La cultura manoscritta islandese

Sebbene la Scandinavia sia molto spesso associata alla scrittura con alfabeti runici, le rune sono un fenomeno prettamente svedese: l’epicentro della distribuzione dell’epigrafi runiche e appunto in Svezia, con 3.432 attestazioni, e i loro numeri calano spingendosi verso la Norvegia (1.552) e la Danimarca (844). Per quanto ne sappiamo, un numero consistente di coloni Islandese di prima generazione proveniva appunto della Norvegia.

In Islanda, nel periodo più antico non ci sono pietre runiche, ma brevissime incisioni su oggetti, solitamente nomi propri. Stranamente, le rune ricompaiono in pieno medioevo, forse per un gusto antiquario, e vengono usate al posto delle lettere latine sulle lapidi nei cimiteri cristiani. Seguono le convenzioni ortografiche latine, ad esempio l’uso delle consonanti doppie, e non hanno nulla a che vedere con le pietre runiche della Scandinavia, ma rappresentano uno sviluppo tardo Islandese largamente influenzato da quella che era diventata la cultura scritta locale, basata sull’alfabeto latino.

La cultura manoscritta islandese incomincia dopo la cristianizzazione, ufficializzata nel 999 con la delibera dell’assemblea generale che decretò l’adozione del culto cristiano nella confessione cattolica a religione nazionale. L’Islanda diventò allora parte di una sfera culturale al cui destino finì con il legarsi, fino ad oggi.

La Chiesa, come ultimo organo dell’impero romano rimasto in piedi in Occidente, era impostata con un sistema piramidale retto da un efficiente apparato burocratico che si appoggiava su una tecnologia che nel nord era molto poco praticata: la scrittura. L’alfabeto runico in Scandinavia era usato esclusivamente per incisioni epigrafiche (monumenti e tombe) e per brevissime incisioni su oggetti. L’uso massiccio della scrittura inizia solo con l’introduzione della cultura cristiana e della sua impostazione burocratica romana.

Inizialmente furono copiati manoscritti in latino, utili alla liturgia, ma anche documenti legali, nonché i celebri cartulari ovvero liste di proprietà ecclesiastiche. Il Cartulario di Reykholt (Reykjaholtsmáldagi) , oggi conservato all’archivio di Stato islandese, è uno dei più antichi documenti in Islandese conservati (la sua prima parte è della fine del 1100).

Cartulario di Reykholt.

I periodi della cultura manoscritta islandese possono essere riassunti come segue:

XII secolo: I manoscritti e i frammenti manoscritti più antichi sopravvissuti risalgono a questo periodo.

XIII secolo: La produzione aumenta; i manoscritti diventano più numerosi, più grandi e ci sono pervenuti meno incompleti rispetto al secolo precedente.

XIV secolo: Considerato l’“età dell’oro” della produzione manoscritta islandese. Tra i manoscritti più celebri di questo periodo troviamo codici celebri Flateyjarbók, monumentale raccolta di saghe, Skarðsbók Jónsbókar, codice di leggi, Skarðsbók postulasagna, raccolta di storie sugli apostoli, Möðruvallabók, una raccolta di saghe tra le più importanti, e Stjórn traduzione dell’antico testamento. In questo periodo si ha anche un fiorente commercio con la Norvegia, perché l’islandese e il norvegese sono ancora molto simili e intelligibili in questo secolo.

XV secolo: periodo di stagnazione o declino. Arriva la peste, il commercio con la Norvegia crolla anche perché il norvegese prende ad evolvere in una direzione diversa dall’islandese e le due lingue non sono più mutualmente comprensibili. I libri diventano più piccoli, più fittamente scritti e la qualità della pergamena diminuisce.

XVI secolo: La carta arriva in Islanda e la produzione di pergamene scompare gradualmente.

XVII-XVIII secolo: La carta diventa il materiale dominante per la produzione di manoscritti.

XI-XX secolo: la stampa acquisisce sempre maggiore spazio, ma sopravvive ancora l’uso di copiare a mano manoscritti o comporre nuovo materiale per uso personale o familiare.

