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La donna in Scandinavia e il Cristianesimo

Una bugia, ma anche un innocente errore, se ripetuti abbastanza volte diventano parte dei fatti assodati che costituiscono la nostra interpretazione della realtà. In quanto tali, non hanno più bisogno di essere messi in discussione e possono essere citati come prove schiaccianti per qualsivoglia argomento. Uno di questi “fatti assodati”, spesso pescati in discussioni sui social media nelle quali mi è capitato di imbattermi, riguarda la condizione della donna prima e dopo l’avvento del cristianesimo.

Una fetta sostanziale della popolazione non esperta di storia (men che meno di storia del Cristianesimo) è assolutamente convinta che la religione cristiana abbia significato un peggioramento della condizione della donna, e che nelle società pagane la donna era rispettata e adorata. La rete pullula di post, articolacci e meme dove viene ripetuto come è fatto a sudato che le donne nelle società europee pre-cristiane erano tenute in ben più alta considerazione, che erano rispettate, e che il cristianesimo le ha sbattute senza pietà in casa a occuparsi di faccende domestiche.

Qualsiasi tentativo di spiegare l’assoluta ridicolaggine di questa costruzione viene tacciato di revisionismo storico. In questo articolo riassumerò le conclusioni di uno studio pubblicato più di vent’anni fa (ecco, non ieri) sul ruolo della donna nella conversione islandese. Premetto che alcuni aspetti di questo studio sono stati messi in discussione nel frattempo, ma si tratta di dettagli che non inficiano la ricostruzione generale. Numerosi lavori sono stati pubblicati nel frattempo, confermando l’assurdità della lettura per cui le donne medievali fossero totalmente assoggettate per colpa della religione cristiana, visto che in essa e nelle sue istituzioni esse dimostrarono un potere ed un’influenza che non ebbero in altri tempi e luoghi.

A questo punto vale la pena fare una considerazione: L’emancipazione femminile, per la Scandinavia, è un po’ come il cibo per l’Italia: un successo recente, che ha portato prestigio internazionale, ma che si è sentito in dovere di inventarsi una nobile genealogia. In Italia abbiamo riesumato gli antichi romani, Carlo Magno e improbabili antenati medievali per nobilitare piatti nati, nella forma attuale, negli anni Cinquanta. Allo stesso modo, il Nord Europa ha evocato donne guerriere — forse mai esistite se non nei poemi — e ha ricamato leggende, forzato fonti, omesso contesti. Tutto per far sembrare che il femminismo scandinavo sia figlio di una tradizione antica, quasi naturale. Come se il fatto che non lo sia ne diminuisse la legittimità.

Quando si parla di donne nella Scandinavia precristiana, vengono sempre ripetute le stesse cose, ad esempio che le donne potevano ereditare — ma solo in assenza di eredi maschi, come stabiliscono chiaramente le leggi che abbiamo. Potevano anche chiedere il divorzio — a patto che avessero parenti maschi disposti a combattere o a vendicare il loro onore. È libertà, questa? O è sopravvivenza negoziata? Si sottolinea tanto il fatto che le donne potessero divorziare, ma si sottaceto il fatto che potessero farlo anche gli uomini, e quando lo facevano le donne finivano in disgrazia. Il successo di un divorzio iniziato da una donna dipendeva esclusivamente dal supporto di parenti maschi. Allo stesso modo, allo status sociale di una donna era vincolato quello del marito. Se il marito era un sottomesso, era sottomessa pure la donna. Ugualmente, si sottolinea spesso il rispetto accordato a certe vedove, ma si sorvola sulla ben più ampia evidenza delle grosse difficoltà che le donne incontravano alla morte dei loro mariti. un altro tema che viene spesso citato, è quello delle fanciulle guerriere, ormai inestricabilmente legate all’immagine popolare del mondo nord antico, per via della serie televisiva Vikings. La maggioranza degli studiosi sono concordi nel considerare queste figure come un’invenzione letteraria tipica del genere delle saghe leggendarie. Questa è addirittura la visione sposata dall’autrice di un libro di storia delle donne di stampo decisamente femminista (esso riporta la dicitura “Smash the patriarchy” scritta in rune medievali sulla copertina!):

L’esaltazione della condizione femminile Scandinavia, solitamente parte da un assunto che chi si interessa il tema non si premura mai di verificare, ovvero che le donne dell’Europa cristiana medievale fossero messe molto male. È veramente triste che, a più di quarant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di Regine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, permangano comunque stereotipi senza alcun fondamento storico.

La Scandinavia pre-Cristiana era tanto patriarcale quanto altre società del tempo, e il resto dell’Europa non era l’inferno di persecuzione e oppressione femminile che qualcuno vorrebbe far credere. Le due realtà avevano più somiglianze che differenze, per cui le donne erano spesso confinate a certi ruoli, ma non sono mancate figure femminili che hanno acquisito grande potere e influenza sulla cultura europea tutta, Scandinavia come nel resto del continente.

