Bisogna fare sempre uno sforzo, per non essere contro qualcosa solo perché l’ha detta qualcuno appartenente una parte politica che consideriamo avversa, e altrettanta forza è necessaria per opporsi a qualcosa che invece proviene da qualcuno della nostra parte. La politica è sempre più tifoseria da stadio: si guardano i colori delle magliette e si ignorano spesso i contenuti. Non sono certo immune da questi meccanismi profondamente umani, ma mi sforzo davvero di non guardare mai a chi dice qualcosa (tranne nel caso in cui ciò possa essere rilevante) e giudicare invece il merito di quanto viene detto. Forse non è per gli stessi motivi che hanno mosso gli ideatori di questa riforma, ma, almeno per come l’ho letta nei quotidiani italiani, la trovo quantomeno un piccolo passo nella giusta direzione.
La riforma comprende moltissimi punti, tra i quali il potenziamento dell’educazione civica e delle lingue straniere, la didattica esperienziale, l’inserimento di moduli legati al dialogo interculturale alle lingue minoritarie, nuovi strumenti digitali per monitorare i progressi degli studenti, ma non è di questo che vorrei parlare. Vorrei discutere dell’aspetto che più mi è sembrato sollevare discussioni, perlomeno negli ambienti social in cui mi muovo: la lettura della Bibbia già alle elementari, lo studio di testi letterari della tradizione, lo studio opzionale del latino a partire dalla seconda media e lo studio dell’epica classica, accompagnato da quello di altre opere culturali ad essa ispirate.
Dopo tentativi di trasformare le scuole in una sorta di avviamento professionale con il solo vantaggio di alleggerire le imprese dall’onere di formare i neoassunti, con idee che trovo francamente aberranti come quella dell’alternanza scuola-lavoro, che hanno avuto l’effetto di rendere sempre più forte l’idea per cui lo studio debba essere finalizzato a trasformarci in ingranaggi lobotomizzati della macchina dei consumi, troviamo un governo che ci aspetteremmo teoricamente essere allineato con imprenditori e capitale, a proporre una riforma scolastica (in vero rivolta alla scuola dell’obbligo, ma ciò è secondario), che esalta e promuove uno studio che non ha immediata ricaduta sulla sfera professionale. Trovo questo meraviglioso. Personalmente, per via del mio percorso di vita, credo di essere facilitato nel cogliere il motivo per cui questa riforma possa essere vista sotto una luce positiva, ma sono anche consapevole di come tanti pensino semplicemente ancora non serve a niente, che la Bibbia devono studiarla solo quelli che credono in Dio e compagnia bella.
Trattandosi di un argomento che mi sta a cuore, proverò a discuterne qui per chi avrà voglia di continuare a leggere:
Io il latino l’ho studiato pochissimo, lezioni pomeridiane facoltative in terza media, un anno al liceo e poi qualche lezione privata in quarta superiore. Mi sono rimesso a studiarlo seriamente all’università perché è importante per il mio percorso di medievista.
Mi sono reso conto, negli anni, che una quantità infinita di riferimenti culturali al mondo classico e alla lingua latina sono completamente preclusi a chi questa lingua non la conosce neanche un minimo, e quando le persone, specialmente in Europa, non hanno più una connessione con la lingua principale della cultura europea degli ultimi due millenni, sono sguarniti di fronte a propagande nazionaliste che tentano di riscrivere il passato, a particolarismi beceri, e comunque mancano dell’accesso a una parte consistente della loro storia culturale e personale. La nostra società di oggi è il prodotto delle scelte fatte da quella di ieri, e tali scelte sono spesso una funzione di valori derivati dalla cultura e dalla religione o dall’etica maggioritaria.
Quando non si conosce il proprio passato, si è facilmente vittima di chi il passato lo manipola a fini politici. Conoscere la propria cultura serve a capire meglio i cambiamenti che avvengono nel presente, e a incoraggiarli o ostacolarli a seconda delle proprie convinzioni, in modo più consapevole e non manovrati da chi sa più di noi e può manipolarci e imbonirci raccontando fandonie. È ovvio che il mero studio della grammatica latina non ci trasforma in filosofi e storici, ma è uno strumento potentissimo che permette l’accesso a una quantità immensa di conoscenza, e che rende lo studio di tante altre lingue molto più semplice. Guarda caso, chi ha studiato latino, trova più semplice studiare l’islandese, per dirne una.
Lo studio della Bibbia, e il potenziamento della storia più antica e dell’epica, invece, sono da accogliere, perché anche se non credenti o non interessati all’epica, dobbiamo rassegnarci al fatto che dozzine di generazioni dei nostri hanno più o meno creduto a quella religione e si sono ispirati ad essa e all’epica classica non soltanto per produrre l’arte che è il vanto del nostro paese, ma anche per costruire la società che ci hanno lasciato in eredità.
