La chiesa di Eydalir, nei fiordi orientali, è un edificio che risale al 1975. Ve ne si trovava un’altra sul terreno dove sorge, che risaliva al 1856, ma che bruciò nel 1982, assieme a un altare, un pulpito e due campane antiche. La chiesa di oggi contiene una pala d’altare opera di un artista danese, risalente al 1865.

A inizio XVII secolo, il parroco della zona Einar Sigurðsson (1538 – 1627), nato a cavallo della Riforma, fu un poeta estremamente prolifico e apprezzato, diventando uno dei nomi principali della letteratura islandese e del periodo rinascimentale. Il medioevo islandese si colloca convenzionalmente tra il 1000, data della conversione ufficiale al cristianesimo e il 1550, anni dell’esecuzione capitale dell’ultimo vescovo cattolico prima del periodo contemporaneo, Jón Arason.
Il più famoso esponente del Rinascimento islandese fu Arngrímur Jónson lærði (il Dotto). La sua opera più conosciuta è probabilmente “Brevis commentarius de Islandia” (1593), una difesa del suo Paese in cui confutava le tesi distorte e denigratorie di molti autori europei comparse in pubblicazioni del tempo. Si occupò anche di storia e cultura islandese e nordica.
La riforma segna una frattura in Europa: si creano due blocchi culturali tra i quali gli scambi sono meno intensi di quanto non fossero quando tutto il continente (almeno nella sua parte occidentale) era cattolico, e si potevano trovare chierici Inglesi studiare o lavorare in Germania, chierici italiani in Inghilterra, monaci irlandesi ovunque, Islandesi a Bologna, Bari e Roma. Dopo la riforma si creano due sfere separate e iniziano a rafforzarsi gli Stati nazionali, portandoci alla situazione attuale, che ci offre un’idea distorta del passato, perché ci sembra più logico pensare che se ci sono pochi contatti oggi tra popoli europei, allora dovevano per forza essercene ancora meno nel medioevo. È l’esatto contrario: nel medioevo c’era una li già comune, il latino, che alcuni padroneggiavano e altri massacravano come facciamo noi oggi con l’inglese, c’era una religione che accomunava tutti, e gli islandesi potevano viaggiare in tutta Europa e riconoscere gli stessi canti religiosi che conoscevano a casa loro, le stesse scene dalle vite dei santi e dai vangeli che adornavano le loro chiese e la stessa cultura di base classica che la Chiesa impartiva alle migliori menti del tempo in modo piuttosto uniforme ovunque sul continente. Con la riforma questa unità culturale viene meno, ma le varie correnti che si diffondono in Europa, in un modo o nell’altro arrivano in Islanda perché i dotti islandesi dovevano per forza studiare all’estero. Fino al XVI secolo studiano soprattutto in Germania, e per questo le idee della Riforma (ma anche l’esoterismo rinascimentale e la mania della caccia alle streghe) giungono in Islanda da lì, anche se naturalmente assumono connotati specifici (ad esempio, il rinascimento islandese segna lo sviluppo di un interesse più pronunciato per la tradizione letteraria del passato, mentre il romanticismo islandese, come del resto quello italiano, rimane più ancorato all’illuminismo, per esempio). In seguito sarà soprattutto la Danimarca a fare da ponte tra Islanda e resto del mondo.
I luterani promossero l’uso di inni religiosi (o salmi, come li chiamano in islandese) nella lingua nazionale anche per la liturgia, mentre nel periodo cattolico, pur esistendo, non erano usati nella celebrazione della messa, preferendovi testi latini. I primi inni in uso in Islanda erano traduzioni da testi tedeschi o danesi, spesso brutte e zoppicanti. La prima edizione di salmi islandesi tradotti (35 in tutto) è attribuita al vescovo Marteinn Einarsson e uscì nel 1555. Tre anni dopo, il vescovo Gísli Jónsson ne pubblica una raccolta di 17, traduzioni pessime e dalla metrica zoppicante. Ben peggiori di quelle del predecessore, che pure non erano granché. Solo nel 1589, il grande vescovo Guðbrandur Þorláksson pubblicò “Ein ný sálmabók” (Un nuovo innario), con ben 328 salmi, seguito nel 1594 dal “Graduale. Ein almennileg messusöngbók” (Graduale. Un libro popolare di canti per la messa), che sarebbe rimasto per un paio di secoli l’innario standard della Chiesa islandese. Nel 1612, il vescovo Guðbrandur Þorláksson, che aveva fatto anche tradurre la Bibbia in islandese, pubblicò una celebre raccolta di circa 200 poesie, canti spirituali e mondani, la Vísnabók “Libro di versi”. Il suo intento era di far entrare i canti religiosi nella vita delle persone comuni, rubando spazio a quelli profani. Il testo ebbe larga diffusione nelle case, e questi inni sacri erano cantati dalla gente comune.

