La mentalità del lavoro in Islanda

Questo articolo sarà una carrellata di pillole sulla mentalità del lavoro in Islanda. La ragione per cui la scrivo è l’ennesima storia imbarazzante che viene diffusa dalla stampa italiana, dove vicende di sfruttamento vengono rappresentate come modelli di nobile sacrificio contrapposto alla dilagante pigrizia dei giovani di oggi e dei percettori del reddito di cittadinanza. Sono veramente stanco di leggere media italiani dove si rappresentano come viziate generazioni che iniziano a pretendere ciò che altrove è già considerato diritto minimo. Per questo voglio presentare, in modo fermo e incisivo, che quelli che vengono presentati come assunti insindacabili nel panorama italiano, sul lavorare, il sacrificarsi, la pigrizia dei giovani, la gavetta e quant’altro, non sono leggi di natura, ma costruzioni umane che possono benissimo essere spazzate via e sostituite con qualcosa di più consono alla dignità umana.

Bisogna cominciare col dire che anche in Islanda esistono datori di lavoro furbetti che non ti dicono quali sono i tuoi diritti e si approfittano soprattutto dello straniero che, solitamente, ha meno conoscenze del nativo rispetto alle regole del mondo del lavoro locale. L’Islanda non è un luogo dove la gente di natura nasce meno acida ed egoista, come qualcuno a volte sembra credere, semplicemente ci sono delle leggi (molto imperfette e ulteriormente migliorabili), che rendono più difficile il poter dare libero sfogo a istinti bestiali quali l’avidità e la voglia di sfruttare il prossimo per il proprio bieco tornaconto.

1. In Islanda si lavora per vivere. Non si vive per lavorare. Il lavoro non è un fine, ma un mezzo. Abbiamo una vita soltanto. Dividerla tra lavoro e sonno non è affatto dignitoso. Questo lo raccontavano una volta per dare il contentino quando la gente viveva solo per lavorare perché non c’erano alternative. Lavorare non nobilita nulla e nessuno, se si butta via il proprio tempo facendo un lavoro qualsiasi che non ci piace e non ci ispira. Certo imprenditori vantano di lavorare 70 ore a settimana, ma vorrei vedere se resisterebbero le stesse ore facendo il lavoro dei propri operai. Anche io faccio dei giorni in cui lavoro 12 ore, la differenza è che faccio cose che amo, e che dunque mi pesano molto meno. Non ci si può aspettare che operai, operatori ecologici e camerieri abbiano la stessa energia fisica e mentale di chi svolge lavori di altro tipo.

2. Il tempo libero in Islanda è sacrosanto, così come il tempo in cui uno sta lavorando. Quando scade l’orario, in Islanda (salvo eccezioni) si molla tutto e si va. Non esiste il far vedere che si lavora più del dovuto per fare bella figura. Sprecare tempo della propria vita che andrebbe altrimenti dedicato alla famiglia, agli affetti o alle passioni non vale null’altro di ciò che potrebbe arrivare in cambio. Se tocca lavorare di più, invece, si è pagati. Punto.

3. Se si sfora l’orario, si pagano gli straordinari. Abbastanza chiaro e semplice.

4. Orari dopo le 5 del pomeriggio, o la notte, vanno pagati di più. Sono le fasce in cui la gente dovrebbe stare coi figli e i partner, andare in palestra o rilassarsi. Se tocca lavorare in quelle occasioni, si viene pagati di più. Per legge.

5. Per sabati e domeniche, le tariffe orarie salgono ulteriormente. Per le feste comandate, ancora di più. Il lavoratore sta vendendo il suo tempo, e alcuni giorni sono più preziosi di altri.

6. Ai colloqui di lavoro, viene detto immediatamente quanto è la paga. Non esiste che non se ne discuta per fare vedere che si è motivati. Con tutta probabilità, specie se sono giovane, sto facendo domanda perché devo guadagnare per vivere, non perché devo sacrificarmi per la tua gloria di datore di lavoro. Incomincia a pagarmi il giusto, ché forse sarò motivato a dare il meglio per te. Se cominci già a volerti approfittare di me, marchiamo malissimo.

7. È illegale pagare per meno di quattro ore. Se si offre una prestazione occasionale di un’ora (per esempio se c’è un’emergenza e corre andare un’ora o due al lavoro), il datore di lavoro deve pagare quattro ore piene. È la legge.

