Essere vegetariani in Islanda

Con questo articolo voglio toccare due aspetti dell’argomento dieta vegetariana in Islanda:

1) la sua praticabilità per chi vive in Islanda o si reca qui per trascorrere le vacanze, perché spesso mi viene chiesto – da parte di individui vegetariani o vegani – se devono preoccuparsi nel venire in un Paese così a nord.

2) la mia personalissima serie di ragioni per cui NON sono vegetariano, pur essendolo stato per ben cinque anni prima di venire in Islanda, perché spesso mi viene chiesto – con toni anche aggressivi e provocatori – come sia concepibile che consumi prodotti di origine animale.

Per il primo quesito, posso rassicurarvi: in quasi ogni angolo d’Islanda troverete una scelta accettabile di ingredienti e piatti a base vegetale. Ogni ristorante è attrezzato per offrire almeno un piatto del menù adatto a vegetariani e vegani, e anche nelle località più remote troverete frutta e verdura nei negozietti, anche se la scelta e la qualità non saranno eccellenti – comprensibilmente.

Un ristorante famoso, con tre esercizi nell’area della capitale è Gló, che offre tantissimi piatti estremamente variegati per vegani e vegetariani.

Alcuni esempi di piatti vegetariani/vegani offerti al ristorante Gló.

Poi abbiamo un’altro esercizio, interamente vegetariano e a conduzione famigliare, nel cuore della capitale: Garðurinn.

Una volta, nel Pub Gaukurinn si trovava il ristorante Veganæs, che ha chiuso dopo il Covid, ma pare vogliano riaprire, quando le circostanze lo permetteranno, e potete seguire gli sviluppi sulla loro pagina Facebook.

Non servirà, in ogni caso, cercare ristoranti vegetariani, perché almeno un’opzione la troverete ovunque, e su questo potete stare tranquilli!

Per quanto riguarda la spesa, la scelta dipende tantissimo dal singolo esercizio, ma per esperienza personale la verdura e frutta migliori si trova generalmente nei supermercati Nettó, mentre trovate generalmente una scelta più ampia che include frutta esotica particolare (mandarini cinesi, pere giapponesi, dragon fruit e altro) nei supermercati Hagkaup, che sono però di fascia alta e più costosi. Bónus, nonostante il suo logo orrendo lo abbia reso un’icona tra i turisti, non è assolutamente consigliabile per frutta e verdura, mentre Krónan è un sì con riserva. Ricordatevi sempre di ispezionare molto attentamente la frutta e la verdura in Islanda: sono spessissimo marce, e non le tolgono dagli scaffali fino a quando non sono completamente andate. Mi è capitato spesso di scoprire soltanto a casa – per negligenza mia – muffe verdi e bianche e altre sorprese. Purtroppo qui è così, e c’è poco da fare. Il che mi porta all’oggetto di discussione successivo:

Posto che esistono numerosissimi islandesi che seguono una dieta vegetariana o vegana, quanto è desiderabile ciò da un punto di vista etico? Come anticipato, io stesso sono stato vegetariano cinque anni, e la mi scelta di non esserlo più non è stata dettata da pigrizia, come suggerito da alcuni, ma da una disamina razionale degli effetti delle mie scelte e dei benefici conseguenti. La mia riflessione è riportata qui sotto:

Se vogliamo andare a soppesare i vari aspetti etici, ci troviamo a un punto morto, perché se sulla vostra scala di valori il non uccidere altre specie per il nutrimento si trova al punto più alto, nessuna argomentazione potrà convincervi ad accettare le scelte altrui. È un vostro diritto ritenere che la vita degli animali e la loro sofferenza al momento dell’uccisione per la macellazione siano questioni non negoziabili – era così anche per me e lo capisco benissimo: per voi gli animali sono creature innocenti e ucciderli quando se ne può fare a meno è sbagliato.

Quello che però forse si dovrebbe considerare, e questo vale per entrambe le parti di ogni dibattito, è che le scale valoriali non sono, non possono e non devono essere identiche per tutti, perché i valori non sono degli assoluti, ma vengono generati da situazioni contingenti (infatti i vegetariani, utilizzano molto spesso argomenti che fanno riferimento allo stato attuale del nostro pianeta: l’allevamento inquina, certa carne fa male, il pesce contiene metalli pesanti perché i mari sono inquinati, si spreca troppa acqua per soddisfare la richiesta di carne…). Inoltre, non è nemmeno intellettualmente onesto avere la pretesa che la propria scala di valori debba essere dittatorialmente imposta anche agli altri, in particolare quando essa nasce in un contesto particolare e si adatta bene ad esso, ma se trasferita in altri presenta alcune criticità, e vi faccio esempi concreti a tal proposito:

Non ho mai fatto mistero di essere diabetico, e in quanto tale, per evitare i famosi picchi glicemici (glucosio che si accumula nel sangue e rovina i vasi causando col tempo cancrene, infarti, ictus, cecità e danni renali) devo seguire una dieta il cui apporto di carboidrati è strettamente controllato: posso mangiare carboidrati solo in quantità prefissate, misurate e in associazione ad altri nutrimenti (proteine e grassi). Se mangiassi un piatto di pasta, del pane, del riso o delle patate come facevo prima di ammalarmi, i carboidrati semplici di questi alimenti verrebbero scomposti rapidamente in glucosio che verrebbe pompato nel sangue dove rimarrebbe a ristagnare a causa della mia carenza di insulina, ovvero l’ormone che dà alle cellule il segnale per assorbire il glucosio, che è il loro principale nutrimento. Il ristagno di glucosio porterebbe a quelle spiacevoli complicanze di cui sopra.