Per approfondire questi aspetti invito a leggere il già citato volume Valkyrie, The women of the Viking World, di Jóhanna Katrín Friðriksdóttir (Bloomsbury 2020) e il più datato ma molto interessante Women in the Viking Age di Judith Jesch (Boydell 1991).

Al netto di tutte queste mitologie, che servono soltanto a conferire al femminismo scandinavo un’origine antica che, nella mente di qualcuno, avrebbe la funzione di renderlo più credibile e solido in quanto “antico” (come facciamo noi attribuendo un’origine antica a ricette che risalgono essenzialmente agli anni del boom economico), l’aspetto che più mi interessa esplorare, è quello del rapporto tra cristianesimo e condizione femminile, uno dei temi che vengono più spesso travisati nei discorsi pieni di faciloneria che circolano in rete.

Prima di entrare nella questione, però poniamoci una domanda: è possibile sostenere che una società che considerava la vita di una neonata femmina meno preziosa di quella di un figlio maschio, e che con tutta probabilità praticava l’infanticidio selettivo nei riguardi delle femmine, tenga in maggiore considerazione le donne rispetto a una che afferma l’uguaglianza di valore tra vite maschili e femminili? Teniamo a mente questo quesito.

L’articolo da cui deriva questa discussione, della archeologa Anne-Sofie Gräslund, si intitola “The Role of Scandinavian Women in Christianisation: The Neglected Evidence” ed è stato pubblicato in un grande volume sulla scristianizzazione del Nord: The Cross Goes North: Processes of Conversion in Northern Europe, AD 300–1300, Cambridge University Press, 2003, pp. 483–496)


Le donne scandinave e la cristianizzazione

In questo articolo, Anne-Sofie Gräslund, una delle principali studiose di archeologia medievale scandinava, affronta un aspetto a lungo trascurato dagli studi sulla cristianizzazione della Scandinavia: il ruolo delle donne. La narrazione tradizionale della conversione dei popoli scandinavi si è concentrata prevalentemente su figure maschili di spicco — re, guerrieri, missionari — trascurando l’importante influenza esercitata dalle donne sia a livello domestico sia sociale.Gräslund sostiene che l’archeologia, in particolare l’analisi delle pratiche funerarie, combinata con riflessioni sul ruolo sociale delle donne, offre elementi convincenti per riconoscere il loro contributo decisivo alla diffusione del Cristianesimo nel Nord Europa. La tesi di Gräslund è che le donne non furono semplici destinatarie passive della cristianizzazione, ma agenti attive, capaci di introdurre e consolidare pratiche cristiane nel tessuto quotidiano e familiare delle società scandinave.


1. Evidenze archeologiche: le sepolture femminili

Gräslund analizza le testimonianze archeologiche di sepolture in stile cristiano in Scandinavia, con particolare attenzione ai siti di Birka (Svezia) e ad altri contesti norvegesi e danesi.

2. Ruolo religioso domestico delle donne

Nel mondo pre-cristiano norreno, le donne erano le custodi dei culti domestici: gestivano i riti familiari, gli altari domestici e l’educazione spirituale dei figli.

3. Matrimoni misti come veicolo di cristianizzazione

Gräslund evidenzia come i matrimoni tra donne cristiane e uomini pagani furono strumenti fondamentali per la diffusione del Cristianesimo.

4. Influenza sull’educazione dei figli

Essendo le principali responsabili dell’educazione dei bambini, le donne avevano un’influenza determinante sulla formazione religiosa delle nuove generazioni.

5. Una cristianizzazione “dal basso”

Contrariamente alla visione tradizionale di una cristianizzazione imposta “dall’alto” da re e missionari, Gräslund propone che il cambiamento religioso si diffuse in modo capillare, attraverso la vita quotidiana e i rapporti familiari, grazie soprattutto all’iniziativa delle donne.


Critica alla storiografia tradizionale

Gräslund denuncia che la storiografia sulla cristianizzazione ha finora:

Secondo l’autrice, questa lacuna riflette pregiudizi storiografici moderni, piuttosto che una valutazione oggettiva delle dinamiche storiche reali.


Conclusione

Gräslund conclude che, sebbene le prove a favore del ruolo delle donne nella cristianizzazione siano indirette e distribuite in diverse fonti (archeologia, pratiche domestiche, matrimonio, educazione), il quadro che emerge è coerente e solido.

Le donne furono agenti fondamentali nel processo di cristianizzazione della Scandinavia, e il loro contributo merita un riconoscimento pieno nella storiografia contemporanea. Queste le concause che l’autrice identifica come retrostanti alla diffusione del Cristianesimo tra le donne in Scandinavia:

L’autrice auspica che future ricerche integrino sistematicamente il genere come categoria analitica nello studio della conversione religiosa.

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