Storia e vicissitudini dei manoscritti

La storia dei codici medievali è molto travagliata. Per citare un aneddoto, Hannes Þorleifsson, antiquario al servizio del re danese, naufragò nel 1682 con la sua nave Höfðaskip, al largo della penisola di Langanes, il carico comprendeva un numero imprecisato di manoscritti islandesi, pare proveniente dall’antico monastero di Þingeyrar. È in fase di sviluppo un progetto archeologico guidato da Steinunn Kristjánsdóttir per individuare con sonar il relitto e verificare se vi si trova ancora qualcosa, e ciò è da sperare: il monastero era una delle istituzioni più importanti dell’Islanda medievale, e la sua biblioteca doveva essere qualcosa di straordinario. Anche il grande incendio di Copenaghen all’inizio del 1700 distrusse un numero significativo di manoscritti. Tanti manoscritti sono stati riciclati e frammenti sparsi vengono costantemente rinvenuti, ad esempio nel corso degli restauri di libri antichi.

Un numero elevatissimo di frammenti di codici latini, spesso di finissima fattura, è andato distrutto per tagliarne delle parti da usare per imbottire le copertine di libri moderni. Oggi questi frammenti sono un campo di studio a sé e rivelano quanto la cultura latina in Scandinavia sia stata sottovalutata per via della nostra ignoranza sul numero incalcolabile di testi latini andati distrutti. È chiaro dunque quanto molto è andato perduto.

Nonostante questo, si possono fare delle stime. Della produzione totale, si suppone che sia sopravvissuto un quarto, o forse solo il 10%, ma è impossibile avere certezze. Secondo un conteggio effettuato dal professor Már Jónsson e presentato nell’articolo “Íslensk handrit frá miðöldum” (Manoscritti islandesi dal Medioevo) pubblicato sul quotidiano Morgunblaðið del 13/10/2002 (pag. 18–19), sopravvivono 979 manoscritti islandesi databili dal XII al XVI secolo. Dallo stesso periodo, nella più grande e ricca Norvegia, ne abbiamo 153. Aggiungendo quelli di Svezia e Danimarca si arriva a poco più della metà di quelli islandesi. Il conteggio, tutta via, è reso assai difficile dal fatto che spesso i manoscritti venivano smembrati, oppure libri diversi venivano rilegati insieme.

La collezione di Árni Magnússon (1663–1730), che fu antiquario del re danese e professore all’Università di Copenaghen, rappresenta di gran lunga il più vasto insieme unitario di manoscritti islandesi. Alla sua morte, Árni lasciò in eredità l’intera raccolta all’Università di Copenaghen, dove il suo catalogo conta circa 2.500 unità. Nel corso del tempo si è sviluppata una vera e propria “battaglia per la custodia”, che ha portato al rimpatrio in Islanda di una parte significativa della collezione tra il 1971 e il 1997, anche se i manoscritti rimangono formalmente proprietà della commissione dell’università della capitale danese che ne detiene la proprietà legale secondo il testamento di Árni Magnússon. Oggi, in Islanda, l’Istituto Árni Magnússon per gli studi islandesi (Stofnun Árna Magnússonar) conserva 1.666 unità, cioè poco più del 60% dell’intera raccolta, oltre a 141 manoscritti provenienti dalla Biblioteca Reale di Copenaghen. La restante parte si trova invece a Copenaghen, presso l’Istituto Arnamagnæano (Den arnamagnæanske institut). Nel 2009, l’intera collezione è stata iscritta nel registro “Memory of the World” dell’UNESCO, a riconoscimento del suo straordinario valore culturale.

Árni Magnússon

I manoscritti sono solitamente identificati tramite la loro segnatura, che comprende in genere un numero, un’indicazione del formato e, talvolta, anche un riferimento al supporto materiale. Queste sigle rimandano spesso alla collezione o all’istituzione che conserva il manoscritto. Ad esempio, AM indica la collezione di Árni Magnússon, mentre GKS e NKS si riferiscono rispettivamente all’Antica e alla Nuova Collezione Reale di Copenaghen. Altre sigle comuni sono Holm (Biblioteca Reale di Stoccolma), Upps (Biblioteca Universitaria di Uppsala), NRA (Archivio di Stato norvegese a Oslo) e Lbs, che designa la sezione manoscritti della Biblioteca Nazionale islandese.

