Negli ultimi decenni si è assistito, in Europa e altrove, a una sorta di rinascita spirituale legata ai cicli della natura, spesso connessa a un desiderio di riscoprire antiche tradizioni pagane che, siccome solitamente non sono rintracciabili, sono state reinventate di sana pianta. Le celebrazioni del solstizio d’estate ne sono un esempio lampante. In molti paesi nordici, la notte tra il 23 e il 24 giugno è tornata in auge, rivestita di fiori, falò e danze, reinterpretata come festa “neopagana” o “ancestrale”, anche laddove la sua origine è, tanto per cambiare, cristiana.
Spesso si tende a dare per scontato che feste come la Midsommar svedese siano una sopravvivenza diretta di antichi culti pagani del solstizio. In realtà, non esistono prove storiche o archeologiche affidabili che colleghino questa celebrazione a pratiche religiose precristiane.
Tutta la documentazione disponibile — dai calendari liturgici medievali alle cronache storiche — indica che Midsommar nasce come celebrazione cristiana della Natività di San Giovanni Battista, ed è assai probabile che le tradizione ad essa associate siano originate nei secoli successivi come forme di credenza popolare.
La storia per chi la chiesa avrebbe sostituito, ad esempio, la festa del solstizio d’inverno con il Natale è ormai sostenuta da una sparuta minoranza di esperti, visto che il 25 dicembre è stato scelto sulla base di calcoli a partire dalla data del concepimento secondo le scritture, e che pare il culto del Sol Invictus sia stato istituito diversi anni dopo le prime attestazioni attendibili di celebrazione del Natale cristiano a Dicembre.
Analogamente a Halloween, che deriva dalla vigilia di Ognissanti e non ha una documentata continuità rituale con una celebrazione precedente (anche se sono tutti assolutamente sicuri del contrario, pur non avendone le prove!), anche per Midsommar non abbiamo testimonianze letterarie, liturgiche o archeologiche che attestino culti solstiziali precristiani nei paesi scandinavi.
Molte delle letture neopagane che oggi attribuiscono significati “ancestrali” a danze, falò o canti di mezza estate sono frutto di interpretazioni romantiche ottocentesche, nate in un’epoca in cui l’idea di riscoprire le “radici del popolo” era centrale per costruire identità nazionali. Fu in quel clima che si cominciò ad attribuire presunti significati pagani a ogni elemento del folklore: dai fiori intrecciati nei capelli alle rune scolpite nei boschi. In realtà, ogni volta che si va a cercare l’origine di qualche superstizione, tradizione, o credenza popolare che sembra prestarsi bene alla teoria della sopravvivenza di qualcosa di precristiano, salta sempre fuori che, invece, si tratta di elementi nati in piena epoca cristiana, la cui origine non può essere fatta arretrare di più di qualche secolo nella migliore delle ipotesi, e che i collegamenti con il mondo pagano sono frutto soltanto delle nostre fantasie su come tale mondo doveva essere.
Questo impulso ideologico ha avuto due conseguenze principali:
- L’invenzione di un passato “pagano” uniforme, idealizzato e monolitico, spesso senza alcun fondamento nelle fonti storiche disponibili;
- La produzione di narrazioni culturali seducenti ma infondate, che ancora oggi sopravvivono nel turismo, nei negozi di souvenir, nei romanzi fantasy e nei meme sui “celti” e i “vichinghi”.
La verità, sebbene meno suggestiva, è che i sistemi di credenze pagani del nord Europa sono perlopiù irrecuperabili. Ci sono lacune enormi nelle fonti, e quelle che abbiamo sono per lo più scritte in epoca cristiana, filtrate da redattori che spesso cercavano di adattare i racconti a una visione teologica o moralistica.
Per questo motivo, qualsiasi tentativo di “ricostruire” significati originari pagani dietro le celebrazioni cristiane (come Midsommar o Jónsmessa) è sempre congetturale e spesso ideologicamente motivato. Più che tracce di un paganesimo sopravvissuto, queste letture sono eco di un paganesimo reinventato.
Nel turismo culturale contemporaneo si dà per scontato che un paese come l’Islanda, tanto evocato per le sue saghe, vulcani e creature invisibili, possegga una propria celebrazione pagana del solstizio. Ma sorprendentemente non è così.
Una notte con aura sacra, ma senza grandi festeggiamenti
In Islanda, la Jónsmessa (messa di San Giovanni) non è mai stata una festa di grande rilievo popolare, almeno non nel senso cerimoniale e conviviale che ci si aspetterebbe altrove. È vero che durante l’epoca cattolica (1000–1550) il giorno era ritenuto sacro: tra le venti e trenta chiese erano dedicate a Giovanni Battista (da solo o con altri santi), e fu mantenuto tra i giorni festivi ufficiali fino al 1770, ben dopo la Riforma protestante. Ciò indica una persistente aura di solennità rispetto al 24 giugno, anche oltre i confini del culto cattolico.