Anche in conseguenza della terapia che faccio, sono molto magro, e il mio organismo non è molto efficiente nell’assorbire e usare l’energia, il che mi rende spesso affaticato e debilitato. Immaginate una dieta dove già di mio non posso saziarmi consumando pasta, pizza, focaccia, patate, riso o pane, e immaginate di eliminare anche carne e pesce, e già che ci siamo anche i latticini e le uova. Pensate che potrei sopravvivere e condurre una vita dignitosa mantenendomi in salute? I medici e dietologi che ho dovuto consultare pensano di no, e sono decisamente d’accordo con loro. Se pensate che è un problema mio, e che dovrei morire io piuttosto che mangiare salmone e pollo, è un vostro diritto pensarlo (anche se è un pensiero che mi rattrista un po’), ma vi invito a considerare che nella scala di valori mia e dei miei cari, la mia vita viene prima di quella di un pesce o di un maiale, ed è qualcosa che dovreste rispettare.

Ma a prescindere da casi individuali come il mio, quanto è veramente etico il seguire una dieta vegetariana in Islanda? Qui bisogna considerare una serie di dati:

  • In Islanda non esiste l’allevamento intensivo.
  • Gli animali, quando la stagione lo permette, sono lasciati liberi nei campi o, nel caso dele pecore, addirittura totalmente liberi di andare ovunque.
  • Le bestie in Islanda sono nutrite quasi al 100% con fieno: i campi islandesi sono coltivati quasi tutti ad erba (anche perché non ci crescerebbe molto altro). Non vengono usati mangimi fatti con soia o mais, la cui produzione è causa di consumo notevole di suolo altrove, dove immensi appezzamenti di terreni utilizzabili altrimenti sono “sprecati” per produrre mangimi dubbi da somministrare a poveri animali sbattuti in capannoni. In Islanda ciò non succede.
  • In Islanda non si imbottiscono gli animali di medicine come misura preventiva, come succede in altri paesi, ma solo se malati.
  • L’allevamento in Islanda non è costituito in larga parte da grosse aziende che assumono lavoratori a basso costo che non hanno nessuna voglia di fare il loro lavoro, e che finiscono con l’accumulare frustrazione che poi sfogano usando violenza sugli animali, come succede spesso in Italia, con quelle situazione immortalate da video di associazioni animaliste che mostrano abusi agghiaccianti. In Islanda gli allevatori sono fattori indipendenti – generalmente con pochi soldi – che fanno quel lavoro per passione e amore, non per tornaconto economico, che ormai è irrisorio. Ci sono fattori che assumono braccia in più stagionalmente, ma la produzione di carne non è un’industria disumana fatta di capi che stanno in ufficio e lavoratori a contratto che funzionano come ingranaggi di una macchina da soldi.
  • La capacità produttiva per il settore agricolo è limitatissima: i costi di costruzione e gestione di serre, di illuminazione ultravioletta per i mesi bui dell’inverno, e la resa che non è mai ai livelli di un paese mediterraneo, non permettono di soddisfare il fabbisogno del Paese, se non in pochissimi casi.
  • Con tutta la buona volontà, gli unici vegetali coltivati con successo sono pomodori, cetrioli, funghi champignon, peperoni, carote (ma non tutto l’anno), broccoli e cavoli, lattuga e frutti di bosco. Non ci sono alberi da frutto che producano mele o pere, figuriamoci pesche, albicocche o altri.
  • L’importazione di verdure e frutta è l’unica via praticabile per avere una scelta più completa.
  • L’importazione implica un trasporto via mare o per via aerea, che è estremamente inquinante e dannoso per l’ambiente.

Nonostante sia costretto a consumare merce (in particolare frutta) di importazione, compro sempre – a meno che non ci sia scelta – verdure prodotte in Islanda, e lo faccio anche se è economicamente svantaggioso, perché:

  1. Sostengo l’economia locale.
  2. Non incoraggio l’inquinamento devastante di aerei o navi merci.
  3. I prodotti locali sono più freschi e buoni. In Islanda non si usano cere e pesticidi.

Questo però limita per una certa misura la mia scelta: finocchi, asparagi, carciofi, fagiolini (e in generale tutto quello che non ho elencato sopra, sono per forza importati. Anche granaglie, legumi e soprattutto la farina per il pane e prodotti affini! Avere una dieta vegetariana abbastanza ricca e bilanciata, qui in Islanda, significa necessariamente fare affidamento su un assiduo apporto di merce importata e trasportata attraverso mezzo mondo su colossali navi e aerei cargo che inquinano e devastano mari e cieli con i loro scarichi mefitici, causando danni assai più ingenti (e molte più morti indirette nel mondo animale) di quelle che si causano allevando animali come si fa qui in Islanda, con il metodo più umano e rispettoso possibile.