Un elemento importante della segnatura è l’indicazione del formato, che in origine rifletteva il numero di piegature del foglio di pergamena ottenuto dalla schiena del vitello. Il termine folio (fol.) indica un foglio ottenuto dalla pelle intera della schiena di un vitello piegato una sola volta, che produce un bifoglio di due carte (grossomodo un nostro A3); quarto (4to) indica due piegature, tagliando a metà il foglio e piegandone a metà le due metà, per un totale di quattro pagine; octavo (8vo) indica quattro piegature, per un totale di otto fogli, e così via. Esempi tipici di segnature sono AM 577 4to (collezione di Arne Magnusen, numero di catalogo 577, formato quarto).

Nei manoscritti su pergamena si usa inoltre riferirsi ai fogli piuttosto che alle pagine. Ogni foglio ha un lato anteriore, detto recto (indicato con r), e uno posteriore, detto verso (indicato con v). Così, una notazione come 1r1 indica il foglio 1, lato recto, riga 1, mentre 1v1 indica lo stesso foglio sul lato posteriore, sempre alla riga 1.

Tipi di scrittura

Nel corso dei secoli, la scrittura dei manoscritti islandesi ha conosciuto un’evoluzione significativa, che riflette sia sviluppi interni sia influenze esterne. Le diverse tipologie di scrittura si susseguono in modo relativamente riconoscibile e costituiscono uno strumento fondamentale per la datazione e la localizzazione dei manoscritti.

Cartulario di Reykjaholt.

La più antica è la scrittura carolina (karlungaskrift), attestata nei testi più antichi in Islanda intorno alla fine del XII secolo, ad esempio nel Reykjaholtsmáldagi (ca. 1185). A questa segue una fase di transizione rappresentata dalla scrittura pregotica (frumgotnesk skrift), documentata intorno al 1200 (ad esempio nel manoscritto Holm perg 15 4to, il celebre Omiliario islandese), che mostra già alcune caratteristiche che diventeranno tipiche della gotica.

Holm perg 15 4to

Nel corso del XIII secolo si afferma la scrittura gotica, in particolare nella forma detta gotica textualis (gotnesk skrift / textaskrift), ben rappresentata da manoscritti come AM 133 fol. (ca. 1300). Questa scrittura, più angolosa e compatta, diventa dominante nella produzione libraria del periodo.

AM 133 fol., Kálfalækjarbók

A partire dal XIV secolo si sviluppano forme più corsive e fluide. La corsiva antica (árléttiskrift) è attestata dalla fine del 1300 fino a poco dopo il 1500 (GKS 1005 fol.), mentre nel corso del XV secolo emerge la corsiva recente (síðléttiskrift), documentata ad esempio in AM 622 4to (ca. 1549). Queste scritture riflettono esigenze pratiche di maggiore rapidità nella scrittura.

GKS 1005 fol., Flateyjarbók
AM 622 4to

Questa successione di tipologie scrittorie non solo testimonia l’evoluzione grafica della lingua islandese, ma costituisce anche uno strumento essenziale per lo studio filologico e paleografico dei manoscritti.

Codicologia e paleografia

Lo studio dei manoscritti è diviso in due grandi aree: la codicologia, detta anche archeologia del libro manoscritto, e la paleografia che è lo studio dell’evoluzione delle scritture nella storia. La codicologia si occupa di analizzare materiali e tecniche di produzione, mentre la paleografia analizza l’evoluzione delle convenzioni grafiche e lo sviluppo degli stili scrittori, il che aiuta nella datazione dei testi. Si tratta di discipline nate nella prima età moderna per ragioni molto pratiche: come si distingue un documento o un atto notarile antico autentico da un falso?

La datazione dei testi procede tramite un grande numero di metodi, ed è forse uno degli aspetti più interessanti di questi studi. Poter sapere quando è stato scritto un testo può rivelare tantissime informazioni potenziali sul contesto storico in cui è stato scritto, senza contare che è necessario sapere, di tutte le copie di un dato testo pervenuteci, quali sono le più antiche, così da poter studiare le modifiche e gli errori intervenuti nel corso del tempo.