Con lo studio della storia antica, ci si rende conto che non è così scontato che una società decida di prendersi cura dei più deboli, dei malati e degli anziani, e che nella storia del mondo queste categorie sono state solitamente considerate spazzatura inutile da eliminare, fino a quando non è arrivato qualcuno con valori cristiani. Questo non vuol dire che tutto quello che è stato fatto in nome di questi valori sia stato positivo, ma è un dettaglio da tenere presente quando si decide in modo semplicistico di sradicare la nostra cultura dal suo passato cancellandolo, perché aspetti di esso non ci piacciono, perché non siamo credenti e ci dà fastidio doverci approcciare al nostro passato vedendo la religione dappertutto, perché ci siamo scelti dei valori diversi e ci crea dei problemi venire da un passato in cui i valori erano profondamente diversi dai nostri attuali, o per tante altre cose. Molti di noi atei, fanno l’errore di credere che gran parte di quelli che loro considerano valori naturali per persone buone e di buon cuore, siano il naturale risultato della riflessione di qualsiasi individuo a prescindere dalla sua cultura, e non si rendono conto che essi sono invece spesso il risultato del loro retroterra culturale cristiano. Credere che i malati vadano curati e non abbandonati a morire in luoghi dove non rischiano di contagiare nessuno è un valore che noi europei abbiamo derivato dal cristianesimo, non da una riflessione atea su cosa è giusto cosa è sbagliato. Che poi uno possa arrivare ad avere un tale valore attraverso un percorso diverso è sicuramente vero, ma nel contesto della storia culturale dell’Occidente, è innegabile che valori di questo tipo siano subentrati ad altri ben diversi nel momento della diffusione del cristianesimo. Non dimentichiamoci che prima del cristianesimo, le migliori menti dell’Europa pagana hanno creduto fermamente che fosse del tutto naturale per alcuni esseri umani, essere proprietà di altri. Con il colonialismo spagnolo, la tratta degli schiavi nelle Americhe si svolse contro i dettami della chiesa, e a dispetto del fatto che Papa Paolo III avesse sentenziato in una bolla (Sublimis dei, 1537) come gli indigeni d’America fossero persone umane con la stessa dignità degli europei, i quali non avevano dunque diritto di porlo in schiavitù. La pena per gli schiavisti era la scomunica latae sententiae. Spagnoli e portoghesi ignorarono la cosa e talvolta uccisero religiosi che cercavano di difendere gli indigeni. Noi però continuiamo a credere alle scenette cinematografiche con il gesuita che sbarca da una scialuppa sulla costa americana, reggendo una croce, con al seguito spagnoli armati di alabarde che si mettono a massacrare chiunque non si inginocchi alla croce.
Purtroppo abbiamo una visione della storia largamente falsata, figlia del polemismo protestante prima (come nel caso appena citato del colonialismo), e dell’etnonazionalismo ottocentesco poi, per cui vediamo l’Europa come un insieme di blocchi netti senza possibilità di conciliazione, quando invece per circa un millennio tutta l’Europa dalla Groenlandia a Malta si è vista innanzitutto come “Cristianità”, con valori, cultura un destino condivisi; solo secondariamente come popolazioni locali (esiste un libro bellissimo proprio su questo aspetto rispetto all’Islanda, del professor Sverrir Jakobsson: gli islandesi nel medioevo si come cristiani cattolici, poi come “nordici” e in ultima analisi come “islandesi”).
La politica ha poi voluto manipolare le popolazioni europee per i propri fini, instillando narrazioni che erano viste come funzionali all’idea di Stato nazione e creando un’idea del passato medievale e antico come di lotta tra razze e culture inconciliabili, spazzando sotto al tappeto tutto quello che rendeva l’Europa una comunità di cultura e di valori. Gli islandesi ad esempio, mostrano un’ignoranza veramente imbarazzante della loro storia: hanno sentito ripetere alla nausea che erano speciali perché scrivevano tanta letteratura e non erano veramente cattolici perché i loro preti tenevano le concubine (sai la novità?), e non sanno invece che la loro letteratura, seppur eccezionale per tanti versi, è un ramo di quella medievale, e che le saghe sui loro antenati sono poche rispetto a quelle sui santi, o su re Artù e Carlo Magno, che oltre alle saghe c’erano libri sulla teologia cristiana, sulle scienze, e che i loro antenati nel medioevo andavano spesso in pellegrinaggio a Roma e oltre, che erano estremamente devoti agli stessi santi a cui erano devoti gli altri europei o che quelli di loro che studiavano conoscevano il latino e lo usavano per comunicare in giro per l’Europa, dove si muovevano molto di più di quanto non avrebbero fatto le generazioni nate dopo la Riforma luterana, le quali rimasero attaccate alla Danimarca, come una zavorra. Zavorra che li affligge ancora, visto che Copenhagen, per inerzia storica, rimane ancora la principale destinazione estera e di studio per la maggior parte di loro! Guardate quanto la politica nazionale danese dell’età moderna impatta ancora le mappe mentali degli islandesi!
Questi isolazionismi e nazionalismi di cui siamo ancora figli, colorano la nostra percezione del mondo. Abbiamo la sfortuna di essere le primissime generazioni dopo due o tre secoli di tentativi di creazione di differenze e divisioni, a cui sono seguite guerre sanguinose senza sosta. Le schermaglie medievali non ebbero nulla a che vedere con le sanguinose guerre di religione combattute tra il Cinque- e il Seicento a seguito della spaccatura culturale avvenuta con le Riforme. Il picco di quella spaccatura si è avuto con i nazionalismi dell’ottocento, e quei nazionalismi purtroppo ci hanno inculcato alcuni modi di leggere la realtà storica e sociale della nostra Europa che ancora usiamo quando ci approcciamo agli altri popoli. Stereotipi (i cattolici sono scemi perché fanno tutto quello che dice il papa), pregiudizi (i nordici sono austeri) e vecchie antipatie tutte figlie di una storia manipolata per l’interesse di monarchie e governi che volevano scalzare i loro rivali fomentando l’odio tra i popoli.
