Sessismo nelle fiabe? È negli occhi di chi le legge

Anche per questo articolo mi scuso per eventuali errori o refusi, ma non ho il tempo di rileggere tutto con calma, vi chiedo la cortesia di segnalarmi: provvederò a correggerli appena potrò!

Il 18 giugno 2024 è uscito il mio libro sui racconti popolari e fiabe islandesi, Il grande libro del folklore islandese (Mondadori). Leggende, fiabe e racconti che, in una veste più o meno fantastica, tramandata nel linguaggio semplice di generazioni di contadini e pescatori, contengono grandi valori universali. Non sono di formazione folklorista, ma diciamo che per questo lavoro ho dovuto studiare parecchio sull’argomento, e ho acquisito una certa dimestichezza con simbolismi e convenzioni tipiche del genere.

La prima versione di questo articolo era concentrata sul commento di alcuni stralci pubblicati di un monologo di Paola Cortellesi sul sessismo nelle fiabe tenutosi all’inaugurazione dell’anno accademico della Luiss (Libera Università internazionale di studi sociali) nel gennaio 2024. Preciso che non ebbi occasione di sentirlo, non essendo uscito al momento di scrivere questo articolo, è riconosco sia possibile che queste frasi siano state de-contestualizzate e rese o distorte. Le discuto comunque nella forma in cui sono state riportate, perché ritengo offrano spunti utili per veicolare informazioni e considerazioni importanti nel clima culturale attuale, specificando che l’obiettivo di questo pezzo non è affatto discutere il monologo della Cortellesi, né gli eventuali messaggi in esso contenuti, ma solo soffermarsi sulla questione delle fiabe e sulla loro lettura e interpretazione.

Vorrei aggiungere, inoltre, uno stralcio dal volume del grande psicanalista austriaco Bruno Bettelheim, superstite dell’Olocausto e autore di “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” (1975). Ritengo che chiunque voglia discutere di fiabe debba prima di tutto impararselo a memoria:

Perché tanti genitori intelligenti, dai buoni intendimenti, moderni, borghesi, preoccupatissimi del felice sviluppo dei loro figli, tengono in poco conto il valore delle fiabe privano i loro bimbi di quanto queste storie hanno da offrire? Anche i nostri antenati vittoriani, nonostante la loro enfasi sulla disciplina morale il loro rigido stile di vita, non solo permettevano, ma anzi incoraggiavano i loro figli a godere del contenuto fantastico ed esaltante delle fiabe. Sarebbe semplice attribuire questo bando delle fiabe un razionalismo conformista di ristrette vedute ma le cose non stanno così. Secondo certuni le fiabe non presentano quadri veritieri della vita e quindi non sono sane. Essi non pensano che la “verità“ nella vita di un bambino può essere diversa da quella degli adulti. Non si rendono conto che le fiabe non cercano di descrivere il mondo esterno e la “realtà“. Ne riconoscono che nessun bambino sano di mente crede mai che queste fiabe descrivano il mondo realistico.

Questo punto sarà fondamentale, perché le obiezioni mosse alle fiabe tradizionali si basano in larga misura sull’assunto che i bambini siano troppo stupidi o immaturi per distinguerle dal mondo reale, e che le usino come base per crearsi un’idea di quest’ultimo. Una sciocchezza, naturalmente, che viene da domandarsi come possa essere in circolazione 50 anni dopo Bettelheim, se non con il fatto che troppo, troppo spesso, cadiamo nel vizio di ritenere di poter parlare di qualcosa che siamo in grado di leggere, senza renderci conto che non l’abbiamo affatto capita, e che anzi l’abbiamo travisata di brutto, perché poter leggere qualcosa e ragionarci su non significa saperlo fare bene, nel momento in cui mancano conoscenze di base. Questo era il motivo per cui la Chiesa era molto cauta nell’approvare traduzioni delle scritture e preferiva spiegarle attraverso esperti teologi: quando la gente legge le scritture le capisce alla rovescia, le travisa, non ne coglie i significati simbolici, si ferma ad analisi facilone e superficiali, e finisce col travisarne completamente il messaggio. Vale lo stesso per chi oggi legge materiale scientifico su Internet e si fa “un’idea sua”: l’idea di chi sa leggere ma non ha strumenti per comprendere quello che sta leggendo.