8. TUTTI I TIROCINI E I TRAINING SONO PAGATI CON LA STESSA TARIFFA DEGLI STIPENDI DEI NEOASSUNTI. A questa tengo particolarmente, perché è quella che mi pesa maggiormente quando sento parlare dei giovani in Italia. Se fai un giorno di prova e decidi che il lavoro non fa per te, quel giorno di prova te lo pagano con la stessa tariffa di un lavoratore normale. Tu quel giorno della tua vita lo hai usato. O meglio, lo hai investito per il datore di lavoro… chi te lo restituisce più? Potevi decidere di fare altro, invece hai deciso di provare a fare qualcosa per questa persona. Dovrebbe esserne solo grata. Qui non conviene assumere stagisti gratis, poi mollarli e prenderne altri e continuare ad avere giovani disperati che lavorano gratis con la scusa che devono fare la gavetta. Quando sento gente insistere sulla gavetta, solitamente percepisco una sorta di sadismo frustrato verso i giovani della serie “io da giovane ho sofferto e voglio che soffrano tutti quanti me”. Non c’è nulla di didattico nel trattare male o sottopagare un giovane. La “gavetta” nel senso dell’apprendimento di un mestiere, si può fare benissimo PAGANDOLA. Non è che solo perché uno sta facendo la gavetta allora non ha conto da pagare o bisogno di mangiare. Come credete che si debba mantenere uno stagista, mentre lavora gratis perché sta facendo gavetta? E quale beneficio avrebbe? Quando ripetete a pappagallo “la gavetta va fatta”, state dicendo che i giovani devono accettare di essere sfruttati e maltrattati per un periodo della loro vita, presumibilmente per di imparare qualche lezione. La domanda qui è: quale lezione si tratta? Cosa credete che impari un ragazzo costretto a lavorare per una paga inadeguata e senza sicurezze? Perché io oltre al renderlo un frustrato incattivito che vorrà vendicarsi sul prossimo per come è stato trattato dalla società non vedo nessun possibile risultato positivo.

9. Si pagano i tirocinanti e i neoassunti il giusto, e i veterani di più. Non come in Italia che si pagano gli anziani il minimo sindacale e i più giovani ancora meno, al punto che sono costretti a vivere con i genitori perché quello che guadagnano non copre nemmeno le spese di viaggio.

10. Gli straordinari o eventuali extra vanno richiesti cortesemente e non dati per scontati. Se un dipendente chiamato per uno straordinario decide che il caffè con gli amici o il pranzo coi genitori è più importante del suo lavoro, è suo diritto. L’azienda non è la sua, e tutti gli sforzi che fa, a parte qualche spicciolo in più è un eventuale regalo di Natale, vanno soprattutto a vantaggio del padrone, che dovrebbe avere l’onestà di ammetterlo e non pretendere che i dipendenti tengano al suo profitto quanto ci tiene lui, specie se non usa dividere gli utili con loro, ma con qualche azionista senza faccia.

11. I sindacati fanno il loro lavoro. In Islanda ci sono sindacati molto potenti e influenti, che negoziano regolarmente aumenti dei salari per determinate categorie. Anche per questo l’Islanda è cara: in Italia gli stipendi non vengono aggiornati da anni, forse da decenni. L’Islanda è sicuramente cara, ma gli stipendi italiani sono davvero bassi e la ricchezza italiana molto mal distribuita. I sindacati islandesi forniscono fondi per le spese sanitarie, per l’istruzione, per i bambini, per la malattia… aiutano veramente tanto in questioni di contenzioso e forniscono aiuto economico in caso di malattia e disoccupazione (utilissimi per i liberi professionisti che non beneficiano di giorni di malattia). A volte pagano anche una sorta di tredicesima a dicembre.

12. Il reddito di cittadinanza è sacrosanto. Qui il RDC esiste da tempo immemore, ma non si chiama così. Si chiama banalmente “sussidio di disoccupazione”. L’equivalente italiano era un “sussidio per neo-disoccupati”, ed è stato dato al RDC questo nome pomposo quando, in realtà, è un banalissimo sussidio per gente che non trova lavoro. Qui in Islanda nessuno ha mai criticato questo sussidio (che è molto simile al nostro RDC nella sua struttura). Si capisce bene il concetto di disoccupazione strutturale, ovvero il fatto che è fisiologico e inevitabile che qualcuno sia disoccupato, perché non si può mai avere l’esatto numero di persone predisposte a fare l’esatto numero di lavoro disponibili. Puoi avere un certo numero di disoccupati e un certo numero di posti, ma è matematicamente improbabile che quei disoccupati siano adatti a coprire quei posti. A questo non pensiamo. Diamo per scontato che uno debba prendere quello che trova. Non è possibile procedere così, e quando uno è disoccupato va aiutato, senza ricatti affettivi, umiliazioni o pressioni sociali sadiche sul fatto che è un parassita.

13. Il lavoro non è automaticamente dignità andiamo avanti per inerzia con questi slogan da prima repubblica. L’Italia è fondata sul lavoro, il lavoro nobilita l’uomo, il lavoro rende liberi… no aspetta, quest’ultima dove l’avevano scritta? Ecco. Negli anni del boom economico il lavoro era dignitoso perché gli stipendi lo erano. Oggi non lo sono più, e lavorare per stipendi non dignitosi non ha nulla di dignitoso, ragion per cui, non c’è nulla di non dignitoso nel rinunciare al lavoro perché con quella miseria che è il RDC si sopravvive comunque ma almeno si ha del tempo libero. La vita è una sola, e la realtà di oggi non offre nessuna prospettiva sicura di miglioramento. Non riusciamo più a fare sacrifici in visione di un premio, perché nulla della realtà attuale ci suggerisce che questo premio arriverà mai. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Specie se la gallina nemmeno esiste. Però tanti sono ancora convinti che piuttosto che fare una vita un pochino più degna di essere vissuta (quindi con tempo libero), sia più nobile spaccarsi la schiena per un tozzo di pane.