In un’epoca in cui la terza guerra mondiale sembra sempre dietro l’angolo, sarebbe bene, almeno nella nostra vecchia Europa, riscoprire i fondamenti della nostra cultura: l’Europa come la conosciamo, emerge dalle ceneri dell’impero romano, è fondata sul cristianesimo e si configura come sfera culturale che unisce popoli diversi i quali ereditano una religione portatrice di determinati valori e di conoscenze burocratiche e amministrative le quali permettono poi l’emergere dei regni medievali da cui si sono sviluppati i paesi che conosciamo oggi.
A dispetto delle tante lingue diverse, la cultura dotta era internazionale, le persone si muovevano, si riconoscevano come appartenenti allo stesso gruppo umano, contrapposto a quelli non cristiani, ovviamente, e condividevano l’idea di una storia e di un destino condiviso. Un islandese che attraversava l’Europa per andare a Roma in pellegrinaggio, avrebbe trovato cibi, odori e architetture per lui esotiche, ma si sarebbe sentito a casa ascoltando la musica gregoriana delle funzioni religiose, avrebbe incontrato persone vestite in maniera simile alla sua (grazie al terreno congelato dei cimiteri in Groenlandia, sappiamo che i Groenlandesi nel 1300 si vestivano come nel resto d’Europa), avrebbe potuto recitare preghiere e il credo in latino insieme a persone di decine di lingue diverse e sentirsi loro fratello. Il nobile veneziano Piero Querini, naufragato a fine 1300 e trasportato nelle isole Lofoten in Norvegia, fu accolto come fratello cristiano dai locali e riuscì a comunicare con il prete del luogo latino che tanto oggi ci sembra inutile perché i nazionalismi dell’età moderna hanno voluto rimuoverlo dalla coscienza collettiva dei popoli europei, in quanto retaggio indesiderato di un’epoca universalistica troppo caratterizzata dalla fastidiosa presenza di un’organizzazione religiosa internazionale che minava le spinte delle monarchie nazionali, specie se protestanti. Non dimentichiamo che i principi tedeschi e i monarchi scandinavi diventarono luterani solamente per questioni economiche (= confiscare i beni della Chiesa), e che gli espropri fatti all’epoca non sono mai stati riparati. L’Inghilterra non aveva certo una forte spinta riformatrice, ma una volta che l’atto di supremazia voluto da Enrico VIII per poter divorziare e sposare la sua concubina fu passato, era troppo forte la tentazione di dissolvere ed espropriare i monasteri con la scusa della riforma. I tentativi successivi di ritorno al cattolicesimo (come quello di Maria Tudor) fallirono soprattutto perché i nobili che si erano arricchiti rubano proprietà ecclesiastiche con il beneplacito reale, non volevano rischiare di essere obbligati a restituirle. Con questi interessi in gioco, immaginate la propaganda anti-cattolica e anti-medievale che circolava! Essendo la Chiesa un tutt’uno con la cultura europea medievale, l’unico modo di screditare la Chiesa era quello di screditare il medioevo in toto. Le due cose non sono separabili, e ai propagandisti bisogna rendere almeno il merito di avere capito questa cosa: oggi troppi si immagino la Chiesa medievale come una qualsiasi organizzazione religiosa attuale, solo più potente e oppressiva, che impediva alla gente di essere pagana, buddista o taoista in virtù della sua maggiore forza oppressiva. In realtà la Chiesa medievale, pur con le eresie che ogni tanto spuntavano e ne minacciavano l’unità, era vista come istituzione che si occupava della vita religiosa così come noi vediamo la polizia come organo che si occupa della sicurezza. Anche oggi c’è qualcuno che crede che lo Stato sia criminale e non si riconosce nelle sue leggi, ma la maggior parte di noi lo accetta e lo rispetta (e magari prova anche a criticarlo). Ecco, la chiesa era l’amministratrice di una parte della vita che per i più era scontata. I medievali non andavano al mercato delle religioni come facciamo noi oggi, che leggiamo qualche libro divulgativo e ci iscriviamo a corsi di meditazione Zen (lo ammetto: io l’ho fatto, da adolescente). È facile immaginarsi i medievali come gente che avrebbe scelto volentieri lo zen o l’induismo, ma che non poteva per via della forza oppressiva della Chiesa. La realtà è che nel medioevo in Europa erano quasi tutti cristiani, quasi tutti cattolici e non stavano a pensarci troppo su, fino a che non entrarono in gioco interessi economici che giustificarono certa propaganda anti-cattolica (talvolta giustificata, bisogna dirlo, ma spesso tendenziosa). La stessa propaganda prese piede molto più tardi anche in Italia, con l’anticlericalismo tipico dei moti che stavano dietro all’unità del Paese.
L’Europa di oggi, purtroppo, fa molta fatica ad abbracciare il suo passato, perché è diventata in larga misura atea o multireligiosa, e teme che il peso della religione cristiana nel suo passato sia un ostacolo al suo progresso futuro. Timore altrettanto infondato di quello che avrebbe qualcuno nell’approcciarsi ai testi latini, riconoscendoli come parte del proprio retaggio culturale, ma temendo che essi possano mettergli in testa strane idee su come dover impostare la società di oggi. Possiamo tranquillamente leggere la Bibbia con gli occhi di che il suo passato è stato in gran misura fondato su di essa, riconoscendo il bene il male che può esserne derivato, nello stesso modo in cui possiamo fare ciò con i testi della classicità greco-latina.