Non posso purtroppo analizzare esaustivamente ogni elemento, per ragioni di spazio, e discuterò solo le frasi citate in articoli di giornale trattandoli sommariamente ma, spero, quanto basta per mostrare come (a mio modesto avviso) queste frasi travisino e distorcano parecchio gli elementi delle fiabe che criticano, in un modo a mio avviso molto parziale e ideologico. Parafraso per sintesi le asserzioni in oggetto, mettendole in corsivo e neretto. Non si tratta di citazioni testuali, e se ho frainteso a mia volta mi scuso anticipatamente, ma ripeto che l’obiettivo qui non è attaccare la persona a cui sarebbero attribuite, quanto proprio il loro contenuto letterale, così come appare:

Il potere salvifico è affidato agli uomini > La lettura dell’intervento salvifico dei prìncipi come asserzione di un potere maschile è ingenua e riduttiva (chissà perché, poi, la fata madrina di cenerentola se la dimenticano sempre, o la nonna della sirenetta nella favola originale di Andersen, o le fatine della Bella addormentata della Disney. E che dire di Gretel che salva anche il fratello Hansel, uccidendo la strega, la Bella che salva la Bestia…). La tradizione ha sicuramente in alcuni casi personificato alcuni principi in figure maschili, ma personificazione non significa identificazione. Il principe della Biancaneve della Disney non è un uomo specifico, e difatti non ha una personalità o un arco di crescita, come la protagonista, ma funge da incarnazione di un principio, il principio (ricorrente nella letteratura) per cui l’amore vince la morte. Lamentarsi che in una fiaba ottocentesca o nella sua trasposizione disneyana del 1937 abbiano scelto proprio un uomo, sarebbe come lamentarsi che, nella fiaba del gatto con gli stivali, alla morte del povero mugnaio il figlio piccolo non sia stato preso in carico dai servizi sociali, o qualcosa del genere. Nella società rispecchiata da questa storia, l’amore considerato standard era di quel tipo, un’unione di uomo e donna. Questo non vuol dire che lo si debba essere ancora oggi, o che guardare Biancaneve equivalga a credere che ciò debba applicarsi nella nostra società.

Biancaneve rappresenta la storia di una fanciulla con un potenziale innato (simbolicamente rappresentato dal suo essere principessa), il quale è soffocato da una natura e un destino avversi (rappresentato dalla matrigna). La matrigna teme la crescita e l’emancipazione di Biancaneve, che deve lasciare casa e fuggire in un mondo pericoloso per poter crescere e diventare autonoma. Lo farà attraverso una serie di errori, dai quali imparerà. Certo, avrà anche la fortuna di incontrare degli amici che la aiuteranno, altra cosa fondamentale per crescere, perché da certi inciampi non ci si può proprio rialzare da soli, ed è importante poter contare sugli amici!

Queste fiabe non sono storie di belle ragazze senza personalità che commettono sciocchezze e vengono salvate perché piacciono fisicamente a un principe che passava. Come si può essere così superficiali e ingenui? La fiaba della Bella addormentata, ad esempio, è la storia di una figlia unica di genitori apprensivi, che è dunque stata troppo protetta nella sua crescita. Al suo battesimo i genitori hanno provato ingenuamente a tenere alla larga la fata cattiva, che rappresenta il male del mondo, ma il male arriva lo stesso a reclamare la sua parte nella vita della ragazza. Ciò le ha impedito di maturare, togliendole le occasioni di confrontarsi con il male e rafforzarsi. Ella arriva dunque a 16 anni senza sapere un tubo della vita, al punto da innamorarsi stupidamente e in modo ridicolo del primo che passa, e di essere talmente sguarnita di fronte alle sfide della vita, che basta un fuso che le punge un dito per farla fuori. Il sonno rappresenta il ritiro da una vita che si è scoperto non essere la fiaba che i genitori o le figure di accudimento hanno tentato di ricreare. Il prezzo del loro errore lo pagano tutti: la famiglia e anche la società, perché anche per esse è fondamentale che le ragazze maturino e diventino responsabili e indipendenti, altrimenti tutto si ferma. Se la donna cresce inerte e indifesa, la società si blocca. In questa fiaba , il principe (che non a caso ha un nome e deve passare delle prove, fallendo, venendo imprigionato ma anche salvato dall’aiuto di donne anziane, mature e caritatevoli) è a sua volta un simbolo. Non il simbolo dell’uomo patriarcale, ma il simbolo del senso di responsabilità della ragazza e della società intera, che deve rimboccarsi le maniche e affrontare un male, una fata cattiva, che si è ingigantito perché non è stato affrontato a tempo debito, e ora è un terribile drago. Per ucciderlo bisogna attraversare una foresta di rovi (o per raggiungere la principessa stessa, nella fiaba originale: in quel caso), i quali si possono leggere come l’estrema difficoltà di maturare quando si è aspettato troppo per farlo e i problemi della realtà si sono accumulati e infittiti. Il principe incarna la volitività e la presa di coscienza della ragazza e della società intera, che deve lavorare su sé stessa per uscire dal torpore che si è autoinflitta nel voler evitare il male anziché affrontarlo. Lamentare che si sia scelto un principe e non una principessa lesbica o una persona che si considera non-binaria sarebbe assurdo come lamentarsi del fatto che in queste fiabe esistono ancora la servitù, la caccia, le classi sociali demarcate, o qualsiasi altro elemento che cozza con i nostri valori attuali. Quando sono state scritte, l’unica forma di rapporto romantico accettata era quella tra uomo e donna, che nelle fiabe rappresenta l’unione simbolica non tanto di due sessi, ma di una costellazione di valori, forze e debolezze che si equilibrano, sfidano e sostengono tra loro. Il caos rappresentato dalla fata cattiva e il fatto che il principe la deve sconfiggere, non vanno letti come il fatto che la fiaba insegnerebbe che “la femmina è caos e male, ma l’uomo è responsabilità e ordine”: il caos è proprio del mondo e della natura, mentre il principio di responsabilità e maturità è qualcosa che tutti devono far proprio. L’unione finale di Filippo e di Aurora non va letta alla lettera come un messaggio che urla “SPOSATEVI!”, ma come l’unione simbolica della persona con il principio intellettuale che l’ha salvata, facendo di lei non più una bambina immatura, ma una donna adulta e consapevole.

