Quando mi chiedono cosa mi abbia stregato dell’Islanda, rispondo sempre di essere rimasto colpito da come essa distrugga la fiducia nelle apparenze: quando si arriva qui ci si ritrova in una tundra, il che porta alla apparentemente logica conclusione che, mancando castelli, palazzi sfarzosi e monumenti, gli islandesi debbano essere un popolo di selvaggi, che cercano di strappare una misera esistenza da una terra inclemente, senza risorse per la cultura e le lettere.
Dopo aver spiegato come ciò sia una sciocchezza, illustro l’esempio riportato dall’inglese Henry Holland nel 1810, che racconta come solo in Islanda sia possibile vedere un uomo scendere da una barca dopo una mattinata trascorsa a pescare, per poi tornare nella sua modesta casa, cambiarsi d’abito, e passare il pomeriggio a conversare in latino con il suo ospite inglese. Quell’uomo era il vescovo Geir Vídalín. E l’Islanda è così. Vogliamo forse mentire e asserire che, nel vedere un pescatore sozzo, mai gli concederemmo il beneficio del dubbio rispetto alla sua cultura? Vogliamo forse mentire e asserire di non aver mai immaginato che un Paese senza palazzi, colossei e cattedrali affrescate potesse nascondere una cultura immateriale tanto ricca quanta quella di qualsiasi altro Paese europeo?
È una grande lezione di umiltà, per noi italiani, imparare che la ricchezza culturale può avere manifestazioni diverse da quelle che siamo abituati ad associare ad essa. Questo mi ha fatto innamorare dell’Islanda: il fatto che mi abbia fatto sentire un completo idiota pieno di pregiudizi ignoranti, nel momento in cui ho constatato quanto ricca fosse la sua storia culturale, e quanto provinciale fosse il credere che non potesse esistere cultura in mancanza di monumenti ed edifici storici come quelli a cui ero abituato.
Ecco, mi sono imbattuto in un altro esempio umano, che illustra questo concetto, un ritratto di un islandese tramandatoci dal medico, naturista e pioniere della glaciologia Sveinn Pálsson, nel suo diario del 1783, alla data del 10 settembre:
“Il contadino che vive a Skaftafell si chiama Jón Einarsson e otto dei suoi antenati, uno dopo l’altro, hanno vissuto in questa tenuta di proprietà della Corona. Ricordo con particolare piacere questo anziano signore, perché ha pochi eguali, se non proprio nessuno, tra la gente comune. Non è affatto raro, come crede la gente di altri Paesi, che in Islanda capiti di imbattersi in contadini che possono essere definiti colti nella storia e nelle leggi del loro Paese, come nella storia e nella geografia in generale, che magari conoscono la Bibbia come il palmo delle loro mani, scrivono con una bella calligrafia e sanno lavorare i metalli preziosi, per non parlare di qualsiasi altra cosa. Ma mi sarebbe sembrato improbabile incontrare in questo luogo un normale contadino, che con i suoi sforzi e la pratica aveva già imparato in giovane età la grammatica latina, greca ed ebraica semplicemente prendendo in prestito certi libri da altri e facendo domande ogni volta che se ne presentava l’occasione. Ma cos’è che la passione non può realizzare?
Quest’uomo era molto versato in tedesco e danese e inoltre aveva imparato le nozioni basilari di chirurgia, come salasso e medicazione delle ferite, nonché la botanica per quanto poteva essere appreso da libri più antichi del “Sistema naturæ” di Linneo e senza spiegazioni orali. Ma soprattutto la sua abilità con il legno, il ferro e l’ottone, che ha ereditato dai suoi antenati, in particolare da suo padre, di cui parla il naturalista Eggert Ólafsson. Tra le altre cose, è un eccellente tiratore e ha costruito lui stesso una pistola. La serratura e la canna sono in ottone, e solo le molle sono in acciaio. La canna della pistola era lunga circa una spanna e nell’insieme era un buon oggetto. Oltre a questo, lui e suo fratello, che ora è morto, avevano costruito un carro a quattro ruote, fatto in modo tale da avere una vela grazie alla quale un solo cavallo poteva facilmente trainare un carico per cui sarebbero serviti 20 cavalli. Ma la morte prematura di questo fratello aveva talmente scoraggiato l’altro, che né questa né altre utili invenzioni furono pienamente portate a termine”.
Un contadino che lavora con le bestie, che conosce latino, greco, ebraico, due lingue straniere, elementi di chirurgia, di botanica, oltre a saper usare e lavorare i metalli e ideare invenzioni geniali.
Chissà, forse in condizioni diverse, se non avesse vissuto in una delle fattorie più isolate d’Islanda, sarebbe stato una sorta di Leonardo Da Vinci, ma penso che la grandezza di una persona prescinda in un certo modo da quanto poi questa persona effettivamente realizza, appunto perché non tutti si trovano nelle condizioni ideali e con i mezzi giusti a disposizione per creare qualcosa di immortale.
La cosa eccezionale, che giustamente Sveinn nota, è che al di là della eccezionale poliedricità di quest’uomo, non era raro in Islanda trovare contadini altamente istruiti. E ancora oggi, si trovano persone svolgere lavori considerati da noi umili, le quali rivelano immediatamente una cultura sconfinata dopo aver scambiato poco più di qualche parola. È un risveglio brusco per le aspettative di popoli che filtrano le persone attraverso lenti che prevedono una divisione netta in gerarchie sociali che prevedono che soltanto persone che svolgono determinate professioni possano avere una certa cultura. Così come non serve essere ben vestiti, ricchi e di aspetto altolocato per essere uomini di cultura o scienza, non serve essere Paesi abbelliti da cattedrali barocche, palazzi nobiliari e fortezze medievali, per vantare una cultura di tutto rispetto. Questo è ciò che ho imparato dall’Islanda e il motivo principale per cui la amo così tanto.