Innumerevoli volte rimpiango la mia abissale ignoranza rispetto alla Bibbia e alle vite dei santi: non coltivando nessun interesse verso di essi per tutta la mia giovinezza e gran parte dell’età adulta, non ho avuto modo di assorbire e farmi tante delle storie ivi contenute, le quali mi avrebbero dotato di strumenti interpretativi fondamentali da poter utilizzare ogni volta che metto piede in un museo o in una chiesa. Questo perché vedere un bellissimo quadro rinascimentale è ben diverso se sai esattamente quale episodio delle scritture vi è rappresentato, e a forza di vederne di diversi rappresentare lo stesso episodio, poi cominciare anche a notare somiglianze e differenze, simbologie varie e tanto altro. Tutto ciò rivela tantissimo su come i nostri antenati vedevano il mondo e sui loro valori, i quali poi hanno portato allo sviluppo storico che ci ha lasciato la società in cui viviamo. Conoscere questo passato significa non vedersi più come degli asteroidi finiti per caso in qualche punto dello spazio del tempo, ma come individui parte integrante di una narrazione storica precisa, magari anche con la possibilità di intervenire attivamente sul suo sviluppo futuro.
Molto pesa anche l’incapacità di distinguere l’invenzione creativa dalla storia quando ci si trova di fronte a un film o un romanzo: quanti di noi hanno ascoltato rapiti le battute del Codice Da Vinci sulla chiesa sessista che si è inventata al concilio di Nicea che Gesù fosse divino o che ha scartato i vangeli che non lo presentavano come voleva lui? Poi uno va a leggersi i documenti coevi in greco e latino, e salta fuori che la divinità di Gesù era un fatto accettato dalla maggioranza ben prima del concilio, e che i vangeli sono stati selezionati sulla base di criteri filologici confermati dalla scienza moderna: hanno scelto i più antichi e scartato quelli più recenti. Purtroppo ciò non titilla le nostre zone erogene anticlericali e dunque è più difficile da far passare, specie per chi non ha nessuna base storico-culturale e crede ad ogni cosa a cui sceglie di credere.
Non credo sia possibile ripristinare la situazione medievale, e nemmeno credo sia desiderabile: sarebbe ridicolo suggerire di tornare tutti cristiani (non posso certo impormi di credere, se non ho già fede; anche se va detto che nella storia europea ci sono già stati dei periodi in cui nessuno andava più in chiesa: nel 1500 la situazione era disastrosa: abbiamo documenti in Italia, Germania di preti che smettevano di dire messa perché tanto erano presenti solo loro. Confrontate questo con la situazione religiosa europea all’inizio del Novecento! La storia non è lineare: solo perché per gli ultimi cinquant’anni le chiese hanno a svuotarsi, non sta scritto da nessuna parte che continueranno a farlo), né credo che sia realistico voler tornare ad un uso diffuso dal latino come lingua internazionale (anche se l’idea c’è stata, almeno per l’Unione Europea, perché il latino ha una storia di utilizzo, soprattutto per l’Europa un tempo cattolica, ma anche in misura minore per parti di quella ortodossa. La cosa incredibile è che tale proposta venne presentata dalla Finlandia, non certo dall’Italia, ed è proprio in Finlandia che dal 1989 al 2019 è andato in onda il servizio notizie settimanale Nuntii Latini nella lingua di Cesare). Studiare la Bibbia e la letteratura cristiana antica, l’epica classica o il latino, non serve – almeno per come la vedo io – per riavvolgere il nastro e ricostruire una società antica che percepiamo come più desiderabile – cosa che per troppi versi non era affatto!
Serve per capire meglio chi siamo e da dove veniamo, e comprendere meglio il mondo in cui ci muoviamo, che è figlio (per quanto rinnegato e ribelle) del suo passato.
Quello che importa in questi studi, è che con essi non perdiamo il contatto e la consapevolezza rispetto alle origini della nostra storia. È più che mai importante oggi all’alba di cambiamenti che rischiano di squassare il mondo e di frammentarci ancora di più. Sapere chi siamo e da dove veniamo può essere una boa di salvezza nella tempesta degli eventi. Viviamo in un mondo in cui massicci, blocchi politici ed economici stanno emergendo, i cui valori non potrebbero essere più lontani dai nostri. Non possiamo illuderci di poter proteggere le società costruite dai nostri antenati, con i loro valori di carità, assistenzialismo, cura del prossimo e dignità senza condizioni alla vita umana, se rimaniamo degli ottusi micro stalli arroccati in idee reazionarie ottocentesche sulla nazione e la patria.
Un altro fatto importante è tanti dei problemi che affliggono il nostro presente si sono già presentati in passato. Sono stati affrontati con successo e la storia della loro risoluzione contenuta nei classici che stiamo sempre di più ignorando. Leggere Marco Aurelio, può talvolta sembrare sorprendentemente vicino a leggere un manuale di auto aiuto composto da uno psicologo cognitivo-comportamentale, giusto per dirne una. Inoltre, tanti dei nostri usi e diverse consuetudini, magari derivate dalla sfera religiosa, sono spesso nati come soluzioni a problemi di cui oggi non siamo più consapevoli, ma che si ripresentano in modo brutale non appena abbiamo eliminato quelle stesse tradizioni, convinti che fossero soltanto uno stupido retaggio superato di un’epoca vecchia e ignorante. Dopo 2000 anni a dare per scontato che la vita umana sia qualcosa di sacro, ci siamo dimenticati che tale idea è invece qualcosa di legato alla sfera etica e religiosa in cui i nostri antenati sono stati immersi. Da quando quella sfera religiosa ha iniziato a indebolirsi, abbiamo iniziato a vedere nel mondo occidentale voci di persone che invocano il ricorso alla morte assistita dallo Stato senza limite alcuno e senza indugio: molto funzionale a un sistema economico che punta esclusivamente alla crescita e che vede qualsiasi essere umano che non può più donare più di quanto riceve, come un peso inaccettabile: l’anziano, il malato ecc. Questa mentalità era tipica dell’Europa precristiana, per questo uno che conosce meglio la storia culturale-religiosa europea può, quantomeno, muoversi con più cautela e delicatezza quando affronta questi temi. Si può evitare così di illudersi di difendere un diritto sacrosanto, quando in realtà si sta spalancando la porta ad una morale che, alla luce di quella della maggior parte di noi oggi, è aberrante.
