contorni davvero seri: la tenuta dell’islandese come lingua pienamente vitale. Assieme a me era ospite Aleksandra Leonardsdóttir, esperta di inclusione dell’associazione dei sindacati islandesi, che ha sottolineato come il problema dell’apprendimento linguistico sia soltanto un elemento di una questione molto più ampia che riguarda le politiche islandesi nei riguardi degli stranieri.
Direttamente collegato a questo, c’è un ulteriore tema, che forse preoccupa molto di più gli islandesi: la probabile scomparsa della loro lingua.
Per comprendere i rischi che si corrono bisogna guardare oltre il mito — durevole ma ingenuo — dell’islandese “imbattibile” perché antico, prestigioso o difficile, che fa affidamento sul fatto che già dall’Ottocento alcune voci si sono alzate prognosticandone fine, senza che essa si sia verificata fino ad oggi. È vero: l’Islandese ha resistito fino ad oggi, ma come succede con i tracolli economici e politici che avvengono dopo anni di prosperità, anche la situazione di una lingua può ribaltarsi all’improvviso.
Una lingua piccola con una forza editoriale gigantesca
L’islandese conta circa 400.000 parlanti, un numero minuscolo addirittura rispetto a tante lingue regionali europee: il napoletano o il veneto, per esempio, hanno milioni di parlanti. Eppure, nessuna di queste lingue genera — stabilmente, ogni anno — libri di medicina, glaciologia, entomologia, codicologia, musica, cucina, pedagogia, teologia, yoga, romanzi, poesia e via dicendo.
Questa potenza editoriale, resa possibile solo da investimenti pubblici e da un senso condiviso di responsabilità culturale, ha permesso all’islandese di restare una lingua “ad alta funzionalità”, capace di dire tutto in ogni ambito del sapere. Ma negli ultimi anni il sistema mostra crepe profonde: i costi editoriali non rientrano in un mercato tanto piccolo; sempre più musicisti, divulgatori, content creator preferiscono l’inglese; una mentalità iper-pragmatica e commerciale porta molti a ritenere l’inglese “più efficiente”. Se non si investe, prima o poi anche una lingua robusta cede sotto il peso della maggiore praticità ed economia dell’inglese.
Un paese che cambia: 1 abitante su 4 è straniero
Oggi il 20–25% della popolazione islandese è composta da stranieri. È una ricchezza, ma anche una sfida: se un quarto del paese non ha accesso alla lingua nazionale, la tenuta dell’islandese diventa fragile. E qui emerge il dato forse più inquietante: l’Islanda è il paese OCSE con la percentuale più alta di residenti che dichiarano di non parlare la lingua del luogo in cui vivono.
Il grande nodo: un sistema di insegnamento linguistico tra i più deboli d’Europa. L’Islanda offre in media 80 ore di corsi di islandese agli stranieri. Danimarca e Norvegia: circa 3.100 ore; Finlandia: oltre 2.100 ore; Svezia: nessun limite al numero di ore finanziate.
Il risultato è ovvio: in Islanda migliaia di persone restano tagliate fuori dalla lingua, e dunque dal mercato del lavoro qualificato. Non sorprende che il 50% dei disoccupati stranieri non trovi lavoro perché troppo qualificato, ma senza lingua sufficiente per quelli adeguati al loro profilo.
Corsi insufficienti, docenti non formati, territori senza risorse
Fuori Reykjavík, i corsi vengono spesso affidati a persone di buona volontà, ma senza alcuna formazione glottodidattica: nativi che possono rispondere a “come si dice X?”, ma non spiegare perché o impostare un curriculum sistematico.
Per accedere a una lingua complessa, soprattutto da adulti, serve: struttura, sequenzialità, una grammatica insegnata in modo strutturato e comparativo e materiali adeguati. Tutto ciò, semplicemente, non esiste in modo capillare.
Inoltre, tra gli studenti stranieri ci sono anche persone con alfabetizzazione limitata. Con risorse tanto scarse è impossibile fornire percorsi realmente inclusivi. Non stupisce quindi che le scuole private e i corsi organizzati ogni tanto dalle istituzioni risultino spesso inefficaci.
Il travaso verso l’università: un fenomeno mai visto
Vista la debolezza del sistema, migliaia di studenti negli ultimi anni si sono riversati nei programmi universitari dedicati agli stranieri: la laurea triennale e il diploma pratico in islandese.
