In questo articolo voglio compiere un ulteriore piccolo passo nella direzione di una rappresentazione che renda giustizia alla ricchezza del mondo nordico medievale, e voglio farlo discutendo di una poesia lirica che costituisce uno dei massimi esempi di espressione letteraria non solo dalla Scandinavia, ma di tutta l’Europa medievale.
Tra le vette più alte della poesia scaldica, la forma altamente elaborata e formalmente complessa di poesia coltivata dagli scaldi (i poeti di corte delle società norrena e islandese tra il IX e il XIII secolo), caratterizzata da un uso ampio di strutture metriche rigide (come il dróttkvætt), da un lessico tecnico e poetico specifico (con heiti e kenningar), e da una forte allusività mitologica e culturale, spicca il componimento Sonatorrek (“La grave perdita dei figli”) spicca per potenza emotiva e raffinatezza formale. Esso è attribuito al protagonista della Egils saga Skallagrímssonar, Egill Skallagrímsson, vissuto nel X secolo. Si tratta di un lamento funebre per la morte del figlio Böðvar, e allo stesso tempo un’acuta meditazione sulla perdita, il destino e il senso della vita in un mondo governato da forze incontrollabili.
Il poema Sonatorrek e la saga in cui è tramandato, sono stati messi per iscritto probabilmente nel XIII secolo ma sono ambientati nel X. Se il poema sia effettivamente antico, o se si tratti di un’elaborazione artistica degli autori della saga, rimane oggetto di discussione e dibattito. La saga racconta la vita straordinaria di Egill Skallagrímsson, poeta e guerriero islandese dalla personalità complessa: uomo collerico e spesso violento, ma anche profondamente sensibile, dotato di un talento poetico eccezionale. Nato in una famiglia di coloni norvegesi stabilitisi in Islanda, Egill è protagonista di numerosi episodi epici, tra cui battaglie, faide e viaggi in Norvegia e Inghilterra. La saga lo ritrae però anche nel suo lato più intimo e vulnerabile, soprattutto nel momento della perdita dei figli. È in questo contesto che emerge il Sonatorrek, un poema inserita nel corpo narrativo della saga come testimonianza del dolore paterno e della forza salvifica della poesia. Pur essendo forse frutto della finzione letteraria medievale, il componimento riflette un’autenticità emotiva rara e rappresenta forse la più alta vetta della poesia scaldica per profondità psicologica e tensione spirituale.
Un contesto tragico
Come accennato, il Sonatorrek nacque da una tragedia personale: la morte per malattia del figlio Gunnar e per annegamento del figlio Böðvar, durante una tempesta. Il dolore si unisce alla consapevolezza dell’impotenza dell’uomo di fronte al destino, in un componimento che rompe con i toni eroici per svelare una vulnerabilità profondamente umana. Secondo la saga, dopo aver deposto Böðvar nel tumulo funerario di famiglia, Egill si ritirò nel proprio letto con l’intenzione di lasciarsi morire di fame. Fu la figlia, Þorgerðr, a distoglierlo da questo proposito: dopo averlo ingannato avendogli dato da bere del latte anziché acqua, allontanando il suo obiettivo di morire, lo convinse, almeno in parte, a tornare alla vita componendo un poema commemorativo in onore di Böðvar, destinato a essere inciso su un bastone runico.
La sfida alla forma e al fato
Il poema contiene un conflitto: questo torrek (“grave perdita”) implica uno sgarbo commesso dagli dèi, che si sono presi i figli, al quale segue un’impotenza che stride con l’etica della vendetta cara alla cultura precristiana del tempo. Il padre Egill, infatti, non può vendicare i figli morti per cause naturali, e il suo lamento diventa una battaglia contro sé stesso, contro gli dèi e contro il proprio codice d’onore. Eppure, anche se la vendetta è impossibile, resta la poesia: Egill sublima il proprio dolore in versi che si fanno essi stessi “compensazione”, atto creativo in risposta alla distruzione.