Altrimenti, la demolizione dello studio dell’epica classica è stato seguito dallo sviluppo di mitologie ricalcate su epiche eroiche del passato, elevate a miti fondanti della nazione o della “razza”, che presto furono rinforzate da deliranti teorie razziste indissolubilmente invischiate con le stesse mitologie nazionali. L’aver ridisegnato l’Europa come un’accozzaglia di razze nettamente separate e con caratteristiche drasticamente diverse, ciascuna in lotta per la supremazia, fu uno degli elementi della retroterra culturale che portò agli orrori del primo Novecento. L’idea per cui esistono popoli nettamente separati, che andrebbero mantenuti separati anzi, e che sono collocabili su una gerarchia, in virtù della quale chi è sopra ha diritto a conquistare assoggettare chi è sotto, è una diretta conseguenza di ciò. La cosa triste, è che molti dei miti creati 200 anni fa per fomentare i nazionalismi di allora, sopravvivono ancora e godono di ottima salute nel modo in cui noi europei di oggi ci immaginiamo il nostro passato e quello dei popoli a noi vicini. Gran parte degli stereotipi che esistono sui paesi europei sono nacquero in quel clima, e stanno dimostrando di avere una presa fortissima sull’inconscio della gente. Ci vediamo ancora come “razze” diverse, anche se non usiamo più usare tale parola. Riduciamo volentieri questo quel popolo a stereotipi idioti derivati da idee pseudo-scientifiche di determinismo climatico (“dove fa freddo lavorano di più, ma sono più chiusi”, “dove fa caldo la gente è pigra, ma più estroversa” etc.)
Mi rendo conto che anche io, come tutti, giudico la realtà attraverso delle lenti culturali, e che se fossi nato nel primo impero romano, avrei considerato normalissimo che esistesse la schiavitù, che un padre di famiglia avesse il diritto legale di prendere per i piedi la sua figlia neonata e buttarla nella spazzatura, perché voleva avere figli maschi, ma non credo che il conoscere lo sviluppo dei valori delle società nella storia debba essere funzionale a cercare di ragionare in qualche modo al di fuori di essi. Ammesso che fosse possibile, e non credo che lo sia perché ogni azione può essere giudicata in modi radicalmente opposti a seconda del proprio sistema valoriale, e al di fuori di un sistema valoriale non esiste nessun giudizio se non la mera osservazione descrittiva. Quello a cui serve conoscere le proprie radici culturale, credo che sia soprattutto il poter difendere più consapevolmente i propri valori, che non devono per forza essere quelli ereditati dai propri antenati: anche nel caso in cui si decida di allontanarsene, sapere esattamente perché e come i propri antenati hanno fatto una scelta morale diversa da quella che vogliamo operare noi, può servire a evitarsi brutte sorprese, a non illudersi che tutto sarà meglio una volta cambiata questa norma sociale, estirpata questa religione, smembrato la tale organizzazione. Checché ne dicesse Hegel, la storia umana non è una una spirale di miglioramenti cumulativi. Possiamo risolvere una miriade di problemi che le generazioni precedenti non hanno saputo affrontare, ma crearne nel contempo di nuovi oppure resuscitarne di vecchi e da tempo dimenticati.
Tutti voi avrete esperienza di persone, attivisti o meno, che propongono con convinzione incrollabile, religiosa si potrebbe dire, dei mutamenti nelle nostre abitudini, o nel modo in cui organizziamo le nostre società, completamente ciechi e sordi rispetto a possibili ripercussioni negative. Magari voi siete tra questi, io stesso lo sono stato in una parte della mia vita. Queste convinzioni così incrollabili, spesso vengono da una mancanza di riflessione in prospettiva storica, oppure in presenza di una riflessione che però è stata inconsciamente manipolata per portare alla conclusione che si era già decisa in partenza. Se escludiamo la disonestà, che può sempre essere un rischio, l’avere studiato la propria storia culturale e i suoi tortuosi percorsi, per chi ha l’onestà intellettuale di farlo può servire per evitare letture semplicistiche del passato e pronostici senza né capo né coda sul futuro. Dal momento che sto facendo esempi pertinenti con la storia del nostro paese, rimango nell’ambito con quest’altro esempio:
Papa Paolo VI, nell’enciclica Humanae vitae del 1978, alla sezione 17 (Gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale della natalità) elenca, tra le altre cose, i seguenti rischi (numerazione per punti mia):
Considerino, prima di tutto, quale via larga e facile aprirebbero così alla infedeltà coniugale ed all’abbassamento generale della moralità. Non ci vuole molta esperienza per conoscere la debolezza umana e per comprendere che gli uomini – i giovani specialmente, così vulnerabili su questo punto – hanno bisogno d’incoraggiamento a essere fedeli alla legge morale e non si deve loro offrire qualche facile mezzo per eluderne l’osservanza.
In Islanda si discute ormai da anni di proibire la pornografia che ormai dilaga tra giovanissimi e addirittura bambini.