È chiaro che la storia della Bella addormentata è una rappresentazione simbolica con semplici strumenti popolari di un tempo andato, del bisogno di affrontare la realtà, maturare e prendersi responsabilità: è anche un monito contro i genitori iperprotettivi e un invito a lasciare che i figli si sporchino e facciano male durante la crescita, per essere poi pronti quando dovranno affrontare i grandi mali della vita.

L’unica dote delle protagoniste è quella di essere belle (se Biancaneve fosse stata una cozza forse non l’avrebbero salvata) > La bellezza è un motivo letterario simbolico, una convenzione stilistica come il “c’era una volta”. Non va presa alla lettera, e può essere interpretata in senso metaforico. Siamo sempre a ripetere come la bellezza sia soggettiva, e abbia tante declinazioni, perché fissarci su una supposta bellezza di personaggi i cui tratti dipendono anche dalla nostra immaginazione? Non è nemmeno vero che l’unica dote delle principesse delle fiabe è di essere belle. Il fatto che qualcuno lo asserisca mi sembra davvero agghiacciante e allarmante. Biancaneve è innocente: virtù bellissima, ma che la rende anche vulnerabile al male del mondo. Proteggersi e mantenere la propria innocenza è una sfida che si cova molte persone (uomini inclusi). Biancaneve è anche caritatevole: la carità è una virtù che andrebbe glorificata assai più nella nostra cultura. Il fatto di non vederla la dice lunga sui valori di chi commenta la fiaba. Biancaneve è generosa, è altruista, è empatica, ma sa anche essere ferma. Il che mi porterà al punto successivo. Intanto, voglio affermare con fermezza che le virtù di Biancaneve sono espressione di valori bellissimi e condivisibili, che andrebbero celebrati, non dimenticati. E qui domando io, il fatto che queste ovvie virtù di Biancaneve non siano nemmeno considerate o notate da commentatori come la Cortellesi, e figuriamoci se vengono celebrate, che cosa racconta del nostro sistema valoriale? Una donna (o un uomo) vanno celebrati solo quando fanno carriera, comandano, fanno mosse di kung-fu e seguono percorsi individualisti e arrivisti di ottenimento di potere individuale? L’unico modo di avere valore come persona è quello di essere capo e comandare? Essere persone (persone, non necessariamente “donne”) empatica e, altruiste e innocenti, è qualcosa di riprovevole nella società di oggi? Se sì, dovremmo fare un serio autoesame sulla nostra cultura. Vorrei vivere in una realtà dove si parla di Biancaneve per esaltare i valori di compassione, empatia, amicizia, abnegazione, generosità e amore che traspaiono da questo personaggio. Invece di fissarsi sul sesso del principe o sul fatto che ella venga descritta come bella.

