Contro la dizione: un mito tutto italiano

In Italia, pronunciare correttamente significa spesso, in realtà, parlare “come si deve”. Ma chi decide che cosa significhi come si deve? Il concetto di dizione – quella pronuncia percepita come pulita, neutra, scevra da inflessioni regionali – viene ancora oggi proposto come un ideale da raggiungere, soprattutto nei contesti educativi, teatrali, giornalistici e mediatici. Ma si tratta davvero di un ideale neutro? O siamo di fronte a una costruzione culturale arbitraria, che tradisce un malcelato classismo linguistico?

La verità è che la dizione italiana, così come la intendiamo comunemente, è una convenzione. Non è né più corretta né più funzionale delle tante varietà locali della nostra lingua. È semmai il riflesso di una visione gerarchica e centralista della cultura e della società: una che considera le parlate regionali come deviazioni dal “giusto”, anziché come legittime espressioni di identità e storia.

Chi ha avuto l’occasione di studiare o vivere all’estero sa quanto questa ossessione per la dizione sia peculiare all’Italia. Prendiamo ad esempio la Norvegia. Un Paese che, pur con una popolazione di poco più di cinque milioni di abitanti, riconosce due standard linguistici scritti ufficiali (il Bokmål e il Nynorsk), entrambi pienamente legittimi e utilizzati in ambito scolastico, amministrativo e mediatico. A questi si aggiungono decine di dialetti locali, ampiamente utilizzati nella comunicazione quotidiana, nelle scuole e persino nei notiziari televisivi.

In Norvegia non esiste il concetto di dizione nel senso italiano. Non esiste un modello unico di pronuncia cui aspirare, né una forma parlata che implicitamente o esplicitamente delegittimi le altre. Parlare con inflessione trøndersk, osloita o nordnorsk non è segno di ignoranza, provincialismo o mancanza di educazione: è semplicemente parlare da dove si viene. Anzi, a volte dialetti oscuri di regioni isolate nel cuore dei fiordi, per quanto poco comprensibili, godono della stima di altri parlanti, per il fatto di essere per certi aspetti più vicini alla lingua antica, il norreno. In Italia, invece, lo stesso fenomeno è spesso stigmatizzato, come se l’identità locale fosse un ostacolo da superare per entrare nel mondo della cultura “alta”.

Il Regno Unito, patria del classismo, è molto più sensibile a tematiche di discriminazione basate sul censo. Formalmente, lo standard utilizzato per decenni in televisione, e considerato “corretto e appropriato”, era la cosiddetta Received pronunciation, parlata tipica delle classi medio-alte dell’Inghilterra meridionale. Proprio a causa della forte coscienza di classe degli inglesi, è stato molto più facile riconoscere il classicismo insito nell’elevazione di una certa pronuncia rispetto alle altre, e oggi lo strapotere della Received pronunciation risulta fortemente indebolito e ridimensionato nello spazio che occupa in televisione, dove trovano invece ampia rappresentazione le parlate regionali del regno intero.

La dizione, in Italia, non è tecnicamente una parlata tipica di una classe sociale intesa come censo, ma diventa una parlata tipica di un gruppo, o meglio una categoria (in particolare di chi lavora nel mondo della comunicazione), che ha poi tutto l’interesse a far passare l’idea che essa sia un segnale distintivo del fatto che chi la usa sia in qualche modo migliore di chi invece parla diversamente, almeno per quanto riguarda la lingua – e scusate se è poco! Pronunce diverse dell’italiano (mi raccomando: sto parlando di “pronunce dell’italiano“, non delle lingue regionali italiane come il napoletano o il lombardo, che non sono pronunce, ma vere e proprie lingue spesso non mutualmente intelligibili), vengono relegate ad una posizione di subalternità rispetto alla dizione, che diventa così una forma di disciplinamento e discriminazione sociale. Chi non la possiede rischia di essere giudicato meno competente, meno credibile, meno colto. Ma queste percezioni non hanno nulla a che fare con l’effettiva efficacia comunicativa o con la chiarezza del messaggio: sono pregiudizi che colpiscono le persone sulla base della loro provenienza geografica e della loro classe sociale.