Si può anche temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata.
Alcuni commentatori sono convinti che si tratti di un fenomeno antico, ereditato dal patriarcato ma, come abbiamo visto, la storia non è lineare. Se noi attualmente stiamo vivendo un problema nel modo in cui le donne sono trattate, non necessariamente in passato era peggio perché nella nostra ottica (per fortuna!) trattare le donne è visto come un progresso e un avanzamento, rispetto a considerarle come subalterne. Progresso morale e passaggio temporale non sono paralleli. In ogni caso, forse qualcuno non sarà d’accordo, ma dall’esplosione di app per il sesso occasionale, Only Fans e fenomeni affini, non vedo un grande progresso nei termini in cui chi fa uso di queste piattaforme vede l’altro (e non solo di sesso femminile). Egli/ella è solo oggetto per la gratificazione, e a forza di trattare tutti i partner intimi così inizia a diventare difficile vederne uno in un altro modo. Tutti sono sostituibili se ci si annoia.
Attenzione! Questo non vuol dire che “il papa aveva ragione, aboliamo i contraccettivi”. Questa lettura serve solo a rimuovere ogni possibile discussione sul fatto che la nostra società sta attraversando numerosi problemi nella sfera sessuale. La soluzione non può e non deve essere resettare la società a come era 100 anni fa, e certamente non posso essere io qui a dire cosa dovremmo fare (non ne ho idea), ma l’esempio serve a vedere come il fissarsi su un problema (il bisogno delle donne di controllare la loro riproduzione) può portare a convincersi che una volta risolto quello andrà tutto meglio, e si manca di immaginarsi quali possibili altri problemi si sta andando a creare.
Concludo con una chicca, che spero metterà tutti d’accordo. Nella stessa enciclica, il Papa continua:
Si rifletta anche all’arma pericolosa che si verrebbe a mettere così tra le mani di autorità pubbliche, incuranti delle esigenze morali. Chi potrà rimproverare a un governo di applicare alla soluzione dei problemi della collettività ciò che fosse riconosciuto lecito ai coniugi per la soluzione di un problema familiare? Chi impedirà ai governanti di favorire e persino di imporre ai loro popoli, ogni qualvolta lo ritenessero necessario, il metodo di contraccezione da essi giudicato più efficace?
Deliri di un vecchio pazzo perverso che vuole controllare la sessualità altrui perché è deviato dalla sua stessa astinenza? Sarebbe stato facile allora liquidare questa cosa come tale, ma oggi risulta difficilissimo dopo lo scandalo esploso l’anno scorso delle migliaia di donne groenlandesi forzosamente costrette dal governo danese a farsi inserire contraccettivi nel corpo così da controllare una popolazione che, dopo i programmi di sviluppo danesi, stava crescendo troppo rapidamente per essere nutrita e gestita adeguatamente con le risorse di allora.

Non solo: ad oggi, 14 paesi Europei permettono la sterilizzazione forzata alle donne con qualche disabilità. Qualcuno di voi potrà magari pensare che, tutto sommato, non sia così sbagliato. Immaginiamo però che un altro vecchio pazzo con presunte turbe sessuali si alzi e metta in guardia sul pericolo che, permesso questo, non c’è ragione per cui un domani lo Stato non possa decidere che tu, lettore, sei troppo povero, troppo stupido o troppo brutto per riprodurti. Cosa facciamo? Liquidiamo il tutto come deliri distopici di un vecchio che si oppone al progresso per partito preso, o facciamo tesoro dell’esperienza storica per andarci più piano?

È evidentemente che la maggior parte di noi ha delle gravi carenze di conoscenze storico-culturali (io per primo) e che queste carenze si ripercuotono molto pesantemente sulle scelte che facciamo non solo nel momento di votare, ma ogni volta che scegliamo la nostra posizione rispetto ad un tema culturale, etico, economico, eccetera. Non mi illudo che introdurre un’ora di latino alle medie e lo studio della Bibbia possa risolvere questo problema, sarei uno sciocco. Quello che credo è che questo sia un passo in netta controtendenza rispetto all’andamento che ho osservato nel corso di tutta la mia vita, verso un indebolimento della libertà degli individui, sempre più convinti di essere padroni della loro esistenza perché possono comprarsi quello che vogliono, ma sempre più inconsapevoli di essere costantemente manipolati, raggirati e usati da chi fa affidamento sulla loro assenza di coscienza e conoscenza storica per lavorarseli più facilmente. Un ragazzo che ha studiato latino e ha letto la Bibbia, non è necessariamente meno manipolabile in senso assoluto, e sarebbe sciocco pensare il contrario. Credo però che sia anche un ragazzo che se lo volesse, potrebbe più facilmente corazzarsi di fronte a questi pericoli.
Il governo italiano ha magari visto lo studio del latino e della Bibbia in un’ottica di riscoperta delle autentiche radici italiane, non saprei, e la cosa non mi sorprenderebbe, ma il motivo per cui io appoggio fermamente questa riforma, è che essa ha comunque l’effetto di restituire dignità allo studio e alla formazione del cittadino come persona consapevole della sua identità e della sua storia, e dunque meno manipolabile dalla macchina produttiva e consumista. Il fatto di obbligare gli studenti a studiare materie che la maggior parte della gente che non sa assolutamente nulla di esse considera “inutili”, è un fortissimo segnale: significa che le istituzioni danno valore a qualcosa che per una volta non è la ricaduta economica in termini di prodotto interno lordo misurabile.