Trovo anche poco comprensibile l’ossessione di sessualizzare i personaggi come se i bambini maschi possano esclusivamente trarre ispirazione da personaggi uomini, mentre le bambine debbano necessariamente finire con l’emulare quanto vedono fare alle principesse. Quando ero alle elementari, il mio cartone Disney preferito era Mulan: la storia di una persona che fatica a soddisfare le aspettative della sua famiglia e della società perché non è nata con doti e aspirazioni che le rendono la cosa facile. Non sa bene cosa è brava a fare o cosa le piace, è persa e confusa e non trova la sua strada. Poi arriva la guerra e suo padre è ormai troppo vecchio per assumersi la responsabilità di combattere. Lei trova un modo per impersonare un altro ruolo che in teoria non le appartiene e si traveste da soldato. Ovviamente all’inizio è un disastro, ma solo perché lei aveva guardato alla cosa in un modo non creativo e aveva provato a fare ciò che facevano tutti, anziché trovare un modo di raggiungere obiettivi che le si addicesse di più. Dimostrerà, poi, che con la sua intelligenza potrà trovare strategie alternative non solo per avere successo personale (che brutto fissarsi sempre e solo su quello), ma per salvare tutto e tutti quando la società e i suoi modi tradizionali non funzioneranno più o sarannno inadeguati ad affrontare una nuova difficoltà che è emersa. Mulan ci insegna che le persone che apparentemente sono in svantaggio fisico o di altra natura, possono rivelarsi proprio quelle giuste per salvare una situazione grazie alla loro intelligenza e a dispetto dei loro limiti, e ci insegna anche che la diversità è un valore per la società intera. Da questo discorso capirete come mai consideri una porcheria immonda la trasposizione live action del cartone animato originale, che inizia con una scena in cui una Mulan bambina vola sui tetti e fa capriole in aria e mosse di Kung Fu, non ha nulla da imparare dall’esperienza nell’esercito, e anzi è una sorta di creatura superiore dotata di doni alla stregua di superpoteri. A quale minus habens è saltato in mente di condurre un’operazione del genere? Quanti bambini goffi e bastonati dalle convenzioni sociali hanno trovato ispirazione nella Mulan inizialmente pasticciona e senza speranze, che solo grazie alla sua intelligenza riesce a salvare la situazione, senza doni innati e senza superpoteri? E quanti bambini di oggi si può sperare che si identifichino con un personaggio inarrivabile, nato superdotato, che non deve fare alcuno sforzo per crescere perché è già “nato imparato”? Probabilmente gli autori credevano che presentare una Mulan impacciata mandasse il messaggio inaccettabile per cui una ragazza possa essere in certi casi goffa o incapace, e Dio ce ne scampi! Che grave crimine non essere supereroi con poteri superiori, e dover maturare e superare i propri limiti prima di poter sperare di cavarsi d’impiccio! Purtroppo abbiamo completamente perso di vista la capacità di lettura necessaria a fare queste considerazioni.

Voglio che sia messa agli atti: il fatto che Mulan fosse una femmina (per giunta di etnia diversa dalla mia) non costituì mai un problema per il me bambino. Non mi portò né a desiderare di essere femmina, né mi frenò, in quanto maschio, dall’ammirarla e considerarla un modello per me, o causò problemi teorici o concettuali di sorta. Ella fu la mia figura di riferimento per lungo tempo, e mi ispirò tantissimo perché anche io ero un bambino a cui le convenzioni della società in cui era nato stavano strette, e che ha dovuto scontrarsi con giudizi e pregiudizi, dovendo poi andarsene per poter mostrare come la stoffa del suo intelletto potesse brillare, se solo gli fosse stata offerta un’occasione per farlo! Per questo mi risulta difficile empatizzare con chi sostiene che sia necessario che personaggi con una particolare identità sessuale incarnino questo o quel valore per fungere da modello per i bambini. Il sesso di Mulan (o il suo essere cinese, per dire) per il me bambino è sempre stato irrilevante di fronte ai valori che lei incarna. Avrei bisogno che mi si spieghi chiaramente e con argomenti oggettivi (e non soggettivi), per quale motivo il valore di un modello può applicarsi soltanto a persone con lo stesso sesso del modello!

Non avendo condotto uno studio statistico non posso dirlo con sicurezza, ma credo le fiabe possano molto meno, nel plasmare la visione del mondo dei bambini, di quanto possa la realtà che hanno intorno. Non credo affatto che i bambini confondano la realtà con le fiabe (se non in casi limitati e particolari.

Biancaneve fa la colf ai sette nani > Ricordo sommessamente che, mentre Biancaneve “fa la colf”, i sette nani sono a rompersi la schiena picconando in miniera. Non sono al bar a giocare a carte. Detto ciò, ci siamo davvero dimenticati la scena dove Biancaneve sgrida i sette nani per essere zozzi e impone loro di lavarsi le mani se vogliono mangiare? Qui esercita un’autorità indiscussa, all’interno, presso il focolare, il che rispecchia una realtà storica che non ci appartiene più, ma che è interessante da conoscere: la donna era la regina della casa e la sua autorità si esercitava all’interno, al punto che anche una donna appena arrivata poteva comandare sugli uomini dentro la stessa casa di cui erano padroni, e loro si piegavano senza fiatare al suo ruolo, perché era lei quella che se ne intendeva di come dovevano essere fatte le cose in quegli spazi! Questo basti a mostrare come sia insensato ridurre Biancaneve ad una colf. Quando Biancaneve arriva alla casa, trova un disastro: i nani lavorano e non hanno tempo di tenere a bada altri aspetti della loro vita. Manca una donna, l’uomo da solo o la donna da sola non fanno un lavoro eccelso quando sono separati, ma collaborando producono un tutto che vale più della somma delle parti. Hanno bisogno l’uno dell’altra perché entrambi apportano un contributo ugualmente importante per quanto diverso. Biancaneve arricchisce e salva la vita dei nani tanto quanto loro salvano la sua. Possibile non se ne sia accorta, la Cortellesi?