Questi percorsi selezionano studenti con un buon livello di istruzione; offrono 10–12 ore settimanali di lezione, più molte ore di studio; in un anno portano gli studenti a un livello sufficiente per vivere e lavorare. Sono corsi efficaci, ma estremamente impegnativi: molti studenti lavorano part-time, altri arrivano alla fine solo grazie a enormi sacrifici personali.
Aumento delle iscrizioni, ma nessun aumento nei finanziamenti
Le iscrizioni sono esplose negli ultimi tre anni, ma i fondi pubblici no. Non è stato possibile introdurre un numero chiuso senza un lungo processo amministrativo, quindi i docenti hanno visto moltiplicarsi il carico di lavoro con gli stipendi che sono rimasti gli stessi: alcuni hanno semplicemente lasciato.
La “soluzione” adottata dalle autorità? Limitare le iscrizioni, invece di assumere o investire in un settore che restituisce enormi benefici sociali (molti studenti lavorano già nella sanità e nei servizi pubblici).
Il governo ha annunciato tagli all’insegnamento dell’islandese agli stranieri nella prossima finanziaria. Dopo la mia intervista a Kastljós, la ministra delle politiche sociali ha ammesso la gravità della situazione e promesso correttivi. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.
Smontare il mito dell’islandese “impossibile”
Durante l’intervista ho voluto contestare un’altra narrazione tossica, molto diffusa fino a pochi anni fa: che l’islandese sia “impossibile” per gli stranieri.
È falso.
La difficoltà percepita deriva dal fatto che il primo impatto è traumatico: si apre la grammatica e si trovano immediatamente declinazioni e casi, uno degli aspetti più complessi. È però come iniziare la prima lezione di italiano dai congiuntivi, dal passato remoto irregolare e dai pronomi clitici o tonici e atoni. Questi aspetti si rivelano molto difficili per chi studia italiano, e tantissime non riescono mai a padroneggiarli completamente nemmeno dopo decenni che vivono in Italia. Pochi però ci fanno caso o usano questa cosa per sostenere che l’italiano sia una lingua impossibile da imparare se non sei madrelingua. La verità è che se non sei madrelingua e impari una lingua da adulto, molto probabilmente qualche imprecisione te la porterai sempre dietro, e non c’è niente di male in ciò.
Il mito dell’impossibilità ha però servito due funzioni: ha fomentato il narcisismo nazionale (“la nostra lingua è la più difficile, quindi noi siamo i più intelligenti”), ha giustificato la totale assenza di una pedagogia linguistica efficace. Solo oggi si stanno implementando quadri di riferimento europei, dopo decenni di caos.
I materiali didattici sono pochi, costosi, impossibili da produrre senza sponsor. Chi scrive grammatiche o libri di testo per l’islandese lo fa quasi per hobby: non ci sono finanziamenti e il mercato è troppo piccolo per ripagare gli anni di lavoro richiesti. E senza materiali aggiornati, nessun sistema di insegnamento linguistico può funzionare.
Una società dove i contatti con l’islandese diminuiscono
Il 25% della popolazione lavora spesso in: turismo, ristorazione, servizi ad alta rotazione.
Questo significa che molti stranieri non interagiscono mai con parlanti islandesi, e molti islandesi non ricevono servizi nella propria lingua: persino in ospedale capita di incontrare medici che non parlano islandese.
Poi c’è la pressione dell’inglese sui giovani. L’inglese domina i media e l’intrattenimento: gioco online, TikTok, YouTube. Oggi non è raro vedere bambini che parlano inglese tra loro, un fenomeno che da lontano può sembrare “positivo”, ma che ricorda da vicino come in Italia l’italiano standard abbia spazzato via decine di lingue regionali nel giro di due generazioni. Le lingue muoiono così: senza traumi, senza guerre, semplicemente perché la gente smette di usarle.