La appoggio, questa riforma, anche perché la vedo (e qui posso immaginarmi qualche nazionalista schiumare dalla bocca) come il miglior antidoto all’odio nazionalista che ha piegato il nostro continente dalla fine del medioevo fino alla seconda guerra mondiale. la Bibbia e latino sono alla base in qualche modo di tutte le culture dell’Europa (con poche eccezioni) e sono uno strumento per sentirci tutti meno distanti, in questo continente così complicato. L’Europa non ha mai avuto un giorno senza guerre fino alla fondazione dell’Unione Europea, unione che ha dei gravissimi difetti di natura democratica (non ne votiamo il “governo”, ma solo il parlamento), ma soprattutto una carenza imbarazzante di capacità di autopromozione: è troppo facile demolirla come costruzione elitaria senza alcun radicamento storico culturale nella società che cerca di amministrare. Ha fatto un pallido tentativo andando a riscoprire Carlo Magno, ma in quel caso ha commesso l’errore di cercare un precedente storico-politico, invece che storico-culturale.
Ad esempio: anziché insistere su Carlo Magno come rifondatore dell’impero romano in Occidente e unificatore di qualche popolo europeo, avrebbero potuto entrare nei cuori di molte più persone parlando di come fu un inglese (un inglese! Un inglese, per Giove, un inglese! Altro che BREXIT!) alla corte di Carlo Magno, a sviluppare il curriculum di studi basato sul mondo classico che avrebbe poi caratterizzato gli studi di tutta l’Europa medievale, creando le classi che ancora oggi conosciamo. Fu sempre questo inglese, Alcuino da York, ad attirare ad Aquisgrana studiosi dall’Italia, dalla Francia e dall’Irlanda (il luogo dove, nei difficili secoli successivi allo smembramento politico dell’impero romano in Occidente, la cultura classica fu preservata per poi essere restituita al resto dell’Europa grazie ai monaci irlandesi che viaggiarono in tutta Europa fondando i più importanti centri di cultura del tempo (in Italia c’era Bobbio, ad esempio, che chiunque abbia studiato la cultura libraria del medioevo europeo ha sentito nominare. Io ci andavo per fare il bagno nel fiume trebbia e le grigliate, e ho dovuto aspettare di studiare studi medievali in Islanda per capire quanto fosse importante Bobbio, questo borgo medievale in provincia di Piacenza!). Alla schola palatina dov’è lavorava Alcuino da York accorsero studiosi da tutta la cristianità, ed essa ricondusse l’Europa nell’alveo della scienza e degli studi ereditati dal mondo classico, aprendo le danze a quell’incredibile fioritura scientifica che avrebbe portato il medioevo a vedere nascere tecnologie incredibili come l’orologio, gli occhiali, l’astrolabio, il mulino a vento, i contrafforti in architettura, il libro nel formato “codex”, che usiamo ancora oggi.
Fu sempre l’inglese Alcuino che sviluppò una forma di scrittura che avrebbe sostituito una miriade di altre precedenti usate in giro per l’Europa, e che avrebbe finito per diventare quella che usiamo ancora oggi: la minuscola carolina. Nata in un monastero vicino a Parigi, fu modificata da Alcuino, e divenne poi la scrittura “standard” europea dall’Italia all’Islanda. Essa, per esigenze di impaginazione, prese a schiacciarsi e a diventare spigolosa intorno al XIII secolo, evolvendosi in quella che gli umanisti chiamarono “scrittura gotica” (ovvero “barbara”), sempre gli umanisti, stanchi della difficoltà di lettura che le lettere schiacciate della gotica causavano, si ispirarono ai più antichi manoscritti dell’età carolingia per elaborare una nuova scrittura che chiamarono “antiqua”, e che alla base di quella che usiamo ancora oggi in tutta Europa. Nel mondo germanico, la scrittura gotica sopravvisse qualche secolo in più anche nella stampa, soprattutto per fare i bastian contrari rispetto all’Europa cattolica, a seguito della riforma protestante, ma oggi è stata ovunque sostituita dalle lettere Caroline. In altre parole, ancor più che Carlo Magno, l’unione culturale europea la fece un inglese trapiantato nell’attuale Germania che elaborò un sistema di scrittura nato in Francia e basato sui caratteri dell’alfabeto latino.
Queste cose non le studiamo tanto a scuola: ci portiamo ancora dietro il mito della piramide feudale, dei secoli bui, dei monaci che copiavano testi classici senza capirli, delle censure religiose, dell’oscurantismo, dell’inquisizione, e di tutte quelle sciocchezze che compongono l’immagine che il medioevo ha nell’immaginario collettivo. È un’immagine creata dalla propaganda di 1) polemisti protestanti 2) pensatori anticlericali illuministi 3) pensatori anticlericali nazionalisti e tenuta in vita da generazioni di persone che hanno qualche interesse a riscrivere la storia secondo il loro comodo. Anche io, ho dovuto riconoscere che tante delle cose che credevo sul passato europeo erano delle idiozie. Il mio atteggiamento è stato quello di serena accettazione e di gratitudine per aver scoperto ricostruzioni più corrispondenti alla realtà del passato. Purtroppo, tante persone fanno estremamente fatica ad accettare che quello che era stato loro insegnato a scuola era falso oppure è superato, specialmente se ciò va a confermare pregiudizi sul presente: quando uno oggi vorrebbe, per motivi suoi, cancellare la Chiesa o la religione cristiana dalla faccia della terra, può trovare molto fastidioso quando gli si spiega che i “fatti” storici che cita per attaccarla siano falsi (in tutto o in parte), come le crociate presentate come proto-colonialismo, l’inquisizione come servizio segreto che tortura donne a caso, o il processo a Galileo come semplice caso di oscurantismo fine a se stesso. Se un islandese di oggi si sente molto Islandese e molto poco europeo, troverà molto più difficile accettare il fatto storico ineluttabile per cui i suoi antenati erano molto più europei, cattolici e latinofoni di quanto lui non sia disposto a tollerare.