Tecnica scaldica e tensione emotiva
Dal punto di vista metrico, Sonatorrek è composto in kviðuháttr, una forma della metrica scaldica, con versi alternati di tre o quattro sillabe e allitterazioni tra un verso e il successivo. Come in tutta la poesia scaldica, anche in Sonatorrek l’uso delle kenningar è centrale. Queste metafore composte, spesso enigmatiche, condensano in immagini simboliche concetti astratti, nomi propri o azioni. Tuttavia, rispetto alla poesia encomiastica, dove le kenningar possono diventare virtuosismi oscuri, nel Sonatorrek esse assumono un tono più sobrio e personale. Il mare, per esempio, è definito “campo delle navi” (skipvangr), mentre la morte del figlio è attribuita a “colei che abita fra i rami della tempesta marina”, un’immagine poetica per la divinità che governa le acque — forse Rán. Odino è chiamato “donatore della poesia”, ma anche “colui che mi ha sottratto la gioia”, in un sovrapporsi di ruoli divini che riflette il conflitto interiore del poeta. Le kenningar non sono quindi ornamenti retorici, ma strumenti che danno voce al dolore attraverso il filtro della tradizione, mantenendo viva una lingua poetica che sa parlare con intensità anche della perdita più intima. Eccone alcuni esempi:
- Viðurs þýfi (strofa 1); Traduzione letterale: il bottino di Viðurr; Spiegazione: Odino (Viðurr) è detto aver rubato l’idromele poetico: la poesia è quindi “il suo bottino”. Egill dichiara che ora non riesce a trattare quel “bottino”, cioè a comporre versi — la poesia, dono degli dèi, gli è diventata inaccessibile a causa del dolore.
- Randviðr (strofa 11); Traduzione letterale: albero dello scudo; Spiegazione: È una kenning classica per “guerriero”. Il figlio di Egill, morto giovane, viene descritto come colui che avrebbe potuto crescere come un randviðr, un guerriero valoroso, se solo fosse sopravvissuto.
- Ægis man (strofa 8); Traduzione letterale: la moglie di Ægir; Spiegazione: Si tratta di Rán, la dea marina che afferra con la sua rete coloro che annegano. Egill la menziona come responsabile simbolica della morte del figlio nel mare. Il mare è dunque antropomorfizzato e reso attivamente ostile.
- Fens hrosta hǫfundr (strofa 19); Traduzione letterale: creatore della schiuma della palude; Spiegazione: Kenning per il mare, descritto come “fens hrosta” (la schiuma di una palude, o meglio di una distesa liquida). Egill lo raffigura come una forza crudele, responsabile delle sue perdite.
Queste kenningar illustrano bene la complessità del linguaggio scaldico: ogni immagine richiama un contesto culturale specifico e spesso stratificato, in cui mito, natura e destino si intrecciano. Nel Sonatorrek, la loro funzione è tanto estetica quanto psicologica: rendono il dolore dicibile attraverso il filtro della tradizione.

Il testo
Vediamo ora qualche strofa per comprendere meglio il carattere del poema. In neretto trovate i suoni che costituiscono le allitterazioni tra un verso e il successivo.
Strofa 1
Mjǫk erum tregt
tungu at hrœra
með loptvétt
ljóðpundara;
es-a nú vænligt
of Viðurs þýfi,
né hógdrœgt
ór hugar fylgsni.
Traduzione italiana:
Mi è assai difficile
muovere la lingua
davanti al signore dell’aria,
al misuratore dei versi;
non è ora facile
trattare il bottino di Viðurr,
né agevole
estrarlo dal nascondiglio della mente.
La poesia si apre con una dichiarazione programmatica e insieme confessione personale: “Mjǫk erum tregt / tungu at hrœra” — “mi è assai difficile muovere la lingua”. Già qui si sente il peso del lutto: la poesia, normalmente fluida e celebrata nella cultura scaldica, è ora bloccata dal dolore.