È ora di mettere in discussione questo paradigma. Parlare bene non significa cancellare la propria voce, ma saperla usare. Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel parlare con accento napoletano, palermitano, triestino o veneto. Non sono inflessioni da correggere, ma patrimoni da valorizzare. E chi davvero crede nel valore della lingua italiana dovrebbe impegnarsi per una cultura linguistica più inclusiva, che riconosca la ricchezza e la dignità di tutte le sue varietà.

Non esiste una dizione neutra, ma solo una dizione che è stata eletta a norma da qualcuno. E spesso quel qualcuno aveva anche un’idea molto precisa di chi meritasse di essere ascoltato – e chi no. Forse è tempo di cambiare registro. E di riscoprire la pluralità come risorsa, non come deviazione.

L’ideologia della dizione, in Italia, nasce in un contesto storico ben preciso: quello della costruzione di una lingua nazionale unitaria. Nei primi decenni del Novecento, con l’avvento della radio prima e della televisione poi, si fa largo l’idea che l’italiano debba uniformarsi a un modello unico, comprensibile da tutti. È un progetto in parte comprensibile per un paese frammentato linguisticamente, ma che finisce per naturalizzare una forma di italiano che, in realtà, è frutto di precise scelte politiche e culturali: quella dei salotti colti, dell’italiano letterario ottocentesco, epurato da ogni segno di variazione sociale o geografica.

Da qui nasce la cosiddetta dizione “corretta”: una pronuncia che si pretende neutra ma che in realtà è regionale, poiché modellata su una varietà colta e toscana-centrosettentrionale, successivamente irrigidita da regole teatrali e da manuali per lo speakeraggio. Ma soprattutto, è una pronuncia de-situata: non dice da dove vieni, non dice chi sei, non dice a chi parli. È una lingua asettica, e in quanto tale presentata come superiore.

Ma la lingua non è mai neutra. E chi difende la dizione come presunto strumento di chiarezza, spesso non si rende conto di perpetuare una gerarchia linguistica, che ricalca gerarchie sociali, culturali ed economiche.

In ambito teatrale e cinematografico, ad esempio, si è a lungo pensato che la dizione fosse condizione necessaria per un attore serio. I grandi nomi del passato si sono spesso formati con corsi severi di eliminazione dell’accento. Ma oggi, fortunatamente, questa visione è in parte superata. Attori come Toni Servillo, Elio Germano, Paola Cortellesi o Teresa Saponangelo non solo non nascondono la propria inflessione, ma ne fanno un punto di forza, espressivo e identitario. Eppure, fuori dal mondo artistico, l’idea che per “parlare bene” si debba eliminare l’accento resiste con forza, soprattutto in ambito scolastico e aziendale.

Il punto è che parlare non è solo trasmettere informazioni: è anche costruire relazioni, evocare mondi, mostrare chi si è. La voce porta con sé non solo parole, ma storie, genealogie, affetti. Pretendere che tutti parlino allo stesso modo equivale a chiedere che tutti si raccontino nello stesso modo. È una forma di cancellazione simbolica che colpisce soprattutto chi proviene da contesti periferici o subalterni.

Ed è qui che l’esempio della Norvegia – ma potremmo citare anche la Svizzera, il Belgio, o certi paesi africani ufficialmente plurilingui – torna utile. In queste società, la varietà linguistica non è un problema da correggere, ma un fatto da gestire e valorizzare. Le inflessioni regionali non sono errori, ma risorse. Lo stesso Stato li riconosce, li tutela, li finanzia. La scuola non li stigmatizza, ma li studia e li insegna. La TV non li nasconde, ma li manda in onda.

