Magnús Ólafsson di Laufás: il rinascimento islandese tra tradizione e innovazione

Nel cuore dell’Islanda del XVII secolo emerge una figura memorabile: Magnús Ólafsson di Laufás (ca. 1573–1636) — poeta, studioso e prete luterano (ricordo che in islandese non si usa un termine diverso per distinguere tra prete cattolico e pastore luterano) — famoso per aver prodotto una nuova versione della celebre Edda di Snorri Sturluson. Grazie alla riorganizzazione alfabetica delle kenningar, perifrasi poetiche tipiche del periodo medievale, Magnús le rese più accessibili ai poeti contemporanei, operando così una vera e propria rivoluzione culturale. La sua traduzione latina dell’Edda, tra i più importanti testi del medioevo scandinavo ed europeo, servì da base per la celebre edizione di Resen, uscita nel 1665 a Copenaghen, contribuendo alla diffusione della conoscenza di questa letteratura in Europa.

Origini e formazione

Abbandonato dalla madre in circostanze tragiche, Magnús fu miracolosamente salvato e cresciuto da una famiglia benestante all’interno dell’élite islandese. Studiò presso la scuola di latino associata alla cattedrale di Hólar sotto la guida di Arngrímur lærði (il Sapiente) e proseguì gli studi all’università di Copenaghen, per poi tornare in patria con una visione culturale aperta e raffinata  

Le opere

Le sue poesie, sia latine che in islandese, fondevano tradizione norrena e nuove correnti europee. Con stile ricco di kenningar, rime interne, innovazioni metrico-formali, e un gusto per giochi linguistici — anagrammi, acrostici, cronogrammi — le sue opere incarnano pienamente lo spirito barocco e umanista

Poesie d’occasione

Gran parte della produzione poetica di Magnús Ólafsson rientra nel genere della poesia d’occasione, un ambito che nel XVII secolo svolgeva un ruolo fondamentale non solo come esercizio letterario, ma anche come forma di negoziazione sociale e politica.

Magnús compose panegirici e componimenti celebrativi in latino e in islandese per vescovi, dignitari danesi e figure di spicco della vita culturale del tempo. Tra i destinatari figurano il vescovo Guðbrandur Þorláksson (celebre per la prima traduzione completa della Bibbia in islandese), l’antiquario danese Ole Worm e lo statista Christen Friis, cancelliere del regno.

Questi testi non erano semplici elogi: erano atti performativi che stabilivano legami, consolidavano alleanze e testimoniavano l’appartenenza dell’Islanda a una più vasta rete culturale europea. Allo stesso tempo, rivelano la perizia tecnica di Magnús, che padroneggiava metri complessi e ornamenti retorici con cui metteva in mostra la sua erudizione umanistica e la sua abilità di poeta di corte, pur essendo geograficamente ai margini del continente.

Forme poetiche, sperimentazioni e spiritualità

La poesia di Magnús mostra una varietà sorprendente di forme metriche e stilistiche, che spaziano dal latino al vernacolo islandese.

Nel poema “Ad lectorem” (un prologo in versi destinato ai lettori), Magnús si diverte con artifici metrici complessi, fitte rime interne e parallelismi, dimostrando la sua volontà di dialogare con il gusto barocco europeo. Nelle odi religiose come Kvöldsálmur (“Salmo della sera”) ed Ein bænarvísa út af nafninu Jesú (“Un inno di preghiera sul nome di Gesù”), l’arte poetica si unisce a un’intensa spiritualità: il linguaggio resta elegante e raffinato, ma il tono diventa meditativo, adatto alla devozione personale. Nella lunga composizione “Klögun af þremur sálar óvinum, holdi, heimi og djöfli” (“Lamento contro i tre nemici dell’anima: la carne, il mondo e il diavolo”), Magnús si misura con un tema classico della letteratura cristiana. Qui il poeta si scaglia contro le seduzioni terrene e le tentazioni demoniache con versi solenni, quasi teatrali, che rivelano la tensione morale e spirituale del suo tempo.

La sua capacità di passare con naturalezza dal registro sacro a quello letterario dimostra la duplice vocazione di Magnús: pastore e poeta, uomo di Chiesa e intellettuale che non rinunciava mai alla raffinatezza formale.

La “Ríma di Flatey”, uno dei capolavori tra satira, viaggio e invenzione poetica

Tra le opere più affascinanti di Magnús Ólafsson spicca la “Flateyjar ríma”, composta attorno al 1626–1628. A differenza dei suoi inni religiosi o delle poesie celebrative, questo poema si colloca in una dimensione ibrida e sorprendente: a metà tra cronaca di viaggio, commedia satirica e invenzione fantastica. Il testo prende le mosse da un viaggio verso l’isola di Flatey nella baia di Skjálfandi (nel nord-est m, da non confondere con la più famosa Flatey nel Breiðafjörður), ma il racconto si trasforma rapidamente in una serie di episodi immaginari.

