La corona e la croce: la Riforma in Islanda

La narrazione della Riforma luterana in Islanda si concentra spesso sulla figura dell’ultimo vescovo cattolico della diocesi settentrionale, Jón Arason. Il suo destino tragico, unito al carattere combattivo e alla resistenza opposta all’imposizione della nuova fede, ne ha fatto nel tempo una figura quasi epica, profondamente radicata nell’immaginario nazionale. A partire dall’età romantica, Jón Arason è stato progressivamente trasformato in un simbolo di indipendenza islandese, incarnazione di una resistenza non solo religiosa, ma anche politica e culturale contro il dominio danese. Una lettura anacronistica, ma ancora abbastanza radicata nell’immaginario islandese di oggi.

È tuttavia altrettanto interessante, e per certi aspetti ancor più rivelatore, rivolgere l’attenzione all’ultimo vescovo cattolico della diocesi di Skálholt, che copriva tre quarti del Paese, Ögmundur Pálsson. La sua figura emerge come centrale nelle prime, più confuse e violente fasi della Riforma in Islanda, quando i nuovi equilibri religiosi e politici non erano ancora stabilizzati e il confronto tra le parti assumeva spesso forme brutali, segnate da scontri armati, vendette e intrighi.

Una fonte di primaria importanza per ricostruire questi eventi è rappresentata dai Biskupa annálar, gli “Annali dei vescovi”, composti nel 1603 dal sacerdote Jón Egilsson di Hrepphólar, nella contea di Árnessýsla, nel sud dell’isola. Nato nel 1548, dunque a pochi anni dagli avvenimenti narrati, Jón Egilsson si muove in un contesto ancora profondamente segnato dalla memoria diretta di quei conflitti, e la sua opera conserva numerosi dettagli di grande vivacità, spesso tramandati attraverso testimonianze familiari e locali.

L’edizione di riferimento di questi annali è quella curata da Jón forseti Sigurðsson e pubblicata nel 1856 a Copenaghen nella collana Safn til Sögu Íslands dall’Hið íslenzka bókmentafélag (Società letteraria islandese). Si tratta di un testo fondamentale per lo studio della storia islandese del XVI secolo, non solo per la quantità di informazioni che offre, ma anche per il suo stile narrativo, che restituisce con straordinaria immediatezza il clima di tensione, incertezza e violenza che accompagnò l’introduzione della Riforma.

A partire da questa fonte, è possibile ricostruire non solo il profilo di Ögmundur Pálsson, ma soprattutto il contesto in cui egli operò: un periodo segnato da conflitti tra poteri locali e autorità danese, da interventi di mercenari e funzionari stranieri, e da reazioni spesso altrettanto violente da parte della popolazione islandese.

Il vescovo

Ögmundur Pálsson nacque verso la fine del XV secolo in un contesto familiare ben inserito nelle élite ecclesiastiche e amministrative islandesi. Le fonti, pur non offrendo un quadro completamente sistematico della sua formazione, lasciano intendere un percorso coerente con quello dei chierici di alto rango dell’epoca, probabilmente completato con studi all’estero, come era consuetudine per coloro destinati a ricoprire cariche elevate nella Chiesa islandese.

Prima della sua elezione episcopale, Ögmundur fu attivo come sacerdote e amministratore ecclesiastico, e gli annali ricordano il suo legame con importanti centri religiosi, tra cui il monastero dell’isola di Viðey (oggi part e del comune di Reykjavík), dove soggiornò per diversi anni. La sua ascesa al vescovado di Skálholt, avvenuta nel secondo decennio del XVI secolo, lo colloca in una fase ancora pienamente cattolica della storia islandese, ma immediatamente precedente alle trasformazioni innescate dalla Riforma.

Come vescovo, Ögmundur appare nelle fonti come una figura autorevole e attiva, impegnata non solo nella guida spirituale della diocesi, ma anche nell’amministrazione delle sue risorse materiali. Gli annali attribuiscono particolare rilievo alla sua attività edilizia, soprattutto in relazione alla ricostruzione della chiesa di Skálholt dopo il devastante incendio del 1527. Il progetto, che si protrasse per diversi anni, richiese un’organizzazione complessa e un notevole sforzo logistico, con il reperimento di legname sia in Islanda sia in Norvegia e il coinvolgimento di numerosi lavoratori provenienti da diverse regioni.