Perché il principe riconosce Cenerentola con la scarpa? Non poteva guardarla in faccia? > Ancora, rimango basito da come non si riesca a fare letture complesse e astratte di queste fiabe, e ci si soffermi a un significato letterale e superficiale! La scarpetta è il dono della fata madrina, e può essere interpretato come simbolo della trasmissione di insegnamenti (virtù, conoscenze, valori, educazione) da una generazione alla successiva, da madre a figlia, che sono il vero carattere distintivo di una persona: è questo, la trasmissione intergenerazionale di valori, di conoscenze, di educazione (simboleggiato dalla scarpa) a rendere Cenerentola riconoscibile. È il dono della figura di accudimento che lei deve custodire e tenere dentro molto più che momentanei dettagli estetici (rappresentati dai vestiti), che scompaiono e non lasciano tracce. Non a caso i vestiti scompaiono ma le scarpine di cristallo restano. Come può la Cortellesi lamentarsi prima del fatto che le principesse non hanno altra virtù se non l’essere belle, e subito dopo lamentarsi che in una fiaba non è la bellezza a fungere da fattore di identificazione?!

Tornando al principe, io trovo veramente assurdo che personaggi esclusivamente simbolici e palesemente astratti vengano interpretati come indicativi di un trattamento migliore nei riguardi degli uomini. Spesso non ne sappiamo nemmeno i nomi, non ne conosciamo le storie e non abbiamo idea di che persone siano. Davvero credete che un principe come quello di Biancaneve possa essere un modello per qualcuno? Certamente non lo è stato per me, visto che è privo di qualsiasi tratto utile ad identificarcisi. A parte Filippo de La Bella Addormentata, che ha un nome e un arco di sviluppo, come abbiamo visto, sono figure piatte, meri simboli convenzionali che incarnano i sogni e le aspirazioni delle protagoniste, e non un ideale di maschio. Ancora, il fatto che l’aspirazione sia rappresentata da un principe non significa che il senso della fiaba sia che le ragazze dovrebbero aspirare a sposare principi: questa è una lettura propria di chi non ha strumenti interpretativi. Davvero crediamo che fiabe nate dal folklore popolare pretendessero di insegnare alle bambine del popolo che la massima aspirazione era quella di sposare i principi? E nessuno nota che le protagoniste, dunque le persone al centro della scena, e a cui si dedica tutta l’attenzione, siano donne? Non che la cosa a me importi, come ho detto con l’esempio di Mulan, ma mi pare veramente che si vada a pescare soltanto ciò che fa comodo ad una lettura sminuente e riduttiva di questo patrimonio culturale.

Le protagoniste di queste fiabe appaiono come creature passive in attesa di essere salvate da uomini, soltanto a chi non ha strumenti critici per capirle, oppure da chi è in malafede. Questa seconda opzione mi pare forse più probabile, visto che i significati simbolici dovevano essere ovvi ai popolani analfabeti che se le sono raccontate oralmente per secoli. Mi riesce difficile credere che sofisticate personalità del mondo della cultura non siano in grado di coglierli!

Nel caso di raffigurazioni o valori non fraintendibili e chiaramente identificabili, i quali sono però in contrasto con i nostri (penso a cenni razzisti, abilisti o cose del genere), non si può certo liquidare la cosa con qualche scappatoia interpretativa: talvolta opere del passato rappresentano valori in conflitto con i nostri. E allora? Come spiega magistralmente Alessandro Barbero, troppa gente nella nostra cultura pedagogica confonde lo studiare o il leggere qualcosa con il glorificare e approvare qualcosa. Noi non leggiamo Biancaneve perché pensiamo di replicare nella realtà la storia, o perché vorremo che il mondo fosse come nella favola. La leggiamo o guardiamo perché è un pezzo della storia europea. Il voler epurare le storie classiche della tradizione da elementi che non collimano coi nostri valori attuali è l’equivalente dello scalpellare via i genitali delle statue di epoche precedenti o coprirli con una foglia di fico in gesso, come successe nel Sette-/Ottocento. Oggi consideriamo tale atto di pudicizia come un’intervento miope e vandalico, perché dunque fare lo stesso sulle fiabe, quando possiamo benissimo prevedere che i posteri guarderanno a ciò come noi guardiamo alla vandalizzazione delle parti intime delle statue?