Le informazioni esterne sono quelle più preziose: a volte i testi contengono dettagli espliciti, come delle date, utili alla loro datazione: “Il re X aveva regnato per X anni, quando questo libro è stato scritto”. Informazioni di questo tipo, però, sono rarissime. È possibile datare in modo approssimativo un manoscritto studiandone dettagli interni, ovvero paleografici (l’aspetto della scrittura) e ortografici (come vengono rappresentati certi suoni). Ormai abbiamo un’idea abbastanza buona dei periodi in cui certi mutamenti nella scrittura Islandese si sono diffusi, e individuarli in un testo permette di datarlo, solitamente in un lasso di tempo di una cinquantina d’anni (ad esempio 1425±25 significa che un testo è databile tra il 1400 e il 1450).

I manoscritti forniscono una finestra sulla lingua islandese del tempo, e sono fondamentali per lo studio di essa. Se alcuni manoscritti sono datati con criteri esterni (ovvero se da qualche parte è scritto quando sono stati scritti o commissionati, o se esistono documenti datati che nominano la nascita o la morte dei loro scrivani o committenti) possono fungere da punti fermi per studiare lo stato della lingua e della grafia al tempo della loro stesura, così da compararle con quelle di manoscritti non datati e usare il confronto per datare anche questi ultimi. Siccome la pronuncia cambia con il tempo, in situazioni dove non esiste una forte spinta standardizzatrice (come nel nostro sistema scolastico), chi scrive tende più facilmente a scrivere secondo la pronuncia, mentre chi si sforza di seguire la grafia dei modelli antichi da cui copia comunque si fa talvolta scappare qualche grafia che rispecchia più fedelmente la sua pronuncia reale.

Se si vuole affinare ulteriormente la datazione, però, bisogna ricorrere ad altri metodi. Utilissima e, ad esempio, l’identificazione del copista. Molto spesso, i copisti non si limitavano a copiare grandi codici, ma venivano assunti per stendere documenti legali, come atti notarili, contratti legali, certificati vari e molto altro. Questi documenti riportano solitamente in calce una data in cui sono stati “firmati” (nel Medioevo non si firmava come oggi, ma lo si faceva apponendo un sigillo personalizzato in ceralacca a una strisciolina di pergamena che veniva appesa in non foro praticato alla base del documento–vedi foto sotto). Se riconosciamo la calligrafia dell’autore di un codice come la stessa che ha vergato un documento datato (come quello nella foto: la parte evidenziata recita “anno domini millesimo ccc xl quarto”, ovvero 1344), possiamo iniziare a restringere il possibile periodo di stesura del codice.

AM Dipl. Isl. fasc. I, 10

Il contenuto

Nel periodo più antico si aveva soprattutto letteratura erudita (spesso tradotta dal latino), omelie, testi storici e giuridici e materiale per lo studio e per la pratica religiosa.

È dal XIII, ma soprattutto nel XIV secolo, che emergono e si affermano nuovi tipi di testi. Accanto a trattati scientifici di astrologia, matematica, etnologia e tanto altro, troviamo le celebri saghe. Le saghe medievali islandesi sono racconti in prosa, talvolta con inserti poetici, composti soprattutto tra XIII e XIV secolo, ma ambientati in un passato più antico, spesso risalente all’epoca della colonizzazione dell’Islanda. Il termine “saga” significa semplicemente “storia”, e indica un genere narrativo che costituisce il cuore della cultura letteraria islandese, con opere come la Njáls saga considerate veri capolavori della letteratura universale. Questi testi ci sono giunti attraverso manoscritti spesso frammentari o in più versioni, che i filologi confrontano per ricostruire forme quanto più vicine possibile agli originali perduti. 

Le saghe si distinguono in diversi generi a seconda dei contenuti: alcune raccontano le vicende degli islandesi e delle loro famiglie, altre le storie dei re norvegesi, dei santi o dei vescovi, mentre altre ancora sono adattamenti di opere latine o della letteratura cavalleresca europea. Nel loro insieme, rappresentano non solo un patrimonio letterario di straordinaria ricchezza, ma anche una fonte fondamentale per comprendere la società, la cultura e i valori dell’Islanda medievale, tra memoria storica, costruzione identitaria e rielaborazione narrativa del passato. Non è però possibile studiare questo materiale senza prima avere le competenze necessarie per poter leggere, da datare e confrontare tutte le copie e le versioni pervenuteci. Per questo così importante lo studio dei manoscritti.

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