Accanto a questa dimensione più propriamente amministrativa, emerge anche il profilo umano del vescovo, talvolta tratteggiato attraverso episodi che ne evidenziano il carattere e la reputazione. In particolare, gli annali insistono sulla sua autorevolezza personale e sul rispetto di cui godeva, anche presso coloro che non condividevano le sue posizioni.

Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, la situazione cambiò radicalmente. L’avanzata della Riforma luterana e l’intervento diretto delle autorità danesi modificarono profondamente gli equilibri politici ed ecclesiastici dell’isola. Ormai anziano e progressivamente colpito dalla cecità, Ögmundur si trovò in una posizione sempre più difficile, fino a essere infine destituito e condotto fuori dal paese. Secondo gli annali, fu trasferito in Danimarca, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita in un monastero, morendo intorno alla festa della Candelora, anche se altre fonti sostengono che sia morto . La sua figura si colloca così in un momento di passaggio cruciale, tra la fine dell’Islanda cattolica e l’inizio di una nuova fase storica segnata da profondi mutamenti religiosi e politici.

La Riforma

Parte I – Un equilibrio fragile: tensioni, violenza e autorità prima della svolta

Se si segue il racconto dei Biskupa annálar, la Riforma in Islanda non si presenta come un evento improvviso o come una frattura netta, ma piuttosto come il punto di arrivo di una lunga fase di tensioni, conflitti locali e progressiva erosione dell’autorità tradizionale. Gli anni che precedono l’intervento diretto della corona danese sono caratterizzati da un equilibrio instabile, in cui il potere del vescovo di Skálholt rimane formalmente intatto, ma è sempre più esposto a interferenze e sfide.

In questo contesto, Ögmundur Pálsson appare ancora come una figura centrale e autorevole. Gli annali lo mostrano pienamente inserito nel sistema di potere dell’Islanda tardo-medievale, capace di esercitare un controllo effettivo sul proprio territorio e di intervenire, direttamente o indirettamente, nei conflitti locali. Tuttavia, proprio questi conflitti rivelano quanto tale autorità fosse ormai sottoposta a pressioni crescenti.

Nell’anno 1538 il vescovo era ormai quasi privo della vista. Sentendo avvicinarsi la fine del suo tempo, scelse come successore il reverendo Sigmundur, suo nipote per parte di sorella, e lo inviò in Norvegia affinché ricevesse la consacrazione. E così avvenne. Ma la prima notte dopo essere stato elevato al vescovado, Sigmundur ebbe una visione: gli parve che una donna gli si avvicinasse e gli dicesse: «Se sarai vescovo per venti notti, regnerai per venti anni a Skálholt». All’alba, però, lo colpì una malattia al piede, che rapidamente si aggravò. Giorno dopo giorno lo consumò, finché, alla diciannovesima notte, la sua vita si spense.

Quando, in primavera, giunsero le navi e si diffuse la notizia della sua morte, il vescovo non esitò: scelse subito un altro uomo, il suo ex-pupillo, un prete di nome Gissur Einarsson (1512-1548), che partì nello stesso anno e fu consacrato a Copenaghen, per fare ritorno nel 1540. Al suo arrivo trovò una terra divisa. Il vecchio vescovo si era ritirato dalla sede episcopale, ma il popolo continuava a rivolgersi a lui, che di fatto deteneva ancora ogni autorità. Il nuovo vescovo, Gissur, era invece poco considerato, quasi ignorato, e tanto più perché era giunto portando con sé il mutamento della religione, tradendo il vecchio Ögmundur che era stato suo mecenate e lo aveva risollevato dalla povertà. Ben presto Gissur comprese la verità: finché Ögmundur fosse rimasto intorno, la nuova fede e i nuovi costumi non avrebbero avuto alcuna presa. Per questo si allontanò, insieme al reverendo Pétur Einarsson, e rimasero all’estero nel 1540, anno in cui la situazione prese seriamente a precipitare.