Il racconto della Flateyjarríma si apre in un contesto ben preciso: il viaggio ha luogo durante i giorni di digiuno degli imbrudagar (le tempora di settembre della traduzione cattolica, giorni di preghiera e penitenza) d’autunno, e i protagonisti fanno ritorno sulla terraferma il 29 settembre, giorno di San Michele. A intraprendere l’avventura è il pastore Illugi (pronunciato più o meno Éttlü-ie – sì, è l’approssimazione alla grafia italiana migliore che possa fare), accompagnato da tre giovani e successivamente da altri compagni di viaggio. Il tragitto verso l’isola inizia sotto i migliori auspici, nonostante l’avvertimento del traghettatore circa il cattivo tempo imminente.

Il gruppo approda a Flatey senza incidenti, riceve ospitalità generosa e partecipa a un servizio religioso. Tuttavia, il ritorno viene impedito da tempeste persistenti: i viaggiatori sono costretti a trascorrere sei notti sull’isola, durante le quali si verificano eventi strani e inquietanti. Due fratelli, di ritorno da Húsavík con una scorta di acquavite, cercano di nasconderla per berla da soli, affidandone la custodia agli álfar oscuri, elfi del sottosuolo. Da quel momento le persone iniziano ad ammalarsi, forse per i vapori dell’alcol, forse per l’impossibilità di trovarlo. Un contadino di nome Ormur afferma che la guarigione avverrà solo quando la bevanda sarà ritrovata, ma sostiene che si trovi nascosta sotto il mare: nessuno, ovviamente, vuole affrontare gli elfi e i pericoli del mondo sommerso.

È allora che Illugi, il pastore, si offre volontario. La sua figura è presentata in chiave comica e paradossale: un uomo di chiesa che si prepara come un guerriero, con stola e spada, incarnando al tempo stesso la santità e l’eroismo. Scende quindi nel regno sotterraneo, affrontando gli elfi tra cataclismi naturali – terremoti, frane, onde gigantesche – mentre un certo Tómas, dotato della capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli, veglia all’esterno.

Il poema intreccia riferimenti colti e popolari, con un uso ingegnoso di kenningar antiche e nuove. Illugi è paragonato tanto ai celebranti della Messa quanto agli eroi mitici; il mare è descritto come “il sangue di Ýmir”, e si evocano figure della mitologia nordica e greca: Scilla, Cariddi, Nereo, le figlie delle onde. Dal mare emergono balene e pesci di ogni tipo, seguiti da troll, nani, spettri e giganti: una processione grottesca che mescola tradizioni diverse.

Alla fine Illugi riemerge con la fiaschetta tanto agognata. La comunità esplode di gioia e l’alcol viene consumato con entusiasmo. La serata si trasforma in un banchetto durante il quale si consultano antichi volumi, tra cui i carni medievali Völuspá, Hávamál, ma anche rímur e saghe eroiche, a testimonianza della fusione tra erudizione e divertimento. Ma il festino si conclude bruscamente: tuoni, fulmini e la comparsa di una figura che sostiene che la fiaschetta fosse l’origine di tutti i problemi, così che si pone fine alle celebrazioni.

Il ritorno sulla terraferma si rivela altrettanto drammatico. Dopo una traversata fortunata, il gruppo riprende il viaggio a cavallo, ma viene travolto da bufere di vento e neve. Le tempeste sono descritte con immagini mitologiche: il cielo è il “teschio di Ýmir” (il gigante promordiale della mitologia nordica) che si oscura, la Notte è la “figlia di Njörvi” che cala minacciosa, fantasmi e cumuli di neve diventano avversari concreti. Alla fine, logori e malridotti, i viaggiatori giungono a destinazione e possono celebrare San Michele, mentre il poeta dichiara di aver composto la rima durante la convalescenza seguita a quella durissima esperienza.

Con questo componimento, Magnús dimostra non solo il suo talento, ma anche la volontà di trascendere i confini della poesia tradizionale islandese, fondendola con il gusto rinascimentale per la parodia e la commistione dei generi. La Flateyjarríma, con le sue 191 strofe in metro elaborato, è un testo barocco a pieno titolo: complesso, ricco di allusioni, volutamente oscuro in certi passaggi, capace di unire alto e basso, sacro e profano, mito e comicità. La vicenda intreccia due mondi – quello cristiano dei pastori e quello pagano degli elfi sotterranei, con la vicenda che si risolve con una beffa gioiosa e un trionfo dell’alcol e della narrazione.

Il testo testimonia le radici medievali della poesia islandese e insieme le caratteristiche tipiche del barocco: esagerazione, inversione di prospettive, gioco linguistico e intreccio di registri. (Ricordiamo la poesia barocca celeberrima, Sembran fede d’avorio, di Narducci, un classico del barocco italiano dove al li guaggio aulico si associa un tema bassissimo: i pidocchi). È una celebrazione dell’immaginazione, ma anche una riflessione velata sui temi della colpa, del piacere e della fragilità umana, resa attraverso la lente deformante della parodia e del mito.

Magnús Ólafsson incarna la fusione di tradizione islandese e correnti rinascimentali europee: un ponte tra passato scandinavo e modernità culturale, ispirando poeti come Hallgrímur Pétursson e Stefán Ólafsson. La sua opera ha acceso una nuova stagione letteraria che affermava la dignità dell’islandese al pari del latino  .

[Questo post è basato sul capitolo 6 (“A Renaissance Figure: Magnús Ólafsson of Laufás”) del volume Icelandic Baroque: Poetic Art and Erudition in the Works of Hallgrímur Pétursson di Margrét Eggertsdóttir (2014)]

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