È veramente difficile sottostimare il peso dell’Islanda nella trasmissione della storia della cultura della Scandinavia tutta. Basti citare il fatto che, con l’esplosione del cosiddetto goticismo (movimento precursore del romanticismo, nei suoi toni, iniziato nel Seicento, con le monarchie scandinave alla disperata ricerca di monumenti culturali del passato che legittimassero la loro grandezza), la corsa ai testi antichi puntò in modo deciso all’Islanda.
Il più importante testo prodotto sulla storia norvegese più antica, e anch’esso prodotto di uno scrittore islandese, il celebre Snorri Sturluson, e si tratta della monumentale compilazione di saghe dei gran norvegesi conosciuta come Heimskringla (Circolo del Mondo), composta a inizio Duecento. La prima saga di questa compilazione è la celebre Ynglinga saga, dedicata alla stirpe degli Ynglingar, dinastia norvegese, le cui origini vengono fatte risalire agli dèi norreni. Snorri, però, non non inventa questa genealogia: la desume da un poema ben più antico, che ha anche la buona creanza di citare nella sua interezza, incorporandolo nella sua narrazione. Si tratta dell’Ynglingatal. Facciamo però un passo indietro.
Nel cuore della Norvegia del IX secolo, più di due secoli prima di Snorri, in una regione chiamata Hvinir (oggi Kvinesdal, nell’Agder meridionale), visse uno dei più antichi poeti scaldici di cui ci sia giunta notizia: Þjóðólfr ór Hvini (in italiano: Þjóðólfr da Hvinir). Il suo nome è legato a una delle più affascinanti testimonianze della poesia norrena arcaica, e la sua opera ci offre uno sguardo prezioso sul mondo mitico e storico dell’epoca vichinga.
Þjóðólfr fu uno scaldo di corte, probabilmente al servizio di re Haraldr Bellachioma (Haraldr hárfagri), il leggendario unificatore della Norvegia. Sebbene non ci resti una biografia dettagliata del poeta, è chiaro che godeva di grande prestigio e che la sua poesia circolava e veniva memorizzata anche nei secoli successivi. Fu un maestro del drápa, la forma poetica lunga, riccamente adornata da kenningar e strutture metriche complesse, usata per celebrare le gesta di re e antenati.
L’opera più celebre attribuita a Þjóðólfr, che vedremo meglio sotto, è lo Ynglingatal (Lista degli Ynglingar), un poema genealogico composto per il conte Ragnvaldr Heiðumhæri del Vestfold, un discendente della dinastia reale degli Ynglingar. Questo poema elenca una lunga serie di re leggendari, dalla divinità Freyr fino ai primi sovrani storici della Norvegia orientale, raccontando la morte di ciascuno di loro in stile lapidario e simbolico.
Lo Ynglingatal è strutturato come una sorta di catena: ogni strofa celebra un re, la modalità della sua morte (spesso bizzarra o violenta), e la sua sepoltura. Attraverso questa sequenza, Þjóðólfr crea una narrazione continua che unisce mito, leggenda e storia dinastica.
La funzione principale dello Ynglingatal non è solo letteraria: è un atto politico. Tracciando una genealogia regale che parte dagli dèi e culmina nei sovrani norvegesi, Þjóðólfr contribuisce a legittimare il potere dei suoi committenti, inserendoli in una narrazione sacra e nobilitante. Non si tratta, quindi, che di una costruzione intenzionale di un’identità dinastica e di un passato mitico condiviso. Ma è anche, a modo suo, una riflessione poetica sulla mortalità del potere: ogni re, per quanto nobile, finisce per cadere, e la poesia è ciò che rimane.
Þjóðólfr è una figura liminale: ponte tra mito e storia, tra oralità e scrittura, tra il paganesimo degli antenati e la Norvegia in via di cristianizzazione. Con i suoi versi ha fissato nella memoria collettiva un’intera visione del passato nordico, dove la poesia non è semplice ornamento, ma strumento di potere, memoria e identità.
Ynglingatal: la poesia che fonde mito, morte e regalità
Entrambe le principali dinastie dominanti della Norvegia — gli Ynglingar e gli jarl (conti) di Laðir — cercarono di legittimare il proprio potere attraverso miti di unione matrimoniale di origine mitologica. Così come gli Ynglingar trovarono una nuova legittimazione poetica nello Ynglingatal, anche la casata dei Laðajarlar ricevette il proprio equivalente nello Háleygjatal, un poema composto dal poeta norvegese Eyvindr skáldaspillir verso la fine del X secolo.
Osserviamo ora meglio l’Ynglingatal. Questo poema genealogico non è solo un catalogo di re: è una visione del mondo, della morte e del potere, in cui ogni verso vibra dell’eco di un passato sacro e tragico.
Come detto, lo Ynglingatal è un poema genealogico dedicato alla stirpe degli Ynglingar, i re mitici della Scandinavia, che secondo la tradizione discendevano direttamente dal dio Freyr. La dinastia è quella dei re svedesi, ma uno dei suoi discendenti, il mitico Óláfr trételgja (abbattialberi), principe svedese, viene presentato come antenato del ramo norvegese: suo figlio, Hálfdan hvítbein (gambabianca) sposerà la figlia del re della regione norvegese dell’Uppland e diventerà un re di un reame in Norvegia.