Per oltre dodici anni fu umboðsmaður, sorta di sceriffo a Bessastaðir un tedesco di nome Dietrich di Mynden (islandesizzato in Diðrik), al soldo del governatore, un nobile tedesco o olandese, spiantato e incompetente, di nome Klaus Von Der Marwitzen. Questi era stato nominato governatore in un momento delicato, dove la corona danese si trovava in difficoltà finanziare a causa dell’uscita dalla Svezia dall’Unione di Kalmar e dal principiare di sanguinose guerre tra i due regni. La riforma Luterana presentava il pretesto perfetto per espropriare beni ecclesiastici. La Chiesa islandese non era soltanto ricca, estremamente influente, e i due rappresentanti del re procedettero affinché ricchezze e influenza fossero drasticamente ridimensionate. Diðrik arrecò danno a molti, con estorsioni, furti, percosse e altri abusi. In quegli anni, e già prima, i governatori danesi insediati a Bessastaðir non possedevano l terre, ma la loro ambizione cresceva. Decisero di conquistare il vicino monastero sull’isola di Viðey (oggi parte del comune di Reykjavík). Nell’anno 1539, la notte prima del giorno di Pentecoste, un piccolo manipolo di danesi e tedeschi, guidato dal governatore e dal suo sceriffo, giunse a Viðey. Il monastero fu occupato con la forza, la gente che vi viveva venne percossa e scacciata

Più tardi, all’assemblea di Þingvellir, il vescovo Ögmundur, il governatore e Diðrik si incontrarono. Parlarono di Viðey. Il vescovo chiese di vedere il documento che attestasse l’ordine del re che lo aveva autorizzato a occupare il monastero, dichiarando che avrebbe obbedito a ciò che gli fosse stato comandato. I due rappresentanti regi produssero una lettera del re, ma il documento non era originale e il vescovo lo credette falsificato e si disse pronto a proseguire per vie legali. Diðrik rispose dicendo che la legge poteva andare al diavolo. Era chiaro che si trattava di uno psicopatico intento a divertirsi nell’abusare il potere costituito approfittando della difficile situazione creata dalla Riforma. Governatore e sceriffo furono condannati alla scomunica e all’esproprio, ma il primo se ne tornò temporaneamente in Danimarca, lasciano al secondo la sua autorità. Diðrik se ne infischiò della sentenza, essendo ancora rappresentate (di un rappresentante) del re.

Parte II – Escalation e sangue: l’uccisione di Diðrik e la spirale di violenza (1539–1540)

Diðrik, non pago degli abusi che ha già inflitto alla popolazione, decide di compiere un passo ulteriore: impadronirsi anche dei monasteri di Þykkvibær e Kirkjubær, due centri ecclesiastici di primaria importanza nel sud-est dell’isola. Il suo progetto si inserisce chiaramente in quella logica di appropriazione sistematica dei beni della Chiesa che caratterizza le prime fasi della Riforma nei territori sotto influenza danese. Partito con un piccolo seguito di 9 uomini, si dirige verso est, ma giunto a Kotferja, nel sud, cambia improvvisamente idea. Decide di deviare verso nord e raggiungere Skálholt per incontrare personalmente il vescovo Ögmundur e abusarne per dargli una dimostrazione di potere, mentre comanda a due di loro di proseguire verso est e attenderlo a Oddi.

Diðrik giunse a Skálholt e tuttavia non trovò il vescovo ad attenderlo. Gli furono offerte vivande e bevande senza misura, come si conveniva ad un ufficiale regio e piantò la sua tenda nel cortile di fronte alla timburstofa (sala in legno), dove si trovava la residenza del vescovo. Il giorno seguente, finalmente incontrò il vescovo. Parlarono a lungo. Il vescovo gli chiese quale follia lo spingesse a volersi impadronire dei monasteri, quali intenti lo guidassero in un’azione tanto grave. Ma Diðrik rispose con insulti vergognosi e violenza, sostenendo che, se avesse voluto, avrebbe potuto conquistarsi l’intera Islanda con i sette uomini che aveva al seguito. Allora il vescovo, vedendo ciò che si agitava negli animi, gli disse che sarebbe stato meglio per lui allontanarsi. Non voleva che gli fosse fatto alcun male, ma sapeva di non poter trattenere i suoi uomini, essendo cieco e dunque incapace di governare pienamente ciò che si muoveva attorno a lui. Gli offrì ancora tutto ciò che desiderasse per il viaggio, vino, idromele, birra, e cibo in abbondanza. Diðrik non diede ascolto a nulla di questo, e rimase ostinatamente sul posto anche quel giorno.

