Perché l’islandese è cambiato così poco negli ultimi 1000 anni rispetto alle altre lingue germaniche?
Una delle cose che colpisce chi si avvicina allo studio dell’islandese è la sua apparente immutabilità. A chi proviene da una lingua neolatina, o anche dal tedesco o dall’inglese, l’idea che una lingua possa conservare per oltre mille anni il suo sistema di declinazioni, la sua struttura sintattica e persino una parte significativa del lessico fondamentale ha quasi dell’incredibile. Eppure è proprio quello che è successo con l’islandese.
Beninteso, i cambiamenti non sono mancati. Il suono delle parole si è modificato nel tempo, alcune forme sono cadute in disuso, ne sono comparse di nuove — si possono riempire dei libri, descrivendo i mutamenti intervenuti in questi secoli —, ma la grammatica di fondo è rimasta straordinariamente stabile. Non solo: mentre le altre lingue germaniche si sono frantumate in una miriade di dialetti, l’islandese ha conservato una sorprendente omogeneità su tutto il territorio nazionale. L’italiano, a ben vedere, è ancora più conservativo dell’Islandese, ma le ragioni di ciò sono molto più facili da identificare: l’italiano non è mai stato parlato come lingua viva trasmessa di generazione in generazione fino a meno di un secolo fa, e per secoli è stato una lingua letteraria con un modello ben preciso a cui chi la studiava sui libri doveva adeguarsi. Con queste premesse, non ci sono le condizioni per cui una lingua si evolva in modo naturale. Per farci un’idea di come sarebbe stato l’italiano se gli si fosse data la capacità di evolversi naturalmente come al francese o all’inglese, oggi parleremmo tutti come i fiorentini. Per esempio, diremmo “ la thu mamma”, “i chaphithani”, “cencio”, “cascio” (per “cacio”), etc.
Il fiorentino di oggi, come ben sappiamo, è distante dall’italiano standard tanto quanto l’italiano regionalizzato di qualsiasi altra regione, sia nella pronuncia, sia nella grammatica, sia nel vocabolario. L’italiano standard è partito da una base toscana medievale, ma ha preso una strada molto diversa da quella del fiorentino parlato che oggi vi si discosta molto visibilmente. L’islandese ha invece una storia profondamente diversa, essendo stato la lingua principale dell’Islanda per tutta la sua storia, eppure non ha subito cambiamenti altrettanto drastici di quelli visibili in inglese, francese, danese e altre lingue, nel corso dello scorso millennio.
Gli studiosi hanno discusso a lungo sulle cause di questa “fedeltà a se stessa” della lingua islandese. Alcune spiegazioni tornano spesso: l’isolamento geografico (meno ci si interfaccia con altre comunità di parlanti, meno la lingua subisce influenze), la continuità della tradizione scritta fin dal XII secolo, l’abitudine alla lettura e l’alfabetizzazione precoce, le severe regole metriche della poesia islandese, fondata su rime e allitterazioni. Ma c’è di più. Una nota ricerca di Helgi Guðmundsson (1977) ha provato a riunire in modo sistematico le ragioni di questa relativa staticità della lingua islandese. Le riassumo qui sotto, adattandole un po’ per chiarezza e leggibilità:
I primi coloni provenivano da regioni diverse della Scandinavia (soprattutto dalla Norvegia), con dialetti differenti, che si sono fusi rapidamente in un sistema più uniforme e stabile.
L’islandese è una lingua di emigrazione, e le lingue delle comunità di emigrati tendono a essere più conservative di quelle del paese d’origine.
La terra era disabitata: non esistevano lingue locali preesistenti con cui l’islandese avrebbe potuto entrare in contatto e modificarsi.
Il tempo di permanenza della lingua sul territorio è relativamente breve, se paragonato a quello di altre lingue germaniche.
Sin dal X secolo, la popolazione parlava praticamente tutta la stessa lingua (con l’eccezione forse di alcuni schiavi o lavoratori di origine gaelica nei primi anni).
La distanza dalle altre aree linguistiche ha limitato gli influssi esterni.
Nonostante la presenza di fiumi, fiordi e montagne, il territorio islandese non ha mai rappresentato una grande barriera per i contatti umani, al contrario delle vaste foreste continentali. Il fatto che l’Islanda abbia una forma geografica pressoché circolare e che i contatti tra le regioni avvenissero lungo la costa ha impedito la formazione di zone periferiche linguisticamente isolate.
La maggior parte degli islandesi viveva in fattorie, spesso con tre generazioni sotto lo stesso tetto, dove il contatto tra adulti e bambini era costante. Questo ha impedito che si creassero gruppi linguistici separati all’interno della stessa comunità, e i giovani parlavano più similmente ai loro nonni, di quanto non succeda in realtà dove i giovani vedono i nonni occasionalmente e interagiscono soprattutto con i loro coetanei, sviluppando magari degli slang.
Non esistevano grandi centri urbani dove avrebbero potuto svilupparsi innovazioni linguistiche indipendenti. Le attività economiche erano omogenee e seguivano schemi relativamente fissi, il che contribuiva alla stabilità dell’intero tessuto sociale (e linguistico).
I frequenti spostamenti per lavoro o matrimonio ostacolavano l’isolamento linguistico dei gruppi. Le persone si muovevano tra le regioni, e questo impediva la nascita di varianti locali. I viaggi stagionali – per esempio verso le stazioni di pesca – e le attività comunitarie come le réttir (le grandi radunate autunnali per riportare a valle le pecore) favorivano i contatti tra le persone di zone diverse.
Le carestie e le epidemie che colpirono periodicamente il paese portavano a spostamenti forzati e nuovi equilibri demografici.