Aggiungo una considerazione finale: se anche dovessimo dimostrare, dati alla mano, che le fiabe tradizionali possono avere un impatto negativo sullo sviluppo dei bambini, la risposta a ciò non può essere la denigrazione di un pezzo della nostra storia. Fiabe desuete di possono riscrivere o mettere da parte senza quell’atteggiamento di sufficienza altezzosa che qualcuno adotta nel commentarle, tronfio nella sua convinzione di essere più evoluto e progredito del mondo in cui si sono sviluppate. Filologicamente parlando, non si dovrebbe esprimere un giudizio morale sui valori delle opere del passato, e non si dovrebbe nemmeno inventarseli laddove non esistono: queste fiabe non esaltano ruoli tradizionali, li esprimono perché nate in un mondo dove erano vivi. Una storia del primo ‘900 dove una ragazza fa le pulizie non è un invito per le bambine a fare lo stesso, e dubito che alcuna bambina lo abbia mai percepito in quanto tale.

22 responses to “Sessismo nelle fiabe? È negli occhi di chi le legge”

  1. Avatar Rosella BERTOLOTTO
    Rosella BERTOLOTTO

    Un articolo splendido, scritto con competenza ma anche con calore e partecipazione. Davvero intelligente e profondo, bravissimo Roberto.

  2. Mi diverte molto il de-costruttivismo innocente…

    Mulan e Fiona esistono proprio perché le favole negli anni 40-60 sono diventate prototipo del maschilismo condannato dalla Cortellesi.

    Non sono Bianacaneve… ma appunto la nuova visione paritaria del mondo. E ben ci starebbe una Trilly afro ed un Sirenetto veramente uomo…

    Lei fa ripartire dall’Ottocento o prima la lettura misogina, che c’era e non era simbolica, come non era simbolica la schiavitù o l’abbandono dell’infanzia.

    La loro idealizzazione negli anni 40-60 lasciò incatenate solo le donne a luoghi stereotipati seppure da protagoniste, mentre gli uomini, banalizzati al massimo sono solo azione spesso senza pensiero.

    Le favole vengono destrutturate dagli anni 70 e lo saranno ancora. Di fatto fu una destrutturazione anche l’operazione di La Fontaine rispetto ad Esopo e di Esopo stesso rispetto a Fedro.

    Oggi lei pretende di ristrutturare mischiando le epoche ed appiattiendo le favole. Confonde persino Mulan con Biancaneve. Mulan è paragonabile al massimo alla splendida Biancaneve ispanica contemporanea.

    Andersen e le sue favole piene di metafore omosessuali? Un capitolo a parte.

    Restiamo però alla sua frase migliore che destruttura la sua ristrutturazione:

    “Nella società di allora, l’amore sanzionato era di quel tipo, un Unione di uomo e donna. Questo non vuol dire che lo debba essere ancora oggi, o che guardare Biancaneve significhi dover pensare che ciò debba applicarsi anche oggi!”

    Allora era l’ottocento? Il seicento? O gli anni 40-60?

    La Cortellesi ed il nostro immaginario quando diciamo Biancaneve si rifanno solo agli anni 40-60 che sono esattamente quelli raccontati nel suo splendido film.

    Lei stesso non ha la più pallida idea di quali siano le precedenti Biancaneve del seicento ed ottocento.

    Però ammette che non possono essere le Biancaneve attuali.

    Oggi Biancaneve è una dei protagonisti del film della Cortellesi. Una Favola di Film…

    1. Ho approvato il commento solo per rispondermi, ma verrà rimosso.

      Hai sollevato dubbi legittimi, che mi farebbe piacere discutere, ma se vuoi farlo dovrai riscrivere lo stesso commento eliminando i toni di strafottente e paternalistica saccenza che hai usato, perché se parti così, non ho alcuna voglia di discutere.

      Togli i commenti sulla mia persona che non sono pertinenti e il tono da presa per i fondelli, e poi potremo discutere serenamente e mente fredda.

      Se uno si pone come un totale stronzo, mi risulta difficile rapportarmi o a mente fredda.

      1. non hai preso in considerazione il fatto che in questo mondo siamo circondati anche da misandriche… 😒😒… purtroppo

    2. Ma si può sapere per quale arcano motivo sotto ogni video/articolo di debunking del femminismo mi devo sempre trovare il solito lobotomizzato cappone?! Davvero siete tutti così tanto disperati morti di fica da dover difendere per forza qualsiasi essere dotato di vulva?! Voi simp avete la stessa dignità di un comodino di legno marcio.