Se devo scegliere tra il mangiare carne di una pecora che ha vissuto la sua vita come una pecora islandese, e mangiare vegetali coltivati disboscando la foresta vergine, magari geneticamente modificati, coperti di pesticidi che vanno a infestare le falde acquifere avvelenando flora e fauna locale e infine inquinando i cieli e i mari per essere importate in Islanda dal Sud America, dove magari sono raccolti da lavoratori sfruttati come schiavi, trovo molto più etica la prima scelta.

Ribadisco il concetto che è un vostro diritto rifiutare tutte queste argomentazioni e credere che risparmiare la vita di un animale valga ben lo sfruttamento del lavoro sulle piantagioni di avocado, la coltivazione intensiva che distrugge la biodiversità per poter rispondere alla domanda di prodotti a base di soia, e in ultimo l’inquinamento feroce dei trasporti necessari per l’importazione. Però ripeto: non possiamo aspettarci che tutto il mondo la pensi come noi. Sarebbe più opportuno imparare a ragionare per schemi complessi e ramificati, così come complessa e ramificata è la realtà. Ragionare e agire secondo assoluti non si è mai rivelata una strategia vincente nella storia della nostra specie.

Una nota che rallegrerà molti vegetariani e vegani è che la scelta di adottare diete vegetariane o vegane è in notevole aumento qui in Islanda, ma io non canterei vittoria così presto: le bocche che un tempo erano sfamate con i merluzzi e i salmoni e con qualche cosciotto di pecora, ora vengono saziate da prodotti la cui origine e produzione presenta assai più zone d’ombra del macello di pecore islandesi. Il business “salutistico” e la domanda in aumento esponenziale per prodotti come soia, avocado, quinoa, chia etc. stanno distruggendo vaste aree naturali dei Paesi in via di sviluppo, dove immensi appezzamenti forestali vengono trasformati in monocolture, che per la loro debolezza genetica vengono ricoperte di sostanze dagli effetti dubbi sull’ambiente e su chi le consuma. L’esplosione nel consumo dei semi di chia ne ha portato ad un aumento di prezzo che ha messo in seria difficoltà le popolazioni per le quali costituisce uno degli alimenti principali, e tutto questo per l’ossessione nostra per diete “etiche” e “salutistiche” che di etico possono avere ben meno di quanto si pensava all’inizio, e si rivelano salutistiche per noi, ma devastanti per altri (natura ed esseri umani).

È assolutamente legittimo fare una scelta in senso vegetariano o vegano, ma non si può pensare di forzarla sul prossimo senza averne prima soppesato le conseguenze nella situazione contingente che varia non solo da Paese a Paese, ma da individui a individui! Altrimenti diventa la classica situazione in cui si è così ossessionati da un problema, che non ci si accorge o non ci si interessa del fatto che la sua soluzione porta a una miriade di altri problemi ancora peggiori. Come i rivoluzionari che pensano soltanto a tagliere teste convinti che i loro problemi svaniranno appena cadrà la ghigliottina, ma poi si accorgono tristemente che il loro paese è piombato in un periodo di terrore e anarchia peggiore di quello precedente.

La realtà è complessa e spaventa, per questo ci rifugiamo in soluzione nette e lapidarie, cerchiamo dei confortanti assoluti che ci risparmino il terrore che viene dall’insicurezza generata da un mondo in continuo mutamento e da una vita in cui l’unica certezza è l’incertezza. Eppure dovremmo avere la maturità di accettare serenamente questa complessità e imparare a vivere e lasciare vivere al meglio delle nostre possibilità, apprezzando che siamo troppo piccoli per afferrare la complessità del mondo reale.

Come disse un personaggio letterario a me molto caro: «Non essere così impaziente di elargire morte e giudizi: nemmeno i più saggi conoscono tutti gli esiti».

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Amedea Campiverdi ha detto:

    Assolutamente condivido ogni tua parola La tua libertà finisce la’dove inizia la mia, come diceva quel tale. ( il tu è naturalmente impersonale , Roberto ed è rivolto a chi si ritiene detentore di verità assolute ).

  2. Claudio ha detto:

    “ma vi invito a considerare che nella scala di valori mia e dei miei cari, la mia vita viene prima di quella di un pesce o di un maiale, ed è qualcosa che dovreste rispettare”… 92 minuti di applausi.

  3. amleta ha detto:

    Io non sono mai stata ancora in Islanda ma ho sentito dire in parecchi video che le verdure, ortaggi e frutta costano tanto. Comunque io sono molto se sibile agli antibiotici che danno agli animali e quindi non mangio carne e pesce allevato. Vedrò quando sarò là se è vero che non danno medicine agli animali
    A me basta solo assaggiare un boccone per avere certi effetti negativi. Spero che sia come dici tu e che gli anumali siano rispettati. 😊😉

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