Durante l’intervista, mi è stato anche domandato cosa ne pensassi del fatto che il Comune di Vík abbia deciso di condurre il proprio lavoro in lingua inglese alla luce del fatto che la maggioranza degli abitanti è straniera. Purtroppo si tratta di un tema molto delicato che porta sempre ad alzate di scudi, qualunque sia il modo in cui uno lo approccia. Nell’intervista ho dato una risposta politicamente neutra, sostenendo che si tratta di un esperimento nuovo, e che bisogna aspettare per vedere se porterà risultati positivi o negativi nel lungo periodo. In verità, da docente di lingua, penso di sapere esattamente a cosa ci troviamo di fronte: una buona intenzione (quella dell’inclusione immediata) che però sacrifica i risultati a lungo termine e che, con il tempo, va soltanto a peggiorare la situazione. L’unico modo perché la gente si dia una mossa ad imparare la lingua, è attraverso l’urgenza di doverlo fare per sopravvivere. Se si cerca di evitare qualsiasi tipo di trauma o stress o difficoltà fornendo servizi in inglese in banca, in ospedale, dal meccanico, scuola e negli uffici pubblici, la gente non avrà nessuna voglia di fare uno sforzo per imparare l’Islandese. Perché dovrebbe farlo? Imparare una lingua rappresenta un carico di lavoro paragonabile a quello di un lavoro full time. Perché sobbarcarselo se tanto si sopravvive con l’inglese?
Un altro tema, che ho toccato, quello della difficoltà che gli stranieri trovano, all’inizio, nel fare pratica con i nativi: appena questi ultimi sentono un accento, o si rendono conto che la persona che hanno di fronte non possiede la piena padronanza della lingua, si mettono a parlare in inglese. Noi italiani non lo facciamo: siamo abituati a sentire accenti di diverso tipo e abbiamo molta tolleranza per sbavature grammaticali o errori di pronuncia. Inoltre, siccome tanti di noi non parlano abbastanza l’inglese, siamo abituati a rassegnarci a cercare di comunicare in italiano anche con gente che l’italiano lo conosce a malapena. Questo contribuisce tantissimo alla rapidità dell’apprendimento dell’italiano negli stranieri. Il fatto che, al minimo ostacolo, gli islandesi passino all’inglese, impigrisce tantissimo gli stranieri.
Purtroppo queste cose si fa molta fatica a dirle, perché per molti rappresentano una sorta di accusa xenofoba agli stranieri stessi, che meritano soltanto pazienza, empatia e qualsiasi sforzo volto ad includerli, anche se non spiccicando una parola Islandese. Sottolineo che condivido pienamente lo spirito, ma so anche che, se vogliamo vedere i risultati nel lungo periodo, è molto meglio che gli stranieri provino un po’ di disagio all’inizio e acquisiscano rapidamente la lingua, piuttosto che trovarsi tutto disponibile in inglese e non imparare mai veramente la lingua. È un fatto ineluttabile che l’apprendimento linguistico negli adulti richiede sforzi e difficoltà. Volere eliminare questi significa eliminare ogni possibilità di acquisizione linguistica. Non esiste nessuno che ha imparato una lingua a un livello tale da poter migliorare le proprie prospettive in un paese straniero senza fare il minimo sforzo.
Un nuovo filone retorico: lo straniero come abusatore del sistema
Di recente è spuntata una narrazione xenofoba secondo cui molti stranieri userebbero il visto studentesco come scorciatoia per entrare nel paese. È un discorso infondato, ovviamente: se anche ci prova, chi non supera gli esami non ottiene il rinnovo del visto. Eppure, proprio sulla base di questa retorica, si sono imposti limiti alle iscrizioni dei programmi di islandese dall’estero.
C’è una contraddizione profonda: il discorso pubblico esalta la necessità di proteggere cultura e lingua, ma non investe nel gruppo sociale più numeroso che non ha accesso alla lingua stessa: gli stranieri.
Durante l’intervista ho voluto ribadire questo punto: i nostri studenti sono in larghissima parte persone istruite, motivate, e i risultati che raggiungono in tempi rapidi lo dimostrano. L’università dà tanto, ma riceve tanto: quei risultati sono il “ritorno” dell’investimento pubblico nell’insegnamento dell’islandese.
Una lingua non muore quando sparisce dalle iscrizioni universitarie o quando un cantante pubblica un brano in inglese. Muore quando:
smette di essere necessaria; la società non la trasmette agli stranieri; i giovani la percepiscono come opzionale; lo Stato investe troppo poco e troppo tardi.
L’islandese non è condannato: è pienamente recuperabile.
Ma senza investimenti seri nell’insegnamento, nei materiali, negli insegnanti e nella pianificazione linguistica, rischia di perdere terreno fino a diventare una lingua “ornamentale”: bella, affascinante, orgogliosa — ma marginale nella vita di molti.
La responsabilità, oggi, è collettiva: istituzioni, scuole, media, cittadini. L’islandese può prosperare. Ma non lo farà da solo.


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