In quel periodo, composizioni in rima, spesso baciata ed ispirata ad episodi delle saghe, (le cosiddette rímur), stavano godendo di ampia diffusione, e la loro struttura poetica fu utilizzata per la composizione di rime ad argomento religioso. Pur includendo alcuni testi composti nel periodo cattolico e considerati non in conflitto con la teologia luterana (come Lilja “giglio” il più celebre poema devozionale del medioevo islandese, inserito con alcune modifiche, un paio di testi dell’ultimo vescovo cattolico, Jón Arason), l’autore di gran lunga più rappresentato è Einar Sigurðsson di Eydalir.
Einar era nato nel 1539, ancora nel periodo cattolico, e suo padre era Sigurður Þorsteinsson, un prete (il celibato dei preti era più che altro consigliato e non imposto, prima del Concilio di Trento), versato nel suonare l’arpa. La madre era Guðrún Finnbogadóttir, di una famiglia notabile e figlia dell’abate di Munkaþverá. Einar studiò per un anno al monastero di Möðruvellir e poi alla scuola della cattedrale di Hólar all’età di 13 anni, dove fu compagno del già citato Guðbrandur Þorláksson. A 18 anni finì gli studi e fu ordinato prete. A Möðruvellir aveva conosciuto la ragazza che sarebbe poi diventata sua moglie, Margrét Helgadóttir. Quando Einar aveva 20 anni, nacque il suo primo figlio, Oddur, che sarebbe poi diventato vescovo. Fu parroco in diverse parrocchie del nord, e visse in condizioni piuttosto modeste, finché il suo vecchio compagno di scuola Guðbrandur, ora vescovo, lo nominò prevosto dell’unità pastorale di Þingeyrar e sostenendolo nel bisogno. Nel 1590, alcuni ulteriori cambi di parrocchia, Einar fu mandato nell’est a Eydalir nella valle di Breiðdalur, con la moglie, dove finalmente trovò serenità economica. Nel 1600, Einar stava diventando cieco, e il figlio Oddur, ormai vescovo, gli fece avere un giovane vicario, che avrebbe poi sposato la figlia di Einar. La ciecità non gli impedì di continuare la composizione di poesie, e proseguì fino al 1626, alla veneranda età di 87 anni.
Einar rappresenta un ponte tra la tradizione poetica cattolica più antica e quella luterana, ponendosi come modello per le generazioni successive.

Il suo testo più famoso è forse l’inno di Natale Kvæði af stallinum Kristí sem kallast Vöggukvæði (“Poesia della mangiatoia di Cristo, che è chiamata Poesia della culla”) oggi conosciuto dal primo verso, Nóttin var sú ágæt ein (“Quella fu una splendida notte”), ancora oggi cantato sulle note del compositore otto-novecentesco Sigvaldi Kaldalóns. Qui traduci alcuni strofe (in totale sono 28), mantenendo il più possibile il metro e lo schema delle rime:

Emanuele si fa chiamare/il mio caro buon signore/ E io dondolo la tua culla col mio cantare
«Notte splendida fu quella!/ Sul creato luce bella. /Qual peccato sorte rubella /quel bambin non rimirare/E io dondolo la tua culla col mio cantare.
A Betlemme un bimbo è nato/per assolvere il peccato/gli angeli han profetizzato/che lui fosse il salvatore/ E io dondolo la tua culla col mio cantare.
I pastori han celebrato/quello era Dio incarnato/nella stalla coricato/tutto il mondo per salvare/ E io dondolo la tua culla col mio cantare.
Gloria a Dio su nei cieli/ cantiam con gli angeli sinceri/ pace in terra e bei pensieri/lo voglian tutti celebrare/E io dondolo la tua culla col mio cantare.
Ora letto non ti porgo / lascio ad altri/ Nel mio cuore io to accolgo/ Perche tu possa restare/ E io dondolo la tua culla col mio cantare
Nessun abito a coprirmi/ Tranne ciò che tu vuoi darmi/ pura fede sul tuo capo/ per cuscin ti voglio dare. /E io dondolo la tua culla col mio cantare
Su di te cala la dolcezza,/ Il cuore piange la mia bassezza,/ diventa però dolce bellezza/ se poi tu la vuoi portare./ E io dondolo la tua culla col mio cantare.
Il testo fu musicato dal compositore Sigvaldi Kaldslóns (1881-1946) , ed è spesso eseguito da cori e orchestre nel periodo natalizio. È uno dei testi più conosciuti in Islanda, ed è parte del bagaglio culturale di tutti gli islandesi, anche di quelli che non hanno idea di chi fosse Einar Sigurðsson di Eydalir!


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