L’Islanda costituiva una sola unità politica. L’Alþingi, l’assemblea generale, riuniva ogni estate moltissime persone da tutto il paese: un’occasione di incontro e scambio linguistico a livello nazionale.
Il clero riceveva la propria formazione in pochissimi centri: sostanzialmente le due cattedrali di Skálholt, Hólar e alcuni monasteri. I sacerdoti, provenienti da ogni angolo dell’isola, si sparpagliavano poi nuovamente sul territorio, e venivano trasferiti regolarmente.
Non esisteva un sistema feudale con poteri locali fortemente radicati, come avveniva in gran parte dell’Europa. Ciò ha impedito la formazione di “microregioni linguistiche”. La struttura sociale era meno rigidamente stratificata che altrove.
Le influenze straniere sono sempre state contenute. I funzionari e i mercanti stranieri erano pochi, e raramente si fermavano sull’isola per l’inverno. Dai resoconti settecenteschi, penso a Eggert Ólafsson, viene detto chiaramente che le parlate più influenzate da prestiti stranieri, danesi e latini, era quella degli abitanti dei porti commerciali. Si trattava in ogni caso di poche decine di abitanti. Un porto commerciali Islandese non era certo una grande città di mare, quanto un porticciolo con qualche casupola annessa e delle fattorie a qualche distanza. Non si trattava dunque di centri di potere economico o politico da cui potessero irraggiasi mode o abitudini linguistiche, come nelle grandi capitali europee.
La trasmissione orale di poesie e racconti popolari ha giocato un ruolo importante nel conservare forme e strutture linguistiche, in particolare quelle legate alla metrica e alla formulazione tradizionale. L’Islanda è una nazione letteraria: la lingua scritta è presente dal XII secolo e ha avuto ampia diffusione sia in manoscritti che in libri a stampa. La lettura ad alta voce era pratica quotidiana nelle case, e persino i bambini imparavano a memoria testi antichi.
I testi religiosi erano tradotti in islandese, letti nelle chiese e nelle case. Tutto ciò ha aiutato a mantenere la struttura della lingua. La Danimarca, pur essendo la potenza dominante, non ha mai imposto l’uso del danese nella vita religiosa o letteraria islandese dopo la Riforma. L’islandese godeva di uno status forte: era non solo la lingua parlata, ma anche quella delle leggi, della Chiesa e della letteratura. Gli islandesi non hanno mai sentito il bisogno di abbandonarla per “qualcosa di più moderno”. Inoltre, dal XVIII secolo si è affermata una vera e propria politica di “purismo linguistico”, con l’antico islandese come modello da imitare.
Insomma, le ragioni per cui l’islandese è cambiato poco non sono né magiche né casuali: sono storiche, sociali e culturali. È un caso unico in Europa e, per chi ama la lingua, una fortuna rara. Parlare islandese oggi significa avere accesso diretto a testi scritti mille anni fa – e capirli, spesso, senza bisogno di traduzioni. Non è poco!
Non dobbiamo però lasciarci ingannare da ciò: si legge spessissimo in giro che l’islandese sarebbe la stessa identica lingua parlata dai pirati norreni (solitamente detti “vichinghi”), e la nozione viene spesso ripetuta da gente che non ha la minima conoscenza della storia di questa lingua. La verità è che un islandese del 1200 avrebbe grossissime difficoltà a capire il parlato di un islandese di oggi, e viceversa. Sarebbe molto più facile per noi capire l’italiano di un fiorentino dello stesso periodo, proprio perché la nostra lingua è rimasta soltanto scritta e cristallizzata per secoli. in realtà sono avvenuti i radicali cambiamenti nella pronuncia, come il grande slittamento quantitativo: il sistema antico Islandese prevedeva la possibilità di avere vocali lunghe o brevi nelle radici, con la lunghezza che decretava un cambiamento di significato. A partire dal 1500, si è persa la distinzione di lunghezza etimologica, ed essa è dettata esclusivamente dalla struttura della sillaba, con regole molto simili a quelle italiane (ad esempio fato con a lunga perché seguito da consonante breve e fatto con a breve/singola perché seguito da consonante lunga/doppia).
Dal punto di vista morfologico, moltissime parole islandesi hanno mutato i loro sistema di declinazione. Tanti verbi non si coniugano più allo stesso modo che nella fase antica. Nel sistema dei pronomi, si è perso la distinzione tra Dale e plurale nella prima nella seconda persona, con il duali che è diventato il moderno plurale, e il vecchio plurale che è diventato il voi di cortesia, che per oggi non è più usato. Si sono aggiunte anche nuove forme dei pronomi interrogativi, come hvaða, il vecchio avverbio di negazione eigi è stato sostituito dal pronome neutro indefinito ekki, il cui posto è stato preso da ekkert
Anche il vocabolario è mutato parecchio, anche se non tanto come in altre lingue: nuovi vocaboli si sono aggiunti, vecchi vocaboli hanno mutato il loro significato oppure sono spariti del tutto.
Insomma, non bisogna esagerare con il sottolineare la somiglianza tra l’islandese antico e quello moderno. Ovvero è che, se si guarda un’edizione a stampa attuale in Islandese moderno o in Islandese antico di un testo medievale, le due appaiono quasi identiche, fatto salvo per il fatto che, nella versione antica, si vedono alcuni simboli non più in uso in Islandese moderno, come ø, œ oppure ǫ. Questo però è esclusivamente il risultato di riforme ortografiche portate avanti nel corso dell’ottocento, proprio con l’obiettivo manifesto di far il più possibile assomigliare l’islandese scritto moderno a quello del 1200. Si tratta dunque di una somiglianza puramente grafica.