Il poema è composto da circa 27 strofe, ognuna dedicata alla morte di un sovrano. Ciò che rende lo Ynglingatal unico è che ogni re è ricordato solo per la sua morte: come accennato, non c’è spazio per imprese, conquiste, discorsi gloriosi—ma solo per la fine, talvolta grottesca, spesso misteriosa, di ogni membro della stirpe regale.
La datazione dello Ynglingatal è oggetto di ampio dibattito. Storici del XIX secolo lo attribuivano al IX secolo, ma nel XX secolo studiosi ne hanno ipotizzato una composizione nel XII secolo, sostenendo che si tratti di una costruzione letteraria. Tuttavia, questa ipotesi è stata criticata: alcuni studiosi sostengono un’origine antica, supportata da toponimi e motivi culturali pre-cristiani. È stato anche evidenziato che il poema non sembra affatto celebrativo, ma narrativo e ironico. Esiste anche una posizione intermedia per cui il poema nacque anticamente ma fu trasformato nei secoli attraverso la trasmissione orale.
Struttura e stile
Lo Ynglingatal è scritto in un metro tradizionale e relativamente semplice, con versi brevi che conferiscono un ritmo quasi funebre al testo. Questo schema rende la poesia memorizzabile e adatta alla recitazione orale, probabilmente durante cerimonie commemorative.
Come tutti gli scaldi, ovvero i poeti di corte nordici, Þjóðólfr fa uso di un linguaggio altamente codificato: le kenningar (perifrasi poetiche complesse e metafore mitologiche) abbondano nei suoi versi. Le sue strofe sono spesso oscure, ma rivelano una padronanza della forma metrica — in particolare del metro detto kviðuháttr, per cui i versi alternano tra tre e quattro sillabe: il primo verso ha tre sillabe, il successivo ne ha quattro, poi di nuovo tre, e così via.— il che testimonia una lunga tradizione orale e una tecnica poetica consolidata.
Quanto alle kenningar (queste perifrasi metaforiche che costituiscono uno degli scogli più complessi dell’interpretazione della poesia cortese nordica), ne riporto qualche esempio: invece di dire “generoso”, Þjóðólfr scrive “menglǫtuðr” (perdicollane), oppure “meinþjófr markar” (ladro-iattura della foresta) per “fuoco”, oppure “slǫnguþref Sleipnis verðar” (presa oscillante del pasto di Sleipnir [il cavallo di odino]), ovvero il forcone, qualcosa che afferra e viene fatta ondeggiare per gettare il fieno (il pasto del cavallo).
Tipologia delle morti
Uno degli aspetti più suggestivi dello Ynglingatal è l’inventario delle morti reali. Alcuni esempi:
- Fjǫlnir, il primo re mortale dopo Freyr, muore annegato in una vasca di idromele in cui cade dopo essere inciampato da ubriaco durante la notte, quando era uscito per andare a fare i suoi bisogni (che classe).
- Sveigðir scompare entrando (ovviamente ubriaco) in una pietra, attirato da un nano che lo invita nel mondo sotterraneo.
- Vanlandi viene ucciso da un incantesimo, evocato da una maga su ordine della moglie lappone. Sogna di essere calpestato da una giumenta e gli vengono le convulsioni. Cercando di tenergli la testa e gli si spezzano le gambe, allora provano a tenergli la testa e gli si spezza il collo.
- Dómaldi viene sacrificato dai suoi stessi uomini per porre fine a una carestia di cui è ritenuto responsabile.
- Aun o Áni il Vecchio muore di vecchiaia, dopo aver sacrificato nove dei suoi figli agli dèi per prolungare la propria vita. Per via della vecchiaia, tuttavia “doveva bere da un corno come un bambino”, precisa Snorri.
Queste morti non sono solo macabre o pittoresche: ogni fine è una metafora. Lo Ynglingatal, nel suo insieme, sembra suggerire che il potere regale sia fragile, esposto all’ira degli dèi, alla magia, al tradimento, e alla vanità umana.
Una tassonomia della regalità
Lo Ynglingatal non è chiaramente un’opera storica nel senso moderno: è una cosmologia della regalità. I re non sono semplici uomini: sono figure liminari, sospese tra il mondo umano e quello divino. La loro morte è spesso l’esito di uno squilibrio, di una colpa o di un eccesso.
In questo senso, il poema è profondamente paganeggiante: gli dèi sono presenti, ma non come figure di culto, bensì come forze immanenti, pericolose e inesorabili. Il potere umano, per quanto nobile, non può sfuggire alla logica del destino (örlög), né sottrarsi al ciclo della nascita, dell’ascesa e della caduta.
Non sappiamo con certezza quanto Snorri abbia alterato o adattato il testo originale, ma ciò che resta è sufficiente per apprezzarne la potenza evocativa e la coerenza simbolica.
Lo Ynglingatal è stato fonte d’ispirazione per studiosi, poeti e storici. La sua visione ciclica della regalità, la sua fusione di mito e storia, e la sua concentrazione sulla morte hanno affascinato lettori di tutte le epoche. È un’opera che sfida la razionalità storica, ma che riesce a comunicare, attraverso immagini potenti e archetipiche, una concezione arcaica e sacrale del potere.
Lo Ynglingatal non è dunque un semplice albero genealogico poetico. È una sorta di repertorio di destini. Un canto funebre collettivo che eleva la morte a momento rivelatore del carattere e del destino di ogni personaggio. In ogni strofa, Þjóðólfr non ci dice chi fossero questi re, ma come sono morti—e in questo modo, ci dice tutto ciò che importa sapere.


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