Il mondo del lavoro in Italia ha bisogno di riforme strutturali radicali dall’alto, ma anche bisogno di un cambio di mentalità dal basso e dal mezzo.

6 risposte a “La mentalità del lavoro in Islanda”

  1. Sono stata molto interessata a questo articolo perchè io faccio un lavoro per cui ho dovuto studiare tantissimo, con Laurea e Specializzazione, ma vengo pagata pochissimo. Sono archivista storico e ho la laurea in Lettere e la Specializzazione presso l’Archivio Segreto Vaticano in Paleografia e Diplomatica Latina, che mi servono per il mio lavoro di archivista.
    Il tuo articolo così chiaro e analitico mi ha confortato sapendo che esiste un luogo dove si può lavorare ma soprattutto vivere, dedicandosi alla famiglia, amici, hobby e altro.
    Ti seguo da tanto tempo, ma questo articolo proprio ci voleva per tirarmi su il morale e far valere anche i miei diritti a Roma nel lavoro, se ci riesco.
    Ti ringrazio e ti auguro ogni bene
    Alessandra da Roma

    1. Condivido in pieno il tuo pensiero e ammetto di invidiarti per il tuo vivere in un paese così avanti dove hanno capito l’importanza del tempo libero. Sono una pendolare ma da circa 5/6 ore sui mezzi quando andava bene sono passata a 2. Ho una laurea 3 abilitazioni, ho superato decine di concorsi ma mi ritrovo a fare un lavoro assolutamente non in linea con la mia formazione e con i miei interessi. Il fatto è che nel settore pubblico sono talmente gravi le carenze in organico che non guardano molto al tuo cv, ti mettono nel primo posto che gli serve… E stipendi miseri tanto che a Milano e città ricche del nord non trovano più personale per molti enti.

  2. Senza contare che in Italia vige sempre il “tabù” dei soldi: non si dice quanto si guadagna, non si chiede quanto si guadagnerà, ci si imbarazza a fare preventivi (nel caso delle libere professioni), e peggio mi sento se si chiede il saldo di vecchi pagamenti mai riconosciuti. In un modo o nell’altro la “colpa” viene fatta ricadere su chi deve chiedere soldi. E’ una bella tattica, se ci si pensa, questa di instillare il senso della vergogna quando si vuol far rispettare quello che è un proprio sacrosanto diritto: così “far rispettare ciò che è giusto” parte già svantaggiato dall’essere tramutato in “chiedere”, possibilmente “col cappello in mano”. Perchè la “richiesta” non deve venire per forza soddisfatta, le “domande” non devono avere per forza una risposta positiva. E quindi il riconoscimento di un qualsiasi pagamento può essere negato. Ottima tattica.

  3. Nei Paesi nordici in generale il lavoratore è più protetto e l’attitudine con la quale ci si approccia al lavoro è senza dubbio piú sana rispetto a quella mediterranea. Io vivo in Spagna da molto tempo e qui vige ancora la mentalitá di fare 15 ore al giorno per dimostrare un alto grado so compromesso con l’azienda… poco conta il fatto che una persona difficilmente rende al massimo per tante ore, di solito la metá del tempo la si passa tra un caffé ed una chiacchera. Fortunatamente i giovani sono diversi e sembrano iniziare a capire che esiste un orario e che ci sono dei diritti. La storia della bidella martire fa capire quanto inefficiente sia il sistema: parliamo di sostenibilitá e poi creiamo un sistema insostenibile! Nella ma azienda veniamo obbligati ad assistere a dei corsi di alimentazione sana in cui ci viene spiegata l’importanza di mangiare sano pero non ammalarci e poi cosa non puó mai mancare dalla mensa aziendale??? …. le patate fritte…. ogni giorno! Amen

  4. Roberto, la tua analisi è impeccabile…purtroppo molti italiani non comprenderanno il valore di questo articolo, in quanto condizionati dal pregiudizio “Nordicista” secondo cui gli europei settentrionali sarebbero più onesti, leali, disinteressati, meno opportunisti, meno corrotti e corruttibili degli europei mediterranei.
    Ho sempre trovato paradossale il fatto che il nordicismo abbia esplicato influenze più durature e profonde tra le popolazioni calunniate dai nordicisti, piuttosto che tra le popolazioni esaltate da questa distorta corrente di pensiero.
    Andrea

  5. Ringrazio per queste informazioni che hai voluto condividere.Sono d’accordo al 200 per cento.La vita deve essere un giusto rapporto fra dare ed avere,salvo rare eccezioni.Purtroppo in Italia la situazione volge verso un netto peggioramento;nessuna luce all’orizzonte!
    Buona giornata.
    Romano Solazzo

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