L’espressione “með loptvétt ljóðpundara” è una kenning complessa per Odino: loptvétt (“divinità dell’aria”) e ljóðpundari (“colui che pesa le poesie”) rimandano entrambe alla sua funzione di patrono della poesia e dell’ispirazione. Egill si trova quindi a dover invocare la forza poetica proprio da colui che gli ha arrecato dolore, come affermerà più esplicitamente nelle strofe successive.
Il secondo emistichio introduce l’immagine del “þýfi Viðurs”, cioè il “bottino di Viðurr” — ancora una kenning per la poesia, che Odino avrebbe conquistato attraverso l’inganno nel mito dell’idromele poetico. Ma questo bottino ora non è “vænligt” (accessibile) né “hógdrœgt” (facile da estrarre) dal “fylgsni” (nascondiglio) del cuore/mente. Il poeta sente che l’ispirazione poetica, dono divino, è diventata quasi inaccessibile nel momento del massimo bisogno.
Questa strofa mette in tensione due poteri: quello della parola poetica e quello del dolore. Egill, pur essendo tra i più grandi poeti del suo tempo, si ritrova improvvisamente muto davanti alla tragedia, e deve trovare nella poesia stessa una via per superare il silenzio interiore. È una dichiarazione di poetica tragica e profonda, che già da sola rivela la complessità psicologica del Sonatorrek.
Strofa 11
Veitk þat sjalfr,
í syni mínum
vasa ills þegns
efni vaxit,
ef randviðr
røskvask næði,
unz Hergauts
hendr of tœki.
Traduzione italiana:
So bene io stesso
che in mio figlio
non cresceva
materia da vile,
se l’albero dello scudo
avesse potuto
irrobustirsi
finché le mani del dio della guerra lo prendessero.
Questa strofa è tra le più toccanti per pathos paterno, ma anche tra le più allusive. Egill non si limita a piangere la morte del figlio: lo celebra, lo difende, ne afferma il valore non ancora compiuto, il potenziale sprecato, come se volesse riscattarlo poeticamente da un destino troncato.
Il verso iniziale, “Veitk þat sjalfr” — “so bene io stesso” — introduce una asserzione forte e personale, con valore di testimonianza: non si tratta di un’opinione, ma di una verità sentita con certezza. Il poeta afferma che “vasa ills þegns efni vaxit í syni mínum” — “in mio figlio non cresceva materia da uomo vile”. Efni (“materia”, “potenziale”) è un termine tecnico nella cultura norrena, spesso riferito alla stoffa morale e guerriera di una persona. Non si tratta solo di un elogio, ma di un riconoscimento del valore interiore non ancora espresso pienamente.
Seguono due delle immagini più dense della strofa: “ef randviðr røskvask næði”, ovvero “se l’albero dello scudo avesse potuto fortificarsi”. Randviðr è una kenning per “guerriero” (letteralmente: “albero dello scudo”), mentre røskvask (røskr = valoroso, audace) rinforza il significato: il figlio di Egill, se fosse cresciuto, sarebbe stato un valoroso guerriero.
La strofa si chiude con un’altra kenning: “unz Hergauts hendr of tœki” — “finché le mani del Dio della guerra lo avessero preso”. Hergautr è un epiclesi [appellativo di una divinità] di Odino (“il goto della guerra”) e le sue “mani” sono un modo poetico per dire: fino a quando fosse caduto in battaglia, consacrato al dio della guerra. Il figlio non è morto da eroe, ma avrebbe potuto esserlo: ed è questo che strazia il cuore del padre, poeta e uomo d’arme.
In questa strofa si fondono dolore, orgoglio, e un’idea profondamente norrena di destino: non solo morire, ma morire compiendo il proprio valore. La morte prematura priva Böðvar non della vita soltanto, ma della possibilità di essere ciò che era destinato a diventare. Vediamo ora la strofa finale:
Strofa 25
Nú erum torvelt.
Tveggja bága
njǫrva nipt
á nesi stendr;
skalk þó glaðr
góðum vilja
ok ó-hryggr
heljar bíða.
Traduzione italiana
Ora la mia condizione è difficile.