Pensiamo all’assurdità del fatto che in Italia, per molti, parlare in dialetto – o anche solo con accento marcato – sia motivo di imbarazzo o autocensura. Ci si corregge, ci si scusa, si abbassa la voce. Questo non avviene in Norvegia, dove il diritto alla propria varietà è un diritto culturale riconosciuto. Ed è anche un segno di rispetto reciproco: io ti ascolto come sei, e tu non hai bisogno di modificarti per essere ascoltato.

E poi, diciamolo: da dove viene, esattamente, questa ossessione per la “e” chiusa e la “o” aperta? Chi l’ha deciso, e in base a quale autorità, che una vocale si debba pronunciare così e non cosà? Perché mai una persona dovrebbe sentirsi in dovere di correggere la propria parlata, magari in modo innaturale, solo per aderire a un canone fonetico che non ha alcun fondamento nella comprensibilità? La verità è che riusciamo a capirci benissimo anche se diciamo “péste” o “pèste”, “còrpo” o “córpo”. Lo facciamo tutti i giorni, da Nord a Sud, senza bisogno di corsi di dizione, fonemi codificati o sillabe calibrate al millimetro. Qualsiasi numero di coppie minime, ovvero di esempi in cui il significato teoricamente cambia a seconda dell’utilizzo di una vocale aperta o chiusa, si rivelano futili nel momento in cui gli italiani da nord a sud riescono a comunicare senza problemi pur non presentando necessariamente le stesse copie minime, oppure neutralizzando la differenza tra pésca e pèsca, oppure tra bótte e bòtte. Allora perché questa mania di controllo, questa voglia di disciplinare la pronuncia come se fosse un esame da superare? La risposta è semplice e amara: non si tratta di chiarezza, ma di status. Si tratta di dare segnali sociali, di marcare una distanza, di dire: io sono formato, tu no; io parlo come si deve, tu sei rimasto al tuo dialetto da bar. È una forma nemmeno troppo sottile di esclusione culturale – e non ha niente a che vedere con la lingua in quanto strumento di comunicazione.

Forse l’Italia, oggi, avrebbe bisogno proprio di questo: di riconoscere che la lingua italiana è già naturalmente plurale, e che ogni tentativo di ridurla a una forma unica tradisce la sua stessa vitalità. I dialetti, le inflessioni, le varianti non sono residui del passato, ma strumenti vivi di costruzione del presente. E chi crede davvero nella potenza della parola dovrebbe battersi non per una dizione pura, ma per una società in cui tutte le voci possano essere ascoltate nella loro diversità.

2 risposte a “Contro la dizione: un mito tutto italiano”

  1. Mi sono trovato a lasciare un commento sotto un video su instagram, in cui veniva analizzato il livello di inglese parlato da una celebrità italiana. L’esaminatore metteva l’accento (è il caso di dirlo) non solo sulla grammatica, ma anche sulla pronuncia; io ho espresso il mio parere sul fatto che preferisco una persona che parla una lingua straniera mantenendo l’accento del suo paese d’origine, senza la ricerca del suono perfetto, ribadendo che a parti invertite un anglofono che parla italiano mantenendo la propria inflessione non mi disturba, anzi, mi affascina ( vedi Mal o Dan Peterson), estendendo questo mio gusto anche a chi è di madrelingua spagnola. CNe è venuto fuori uno scambio di pareri, favorevoli e contrari ed è saltata fuori la dizione, citata dal titolare del profilo instagram in cui ha citato CNN, NBC. La mia tesi si è mamtenuta in linea con quanto è stato scritto in questo articolo, la pronuncia esatta è una convenzione: chi come e quando ha stabilito che quel modo dovesse essere l’unico corretto di pronunciare una parola? Considerando che si basa su un modo di parlare che non usa nessuno nella vita reale. Se la mia grammatica e corretta, le parole comprensibili, dove sarebbe l’errore di aprire o chiudere di più una vocale?