Jón Héðinsson, cancelliere della diocesi, decise di agire e iniziò a radunare uomini dal circondario. Poi venne il mattino della festa di san Lorenzo, e con esso la vendetta: diversi fattori giunsero armati dalle campagne circostanti, e con loro la vendetta. Prima avevano ricevuto due botti di birra per ringalluzzirsi, così che i loro spostamenti non furono esattamente furtivi. Diðrik si accorse dei movimenti. Guardò dalla finestra, e chiese perché vi fosse tanta gente armata di alabarde. Il prete Jón Björnsson, che serviva a tavola, rispose con una scusa: disse che erano lavoratori, che scherzavano tra loro, che il vescovo aveva dato loro da bere in onore dello sceriffo. Diðrik non la bevve: ordinò a due dei suoi uomini di uscire a prendere le armi da fuoco. Essi entrarono nella tenda, ma in quell’istante gli assalitori la fecero crollare su di loro. Quelli riuscirono a liberarsi e a uscire, ma furono subito sopraffatti e uccisi. Quando Diðrik si rese conto dell’imboscata, cercò di colpire il prete Jón. Ma Jón si liberò del mantello e fuggì. Allora Diðrik e i suoi si barricarono nella casa.

Il suo stalliere si chiamava Ólafur. Egli uscì incontro agli altri, nel corridoio davanti all’ingresso, e disse: «Lasciatemi passare, fratelli miei, perché sono islandese come voi». Ma uno gli rispose: «Hai rubato con loro e per loro, e a lungo sei stato loro compagno da vivo. Ora devi seguirli anche da morto». E lo trafisse senza esitazione. Dopo ciò, gli uomini raggiunsero gli appartamenti vescovili. Tutte le porte erano serrate, e i tedeschi non avevano via di fuga. Il vescovo era davanti, nella sala. Nessuno riusciva a entrare, finché un uomo chiamato Sveinn Þorsteinsson sollevò una pietra tanto grande che due uomini a stento l’avrebbero potuta portare, e con essa sfondò la porta. Così si aprì il varco.

Entrarono. Si ricordano quattro uomini sopra tutti gli altri per il loro ardimento: il fattore di Hamrar; un lavoratore chiamato Núpúr, che era stato picchiato dai luterani a Viðey nella primavera; lo stesso Sveinn Þorteinsson che aveva sollevato il macigno; e Jón detto Refur “volpe”, che era zio del padre dell’autore degli annali. Chi abbia ucciso chi, non è dato sapere con certezza, salvo per Diðrik. Fu Jón Volpe a toglierlo di mezzo, come egli stesso raccontò. Aveva una lancia in mano. Diðrik si difendeva con un piatto e un coltello, con la furia di chi non vuole cadere. Jón non riusciva a sopraffarlo. Allora escogitò un modo: agganciò la lancia dietro la scapola e lo trascinò con due strappi sul pavimento, facendolo cadere bocconi ai suoi piedi. Poi spinse l’asta della lancia fuori dalla finestra, così da poter caricare, e affondargliela tra le spalle. A quel punto gli avrebbe detto, che ora avrebbe potuto vantarsi di aver vinto tutta l’Islanda con sette uomini.

Eppure non tutto era finito. Restava ancora vivo il giovane servitore, un ragazzo di dodici anni, nascosto sotto il tavolo. Sveinn voleva ucciderlo, temendo che potesse un giorno diventare loro nemico. Ma Jón si oppose: disse che era giovane, innocente, e non doveva morire. Dopo la strage, trascinarono tutti i corpi nel cortile e li gettarono in una fossa. Infine, presero tutto ciò che gli uomini possedevano. Li spogliarono in gran parte degli abiti e si divisero il bottino come vollero, anche se non tutti accettarono di partecipare a quella spartizione. Così si concluse quel giorno a Skálholt, tra sangue, ferro e memoria.

Parte III – L’intervento danese e la fine di Ögmundur (1540)

Dopo l’uccisione di Diðrik e dei suoi uomini, la situazione non poté più rimanere confinata a un conflitto locale. Gli eventi di Skálholt rappresentavano una sfida diretta all’autorità della corona danese, e la risposta non tarda ad arrivare. Gli annali collocano con precisione questo passaggio: nella primavera del 1540 giunge in Islanda Christoffur Hvítfeld, governatore e ammiraglio, a capo di due navi da guerra. La missione è chiara: arrestare il vescovo Ögmundur e ristabilire l’ordine.