La sorella prossima del nemico di Tveggi (di Odino?)
sta sulla riva del promontorio.
Tuttavia, lieto,
con buona volontà,
e senza dolore,
attenderò Hel.
Questa strofa segna la chiusura del poema e il compimento dell’elaborazione del lutto da parte di Egill. Dopo aver attraversato tutte le fasi del dolore — dalla disperazione alla rabbia, dal senso di colpa alla ribellione contro gli dèi — il poeta giunge a un’accettazione serena e dignitosa della propria sorte.
“Nú erum torvelt”, ovvero, in modo un po’ convoluto in italiano: “A questo punto, la mia situazione è ardua” è un incipit asciutto, che riconosce la condizione esistenziale dell’anziano poeta. L’aggettivo torvelt implica difficoltà non solo fisica ma anche spirituale: la vita è diventata faticosa, pesante da sostenere.
In “Tveggja bága/ njǫrva nipt/ á nesi stendr” compare una kenning particolarmente densa: “di Tveggi del nemico la prossima sorella” (tveggja bága njǫrva nipt) si riferisce a Hel, dea della morte e sorella di Fenrir, il grande nemico di Odino nel mito norreno. Hel è raffigurata in posizione liminale — “á nesi stendr”, “sta sul promontorio” — immagine suggestiva che evoca una figura in attesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. È una morte personificata, ma non più ostile e odiata: è lì, presente, e accettata.
Con “Skalk þó glaðr/ góðum vilja/ ok ó-hryggr/ heljar bíða”, il poeta dichiara che aspetterà la morte lieto, con buona volontà, e senza tristezza (ó-hryggr). È una frase di straordinaria forza stoica: Egill, che ha maledetto gli dèi, ha perso i figli, ha desiderato la morte, ora afferma di accoglierla con serenità. La poesia lo ha ricondotto a uno stato di equilibrio interiore. Non c’è più ribellione, solo dignitosa accettazione.
Questa strofa conclusiva è uno dei momenti più alti della poesia norrena, paragonabile — per tono e profondità — alle grandi chiuse elegiache della letteratura classica. In poche righe, Egill compie un arco interiore: dalla frattura irrimediabile del dolore alla ricomposizione attraverso la parola poetica. Hel non è più una minaccia, ma una presenza inevitabile che si può affrontare con forza, con serenità. È, in fondo, un epitaffio anticipato, scritto da un uomo che, avendo detto tutto, può ora tacere.
Un testamento poetico
Sonatorrek non è solo un lamento, ma anche una riflessione esistenziale. Il poeta accetta il proprio destino, ma non si rassegna veramente al dolore: trova nella parola un’ultima forma di resistenza. E con questo gesto, apparentemente intimo e personale, Egill ci consegna una delle più straordinarie testimonianze della poesia norrena.
Oggi, più di mille anni dopo, la voce di Egill risuona ancora potente e tragica, testimoniando la forza della poesia nel dare forma al dolore e nel trasformare la perdita in memoria. La poesia scaldica, e in particolare un capolavoro come Sonatorrek, è una testimonianza straordinaria della ricchezza culturale della Scandinavia medievale, che spesso sottovalutata da una storiografia che tende a privilegiare gli aspetti guerrieri e folklorici del mondo nordico. Lavori come questo rivelano un sistema poetico di grande complessità intellettuale. Non si tratta di una poesia orale ingenua o improvvisata, ma di un’arte colta, esigente e raffinata, destinata a un pubblico che condivideva un patrimonio simbolico e mitologico comune. In Sonatorrek, la parola poetica si fa veicolo di memoria, dolore, filosofia del destino e persino contestazione teologica: è una prova inequivocabile che la cultura scandinava medievale, lungi dall’essere periferica o “barbarica”, fu capace di produrre espressioni artistiche di pari profondità rispetto a quelle del mondo europeo meridionale, e sarebbe ora di fare di ciò parte della nostra conoscenza collettiva sul vecchio continente, liberandoci degli stereotipi stantii di guerrieri impellicciati e razzie barbariche.


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