      1. Non ho capito a chi ti stai rivolgendo…

  3. Hai perfettamente ragione, si sta raggiungendo un livello di ipocrisia allucinante per cui ogni considerazione sta diventando pure faticoso esternarla e si rischia di passare per quello che inneggia la cultura patriarcale. Se poi questa opinione viene malauguratamente ripresa da un media mainstream, rilanciata e decontestualizzata il rischio è quello di far passare per “mostri” persone che esprimono democraticamente un pensiero. È incredibile.

  4. Bravo Pagani, ottima analisi!

  5. Bellissima riflessione!

    Mi tolgo prima il pensiero di segnalare qualche refuso:
    “un’invito” e “un’ideale” presentano qui l’apostrofo, che però non vogliono…
    “Sanzionare” (che significa punire) qui è più volte usato al posto di “sancire” (che, al contrario, significa legittimare).

    Detto questo, ho scoperto questa pagina grazie a Yasmina Pani e ne sono lieta: finalmente qualcuno che dice pane al pane, che fa operazione di smantellamento della troppa fuffa modaiola imbevuta di cancel culture imperante!

    Grazie, condividerò questa ottima disamina.

  6. Bellissimo articolo, grazie!

  7. Buonasera. Se mi posso permettere io non sono totalmente d’accordo con quanto lei scrive. Non mi fraintenda: non è un disaccordo con quanto da lei ben spiegato sulla mitologia e sulle raffigurazioni simboliche. Anzi ho molto apprezzato questa lettura che spiega questo aspetto delle favole che non conoscevo, nonostante io abbia letto tali storie in forma originale (ovviamente tradotte in italiano). Quello su cui mi trovo in disaccordo è che, secondo lei, gli spettatori dei film della disney dovrebbero essere in grado di capire che appunto di simbolismi si tratta e quindi leggere tra le righe solo la morale positiva che trasmettono. Secondo me la maggior parte degli adulti (compresa io) e praticamente tutti i bambini, non hanno la preparazione culturale per cogliere tutti questi dettagli da lei spiegati. La morale sono convinta che venga ben recepita ma i simbolismi nascosti (come per esempio ciò che rappresenta la scarpetta di cenerentola) non credo venga assorbito. Magari quando le favole sono oggetto di studio a scuola l’insegnante può fornire tutte le spiegazioni. Ma al cinema o in TV quello che viene recepito, oltre alla morale, è proprio questa aspettativa di sudditanza delle donne rispetto agli uomini. Altrimenti avremmo avuto una principessa azzurra e un cenerentolo… ovviamente i film della disney (soprattutto i più vecchi) sono figli della loro epoca storica (così come da lei ben specificato anche le favole). Io credo che qui si entri poi in tutta un altra questione che è quella della disparità di genere di cui la nostra società ancora non riesce né ad accettarne l’effettiva esistenza né tantomeno a cercare di parificare il divario esistente. Credo che lei non sia da classificare tra gli uomini che mettono in atto tale disparità, e il grado di cultura è anch’esso un fattore determinante per appianare le differenze di genere. La realtà della società (leggi italiana) è che ancora vige il patriarcato in molte forme più o meno evidenti. Mi scuso di essermi dilungata. Grazie per la lettura.

  8. A me questa analisi è piaciuta molto.

  9. Le fiabe sono un sogno, servono per farci sognare, fantasticare, perché rovinare cercando significati reconditi?? Chi legge una fiaba sogna chi ricorda quei meravigliosi cartoni animati che raffiguravano le fiabe pensa al bello non cerca significati perché complicare le cose, perché voler ad ogni costo cercare altro nelle fiabe?? La fiaba è un sogno e basta i ragionamenti cervellotici usiamoli in altre occasioni

    1. Avatar Manlio Pasquali
      Manlio Pasquali

      Buongiorno Anna.
      Nel loro mondo i racconti mitologici, come le favole o le fiabe, erano in realtà strumenti pedagogici, educativi.
      ”Cappuccetto Rosso” insegnava ad obbedire ai genitori, ”Pinocchio” per divenire un bambino deve imparare a non mentire, a studiare, a non andare nel paese dei Balocchi, Biancaneve e Cenerentola potrebbero avere significati educativi anche loro.
      Non possiamo leggerle come i cartoni che vedevamo da bambini, sarebbe come tagliargli i secoli, o i millenni in qualche caso, di cultura che si portano dietro.
      Un saluto!
      Manlio

  10. Bellissima analisi! Consiglio anche la lettura della versione originale di Perrault della Bella addormentata nel bosco, in cui i protagonisti non hanno nomi (Aurora sarà la figlia della principessa) e dopo il matrimonio il principe ha una doppia vita perché non vuole raccontare ai suoi genitori del matrimonio. La bella addormentata deve lottare con la suocera che vuole ucciderle i figli. Altro che donne sottomesse!