A questo punto, il quadro è radicalmente mutato. Ögmundur è ormai anziano e quasi completamente cieco, e la sua capacità di controllo effettivo sul territorio è drasticamente ridotta. Gli annali insistono su questo aspetto: egli stesso riconosce di non poter più governare i propri uomini. Tuttavia, la sua autorità simbolica rimane intatta, ed è proprio questa a rappresentare un ostacolo decisivo per l’affermazione del nuovo ordine.

È significativo il modo in cui viene organizzata la sua cattura. Non si tratta di un confronto diretto, ma di un’operazione costruita sull’inganno. A Ögmundur viene consigliato di rifugiarsi nei monasteri a est, ma egli dichiara di voler prima visitare la sorella Ásdís a Hjalli. Mentre si trova a Reykir, gli giunge un messaggero inviato dal vescovo Gissur Einarsson con una lettera rassicurante: i danesi non avrebbero intenzione di fargli del male. Ögmundur crede a questa promessa e decide di non fuggire.

Parallelamente, viene convocata un’assemblea a Kópavogur, alla quale partecipano sia il rappresentante danese sia Gissur. Gli annali sottolineano un lungo colloquio privato tra il comandante e il vescovo riformato, segno di una strategia già definita. Quando raggiungono il vescovo, la cattura avviene senza resistenza. Gli annali insistono su questo punto: Ögmundur non tenta di fuggire, né oppone alcuna forma di violenza. Accetta il proprio destino con una certa rassegnazione, riconoscendo implicitamente la fine del proprio ruolo. La sua figura, che nelle fasi precedenti appariva ancora inserita in una rete di potere attiva, è ora isolata e priva di strumenti concreti di opposizione.

Il trasferimento segue un percorso ben definito: dapprima a Bessastaðir, centro dell’amministrazione regia, e poi l’imbarco sulle navi dirette in Danimarca. Ögmundur viene rinchiuso in un monastero. È lì che si conclude la sua vicenda. Secondo gli annali, muore durante l’inverno, intorno alla Candelora. La sua morte avviene lontano dall’Islanda, lontano dalla diocesi che aveva governato e nel momento in cui il processo di trasformazione religiosa è ormai irreversibile.


Gli annali, nel raccontare questi eventi, non offrono una narrazione lineare o ideologicamente coerente nel senso moderno, ma restituiscono con grande efficacia la percezione di una transizione complessa, in cui elementi di continuità e rottura convivono. La figura di Ögmundur, nel suo declino e nella sua fine, diventa così il punto di snodo tra due mondi: quello della Chiesa cattolica islandese e quello, ormai imminente, della nuova organizzazione luterana sotto il controllo della corona danese.

In questo contesto, la figura di Ögmundur Pálsson appare meno eroica e mitizzata rispetto a quella di Jón Arason, ma proprio per questo molto rappresentativa della complessità del momento. Il suo episcopato si svolge in una fase di transizione, in cui le strutture tradizionali sono ancora operative ma già profondamente minate. La sua caduta non avviene sul campo di battaglia, ma attraverso un progressivo isolamento, culminato in una cattura senza resistenza e in un esilio silenzioso.

Gli annali, con il loro stile diretto e talvolta crudo, restituiscono una memoria ancora viva degli eventi, in cui la violenza non è attenuata né reinterpretata, ma presentata come parte integrante della realtà storica. È proprio questa immediatezza a renderli una fonte preziosa: non solo per ricostruire i fatti, ma per comprendere come essi furono percepiti e narrati da chi visse a distanza ravvicinata quelle trasformazioni.

La Riforma islandese, vista attraverso questa lente, non appare come un semplice passaggio da un sistema religioso a un altro, ma come un processo complesso e traumatico, in cui vecchi equilibri si dissolvono e nuovi assetti si affermano spesso attraverso il conflitto. In questo senso, la vicenda di Ögmundur Pálsson non è soltanto una storia individuale, ma il riflesso di una trasformazione più ampia che segna in profondità la storia dell’Islanda del XVI secolo.

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