  2. I dialetti, così come le inflessioni regionali, che sono dirette estensioni di quelli, sono patrimoni e non vanno minimamente messi in discussione. Senza addentrarci troppo nel passato, per esempio in un periodo, quello dell’unità d’Italia, in cui innumerevoli varietà linguistiche si sono trovate ad essere parte di un unico paese, e senza nemmeno soffermarci ad argomentare in merito a dannose strategie di controllo e propaganda da parte dei potenti di turno, in tempi più recenti la difficoltà e il disagio subiti a causa dei differenti modi di esprimersi, li abbiamo vissuti soprattutto durante gli anni di immigrazione nel dopoguerra. In quei contesti chi aveva un accento più marcato, o era in grado di esprimersi solo nel proprio dialetto, subiva sicuramente forte discriminazione. Il bisogno di trovare un modo di comunicare più condivisibile era, di conseguenza, sentito. Ricordiamo anche che il numero di analfabeti era molto alto. Il mondo cambiava velocemente ed essere parte di quel cambiamento era necessario. Al giorno d’oggi la situazione non è più certo quella di allora, noi siamo i figli di quel cambiamento. Non si riscontra oggi, di fatto, nel quotidiano una forzatura nella comunicazione parlata, anzi. Gli accenti sono vari e tanti, sia italiani che stranieri; e anche in campo artistico, soprattutto in quello audiovisivo e nel cabaret, gli accenti e le cadenze regionali sono particolarmente utilizzati. Ma anche i giornalisti televisivi hanno inflessioni e accenti, salvo rarissimi casi. Così come in campo scolastico, è innegabile e da parecchio tempo, gli insegnanti non parlano di sicuro con accento neutro, tutt’altro! C’è da un po’ di tempo a questa parte una grande riscoperta e considerazione delle lingue originarie, di cui si riconosce il valore. Quindi direi che il problema, oggi, non si pone.
    Esiste però un aspetto dell’espressione parlata che richiede una pronuncia neutra. Si badi bene : non fredda, neutra. Non avere accenti marcati porta la comunicazione ad un livello differente. Non più alto, diverso. Un esempio : nella recitazione se un personaggio parla con un accento specifico, viene definito “carattere”. Quel modo di parlare, quell’accento, catalizza in modo particolare l’attenzione su di esso (così come il comportamento e la gestualità conseguenti del personaggio). La parlata neutra, dal canto suo, sposta l’attenzione dell’ascoltatore sul discorso, sul messaggio, sulla parola nuda e sul suo significato, che ne diventano protagonisti. È praticamente un’ assenza di filtro. Quindi non forza, non aggiunge, bensì toglie (al contrario di quello che si pensa) , consentendo un’espressività fluida e un conseguente livello di concentrazione maggiore in chi ascolta. Naturalmente, oltre alla pronuncia, è importante tenere in considerazione ritmo, colore, tono… esattamente come nella musica. Per fare tutto questo bene, per saperlo fare davvero, bisogna studiare, non avere pregiudizi, soprattutto di natura ideologica (all’idea di un italiano senza inflessioni subito viene alla mente il fascismo che non è certo stato il creatore della Dizione neutra italiana, anche se ha pensato bene di metterci le mani sopra) e avere grande umiltà. Perché la Parola (e qui uso volutamente la maiuscola) è un vero e proprio potere. Pronunciare in un modo piuttosto che in un altro fa la differenza, cambia la frequenza. Il discorso è ampio e profondo, qui posso solo accennare sperando di non tralasciare l’essenziale. Quindi il mio sincero invito è quello di non banalizzare e di non ridurre quella che viene definita Dizione esclusivamente a una mera convenzione, peggio ancora se imposta dai piani “alti” . Se usata con capacità e coscienza può fare grandi cose. È un valore aggiunto a quello che già ci appartiene dalla nascita. E perciò, è importante affermarlo una volta per tutte, non toglie nulla ai dialetti e alla nostra identità! Perché siamo noi a decidere come esprimerci secondo il nostro sentire e le nostre necessità. Ma come essere liberi di scegliere se per paura e preconcetto ci concediamo una sola possibilità?

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