È difficilissimo rendere giustizia alla storia, quando così tanti sentimenti personali e così tanti interessi politici contrastanti sono in gioco. Credo però che sia possibile farlo: usiamo ancora “medievale” in senso dispregiativo e come sinonimo di “retrogrado”, dimenticando che l’età moderna fu molto più oscura e retrograda dei secoli precedenti, proprio a causa del crescere dei nazionalismi e delle fratture sul piano religioso. Sempre però, più persone hanno oramai imparato a memoria che “il medioevo non fu un periodo buio”, anche se non sempre sanno esattamente il perché. Questo però facilita il lavoro dello storico che vuole andare a smantellare miti che possono anche essere molto cari la persona con cui si sta parlando.
Ancora, non credo che un’ora di latino in seconda e terza media, e dei laboratori di epica in cui si discuterà anche Percy Jackson, altereranno radicalmente lo stato desolante di ignoranza rispetto al nostro passato, ma potrebbero avere l’effetto di instillare l’idea che interessarsi a queste cose è importante e non è una perdita di tempo. Indubbiamente è infinitamente più importante di un tirocinio in fabbrica, dove si imparerà a fare qualcosa che nell’arco di due mesi non servirà già più per via del progresso tecnologico.
Credo sia giusto lavorare in questa direzione: possiamo essere italiani o francesi, inglesi o norvegesi, attaccarci alle nostre abitudini nazionali ed esserne orgogliosi, pur riconoscendo che c’è stato un periodo non così lontano delle nostra storia per cui eravamo tutti uniti in una fratellanza culturale ancorata nella religione cristiana e nella cultura classica. Le guerre che combattevamo tra di noi erano solo quelle dei nostri sovrani. Non erano le guerre dei cattolici contro i protestanti, del sacro impero romano contro il Regno di Francia, degli italiani contro gli austriaci. Questo ultimo tipo di guerra è assai più pernicioso, perché più facilmente il sovrano riesce a convincere la popolazione a imbracciare le armi contro l’altro: contro quello dell’altra religione, quello che parla un’altra lingua, quello che appartiene ad un’altra cultura.
Ovviamente, per persuadere la gente di essere parte di un gruppo minacciato dall’esistenza di altri gruppi antagonisti, è necessario creare dei miti, e un paradosso vuole che la maggior parte dei miti fondanti inventati nel corso dell’età moderna per fomentare i nazionalismi fossero ambientati nel periodo alto-medievale: proprio quando l’Europa stava diventando sempre più unita sul piano religioso e culturale! Per tenere in piedi questi miti bisognava convincere persone che vivevano entro i confini statali di condividere un destino comune slegato da quello degli avversari. Questo ha portato al rinnegare il periodo medievale/cattolico, dipingendolo come periodo di oppressione della Chiesa, al ridimensionare l’uso delle lingue classiche come qualcosa di “straniero”, e a sostituire con lo studio più assiduo di epiche alternative funzionali alla retorica nazionalista. La progressiva cancellazione degli studi classici in Nord Europa è continuata a passo più spedito che in Italia. Meno Ulisse e più nibelunghi! Penso che soltanto in Inghilterra, dove lo studio dei classici aveva una fortissima tradizione nelle grandi università, si sia continuato a insegnare latino anche all’elementari fino ad oggi, con libri di testo adeguati a livello.
Questa concezione delle realtà nazionali comportò poi l’annientamento di numerosissime forme linguistiche e culturali locali. La Francia, ad esempio, è stata ignominosamente efficace nell’estirpare differenze culturali e linguistiche paragonabili a quelle che abbiamo noi in Italia, in nome della costruzione di una mitologia nazionale e nazionalista che tenesse persone che parlavano dialetti diversi e mangiavano cose diverse, saldamente unite.
Non avevano tutti i torti: queste differenze grandi e piccole sono spesso usate da chi vuole creare divisioni, ma noi italiani sappiamo bene che non deve essere per forza così: a parte l’esecrabile rigurgito leghista della fine del secolo scorso, abbiamo quasi tutti accettato di essere parte dello stesso paese e di condividere una lingua nazionale, una cultura alta, e innumerevoli tradizioni culinarie locali che fungono da perenne ispirazione per innovazione e elaborazione su tutto il territorio: gli aperitivi del Nord oggi si fanno al anche al sud, la pizza in casa o le lasagne sappiamo tutti come farle, e anche se ci prendiamo in giro per le nostre differenze, adoriamo anche imparare e raccontare gli uni agli altri come si dice nella tal regione questa o quella cosa, cosa si mangia a Natale, se si fa il cenone o il pranzo e via discorrendo, e questo ci rende ricchissimi.
Studiare il latino e le radici cristiane della nostra cultura, significa potere estendere questo atteggiamento all’Europa tutta. Per chi ci tiene a proteggere i nostri valori (qualsiasi essi siano nella mente di ciascuno), i nostri modelli di vita e le nostre unicità, studiarne le radici è fondamentale. Piaccia o no, tali radici sono anche (o soprattutto) nella lingua latina, nell’epica classica e nella Bibbia.


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