  11. Bello, mi ci sono ritrovato molto. E temo che li spunto della Cortellesi (che pure mi piace tanto come attrice) sia passato perché è un messaggio molto facile, superficiale e adatto a questo tempi che semplificano tutto, anche realtà terribili come i femminicidi e la cultura patriarcale.
    Curiosamente, giusto ieri sono andato a sentire una narrazione teatrale di Claudio Tomaello… Conosci? Fatti un giro sul web, se vuoi, dice un sacco di cose interessanti sulle fiabe e sui simboli e le chiavi interpretative, alcune cose praticamente sovrapponibili a quello che scrivi tu. Giusto oggi qui vicino (Padova) fa un seminario su “Il maschile e il femminile nelle fiabe”…
    NB: giuro, non sono né suo parente né il suo agente (che credo non abbia), 😅semplicemente lo conosco artisticamente, mi piace, lo seguo, e ci ho ritrovato molte delle cose che vado scritto.

  12. Grazie per l’interessante articolo, riguardo al valore educativo delle fiabe classiche le segnalo la pubblicazione di Franca Bonato edita da erikson; si tratta di un testo rivolto principalmente agli insegnanti dove si pone l’accento sul ruolo dei “cattivi” e sull’importanza educativa della netta separazione tra bene e male.
    Condivido il suo pensiero, le fiabe sono state scritte con intenti educativi che ultimamente vengono poco valorizzati, spesso erano assai cruente e via via gli aspetti più controversi sono stati eliminati. Fiabe come Barbablù non vengono più raccontate, altre vengono edulcorate e facendo questo, valori quali il coraggio, la perseveranza, la fiducia e molti altri passano in secondo piano. Lunghe o brevi che siano, le fiabe, le favole e la letteratura infantile offrono ottimi spunti di riflessione. Il suo articolo evidenzia aspetti spesso tralasciati che mi ha fatto molto piacere leggere.

  13. Ultimamente sembra che tutte le fiabe siano fatte per terrorizzare i bambini, vedi Bambi, noi che abbiamo letto tutte queste favole quando eravamo piccoli non abbiamo mai avuto il pensiero che queste fiabe fossero sessiste, violenti o che ci facevano paura prima di andare a dormire, ansi aspettavamo la lettura della fiaba con ansia e finchè non eravamo abbastanza grandi per leggergli da soli quel momento con papà o mamma era precioso. Ho letto il tuo articolo che come sempre è chiaro e lucido e ti ringrazio per il tuo impegno. Non vedo l’ora di leggere le fiabe islandese quando avrai finito il tuo lavoro. Grazie di cuore Roberto

  14. Strano poi come in una società così patriarcale e femminista, tutte le protagostiste fossero praticamente femminili, mentre i principi erano si maschi, ma erano pur comunque solo dei personaggi di contorno. Al contrario di ciò che avviene nella maggior parte della mitologia dove la maggior parte dei protagonisti sono uomini e donne solo di contorno, salvo rare eccezioni.

  15. Quante assurde chiacchiere e riflessioni profonde per me, dico per me, ridicole. Cenerentola, Biancaneve,La bella addormentata, La bella e la bestia, hanno fatto sognare generazioni di bambini ed anche adulti nel rivedere i cartoni animati, bellissimi insieme ai propri figli, nessuno ha pensato che Cenerentola fosse una serva, fra l’altro mi chiedo, la Cortellesi ha la colf maschio??le fiabe sono scritte da scrittori con animo di fanciulli per i bimbi e per adulti non cervellotici che amano ancora sognare. Oltre tutto le fiabe jnsegnano che il bene vince il male, questo lo capisce anche un bimbo di 5 anni senza cervellotiche riflessioni. Perché nella nostra epoca vogliamo rovinare le fiabe? Intendiamoci anche i bimbi hanno delle preferenze e fanno le loro scelte a me ad esempio quelle un po cruente come Hansen e gretel (lho scritto come lo dico)non mi attiravano particolarmente anche se poi crescendo ho scoperto che amo “i gialli” Pinocchio più che una fiaba è una lettura per bambini che già vanno a scuola e se non studiano diventano asinelli però poi gira e rigira finisce bene, ma vuole essere educativa con una morale semplicissima che un bimbo capisce benissimo anzi, mi accorgo di aver parlato sempre di bimbi oi me sarò sessista????

  16. Che alcuni comici inizino a un certo punto a sproloquiare su argomenti che chiaramente non conoscono e fornire letture della realtà semplicistiche, ma (guarda caso) meravigliosamente populiste, sembra proprio un fenomeno molto frequente in Italia.

  17. Le fiabe descrivono percorsi iniziatici di gruppi umani in tempi preistorici. E la Cortellesi non fa più ridere dai tempi di Mai dire gol. Preistorici pure quelli.

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