Ma non si hanno notizie di rituali collettivi o celebrazioni comunitarie simili alla Midsommar svedese, molto probabilmente, per ragioni di natura pratica e agricola: la Jónsmessa cadeva in una finestra dell’anno in cui le principali incombenze della vita rurale erano temporaneamente sospese. Il periodo delle nascite degli agnelli era terminato e le pecore erano già state condotte sui pascoli d’altura. I prati erano stati fertilizzati e la fienagione non era ancora cominciata
Proprio per questo, si ritiene che l’Alþingi (assemblea generale islandese) fosse convocato in questo periodo: era il momento in cui la maggior parte della popolazione poteva prendersi una pausa e viaggiare. Durante l’età del libero Stato (Þjóðveldið), l’Alþingi si riuniva a metà giugno e durava due settimane. Anche se non ci sono fonti dirette, è verosimile pensare che accanto agli affari legislativi si svolgessero anche festeggiamenti privati, mercati e incontri tra famiglie.
A differenza di molte tradizioni europee, la notte di Jónsmessa in Islanda non era fortemente legata a tradizioni di fantasmi o di stregonerie. Probabilmente perché la notte del 24 giugno è quasi totalmente illuminata dalla luce del crepuscolo, e gli spiriti — come ben sappiamo — mal sopportano la luce. Eppure, Jónsmessunótt (la notte che precede la giornata di San Giovanni) emerge nel folklore come una delle quattro notti più “potenti” o prodigiose dell’anno, insieme alle notti di Natale, di Capodanno e dell’Epifania. Si diceva che fossero notti favorevoli per: sedersi ai crocicchi (luoghi carichi di energia liminale tra i mondi dei vivi e dei morti), ascoltare gli animali parlare, vedere le foche uscire dalla loro pelle e assumere sembianze umane… tutte queste credenze sono tramandate nel folclore dell’ottocento. Per chi è interessato ne ho parlato in modo approfondito nel mio libro “Il grande libro del folklore islandese” (Mondadori, 2024). Qui sotto alcune tradizioni legate alla notte di San Giovanni:
Rugiada, pietre e piante magiche: il lato “verde” della Jónsmessa
🌿 Rugiada curativa
Secondo la tradizione, la rugiada raccolta nella notte di Jónsmessa era miracolosa: si diceva potesse curare la scabbia e altri diciotto disturbi cutanei se ci si rotolava nudi sull’erba bagnata.
In alternativa, bastava camminare a piedi nudi nella rugiada o lavarsi il viso, lasciando che l’acqua evaporasse da sola sulla pelle.
🪨 Pietre naturali dai poteri speciali
Durante questa notte, era più facile trovare i náttúrusteinar, pietre dotate di poteri magici. Le tipologie più note erano:
Pietre del parto: aiutavano donne e mucche a partorire; Pietre dei desideri (óskasteinar); Pietre protettive; Pietre della vita: curavano ferite; Pietre dell’invisibilità (hulinhjálmssteinar)…
Alcune località islandesi erano famose per queste ricerche, come Baula, dove si dice che solo nella notte di Jónsmessa emerga dallo stagno una pietra dei desideri, in grado di esaudire chi la raccoglie.
Erbe da raccogliere e proteggere: Molte piante medicinali, per essere attive e potenti, dovevano essere raccolte proprio nella notte di Jónsmessa, per esempio: Lyfjagrös (detta anche Jónsmessugras); Horblaðka: contro raffreddore e scorbuto; Brennisóley (ranuncolo): contro malattie della pelle; Maríustakkur: per curare ascessi; Víðir: per piaghe ai piedi; Mjaðjurt: usata per scoprire chi avesse rubato qualcosa, con un piccolo rituale magico da compiere a mezzanotte; quadrifoglio o il lásagras (erba delle serrature) erano ricercati per la loro capacità di aprire ogni chiusura.
Draumagrös: l’erba dei sogni: Si diceva che questa pianta, una sorta di equiseto, facesse sognare ciò che si desiderava sapere. Il procedimento per prepararla era lungo e rituale: veniva immersa nel vino consacrato, appoggiata sulla tomba di un morto recente per tre notti, poi tenuta nella Bibbia accanto al Salmo 63 per altre tre notti, e infine conservata in farina. Una volta pronta, bastava dormire con l’erba sotto la guancia destra per ottenere rivelazioni oniriche.
Brönugras: l’erba dell’amore: Il brönugras (Dactylorhiza maculata) cresceva vicino alle coste. La sua radice biforcuta aveva due poteri diversi: La parte più grossa stimolava desiderio e fertilità Quella più sottile rafforzava la castità Era usata: Per aumentare l’amore coniugale; Per conquistare qualcuno, ponendo metà radice sotto il suo cuscino e l’altra metà sotto il proprio; Per favorire il concepimento o placare i litigi matrimoniali
Nel 1781, Björn Halldórsson scriveva:
“Questa pianta ha grande forza per rafforzare uomini e donne nella procreazione, soprattutto la sua radice, che stimola il vigore, preserva la fertilità e aiuta il parto. Ha un profumo dolce, soprattutto di notte.”
In Islanda, la notte di Jónsmessa non è mai diventata una festa collettiva con i connotati di una sagra o di un festival, ma è sempre stata una notte “sottilmente magica”, piena di erbe, pietre, rugiada e silenziosi rituali notturni. Nessun falò, nessun albero da addobbare, nessun pasto all’aperto. Solo la luce del crepuscolo (o dell’alba?) nel cuore della notte e la credenza che, per chi sa ascoltare e cercare, nella notte di Jónsmessa qualcosa si muove.


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