Essendomi trasferito ormai da dieci in un Paese a tradizione Luterana (dove esiste ancora una Chiesa di Stato), ed essendo giunto qui a ridosso dei cinquecento anni dall’inizio delle Riforme protestanti (ricorso nel 2017), mi sono trovato giocoforza a fare delle riflessioni di natura storica e sociale analizzando la nuova realtà di fronte a me.
Gli islandesi sono per lo più atei, anche se oggi la crisi dei riferimenti e l’inadeguatezza del modello che ha spinto al massimo l’autodeterminazione, accompagnandola a una demonizzazione di tanti elementi della tradizione, sta portando diversi giovani alla religione. Ho letto di recente un libro, invero estremamente complesso e non alla portata di tutti: The Unintended Reformation. How a religious revolution secularised society (Harvard, 2015), dello storico Brad Gregory, esperto della storia europea delle Riforme religiose, e mi ha lasciato davvero costernato per la maestria con cui illustra un’evoluzione storica che non avevo mai notato prima.

Si tratta di un libro davvero complesso, anche per chi ha una totale padronanza della lingua inglese. È un testo accademico specialistico di cui non basta capire la lingua per comprenderlo. Per fortuna ne esiste una versione divulgativa molto più accessibile, anche se estremamente ridotta: A Rebel in the Ranks: Martin Luther, the Reformation, and the Conflicts That Continue to Shape Our World (Harper Collins, 2017). Quest’ultimo dedica molto più spazio al contesto storico della riforma di Lutero, rispetto allo studio delle implicazioni sociologiche filosofiche moderne, ma è comunque un’introduzione interessantissima e accessibile.
[In questo articolo attingerò abbondantemente da questi studi, offrendo anche alcune considerazioni personali.]
La crisi contemporanea dell’identità dei paesi occidentali, caratterizzata dalla dalla negazione della realtà oggettiva in favore del soggettivismo più estremo, nonché le difficoltà nel gestire in modo unitario situazioni di multiculturalismo, è spesso considerata un fenomeno recente, attribuito alla filosofia postmoderna, all’individualismo radicale e al marxismo culturale. Tuttavia, per comprendere veramente le radici di questa crisi, dobbiamo tornare alle Riforme Protestanti del XVI secolo. Fu questa rivoluzione teologica, con il suo rifiuto dell’autorità esterna, della verità oggettiva e dell’unità della cristianità, a tracciare il percorso storico che ha portato al soggettivismo radicale dei nostri giorni.
Le Riforme: la nascita delle verità soggettive
Prima delle Riforme, la società europea era unita sotto un’unica autorità ecclesiastica e dottrinale: la Chiesa Romana. Questa unità forniva un quadro coerente e stabile di significato, moralità e realtà, basato sulla tradizione sacra e su un ordine metafisico oggettivo. Tuttavia, la dottrina luterana della sola scriptura (solo la Scrittura) di Martin Lutero ruppe questa unità. Rifiutando l’autorità della tradizione interpretativa della Chiesa e elevando l’interpretazione individuale della Bibbia, Lutero innescò involontariamente un processo di soggettivismo radicale.
In realtà Lutero non sosteneva che chiunque potesse leggere le scritture e farne quello che voleva. Semplicemente credeva che le scritture parlassero da sole e che bastasse leggerle per capirle, ma si è accorto troppo tardi che una volta lette, ognuno le capiva a modo suo e non certo come avrebbe voluto lui. Se ogni individuo aveva il diritto di interpretare la rivelazione divina senza la mediazione della Chiesa, allora la verità stessa diventava frammentata. La conseguenza fu immediata: il Protestantesimo non rimase un movimento unico, ma si frammentò a sua volta in innumerevoli sette, ognuna delle quali rivendicava la corretta interpretazione delle Scritture. Calvinisti, anabattisti, anglicani, puritani e una moltitudine di altri gruppi emersero, ciascuno sostenendo la propria versione del Cristianesimo. Questa frammentazione non fu un evento isolato, ma un processo continuo; oggi il Protestantesimo conta oltre 45.000 denominazioni in tutto il mondo.
Per secoli, i Paesi luterani contrastarono questa tendenza con misure estremamente più repressive di quelle che erano presenti nei Paesi cattolici: l’ortodossia Luterana in Islanda fu estremamente più rigida di quanto non lo fosse stata quella cattolica, da un lato perché la Chiesa era diventata organo dello Stato e poteva avvalersi della giustizia in modo più diretto, dall’altro perché si era data la zappa sui piedi sdoganando un’idea che ne minava l’esistenza stessa, il rifiuto dell’autorità nel l’interpretazione delle Scritture. Questa idea richiedeva di essere controllata severamente per garantire la coesione sociale. Lutero stesso inorridì quando si rese conto che le sue idee erano state l’ispirazione dei contadini tedeschi per rivoltarsi contro i loro padroni, rifiutare la loro autorità e pretendere l’abolizione della servitù, al punto che scrisse parole di fuoco, invitando i principi protestanti, suoi protettori, a sterminare senza pietà i contadini rivoltosi, che definì con le parole più turpi che si potessero immaginare. I principi non se lo fecero ripetere due volte, e la repressione della ribellione dei contadini in Germania è stato uno degli episodi più sanguinosi della storia europea, anche se l’insegnamento scolastico della storia non insiste mai su questo punto.
Per tornare all’argomento della discussione, il rifiuto di una verità unificata e oggettiva nella religione fu il primo passo verso il relativismo culturale che oggi domina la società. Una volta che il giudizio privato dell’individuo fu posto al di sopra dell’autorità istituzionale, divenne inevitabile che un simile approccio si estendesse oltre la religione, influenzando la morale, la politica e persino la biologia.
Nel corso dell’Ottocento, quando gli Stati europei avevano ormai acquisito una struttura salda e non avevano più bisogno della religione come strumento per mantenere l’ordine sociale, la religione è stata largamente liberalizzata, dando libero sfogo alle vere conseguenze naturali delle Riforme. Non è un caso se furono gli Stati nord Europei a trainare l’Europa verso l’ateismo. Noi oggi vediamo l’ascesa dell’ateismo come una naturale conseguenza dell’espandersi della scienza, ma il persistere di figure scientifiche di spicco che però sono anche credenti indebolisce questa ipotesi. Sono diminuite le persone che credono in un Dio personale della tradizione abramitica, ma proliferano culti neopagani, e anche chi non crede a divinità spesso sostiene di essere teista (credendo a qualche forza), o di avere qualche fede tutta sua, ovvero una religione individuale sui generis.
L’ascesa dell’individualismo e la distruzione dell’identità comunitaria
Abbiamo assistito negli ultimi decenni all’indebolimento e alla crisi delle identità dei Paesi occidentali. Certa retorica xenofoba ha voluto attribuire ciò ai nefasti effetti dell’immigrazione, ma tale crisi non sarebbe mai avvenuta se non fosse stato per il retroterra culturale dei Paesi occidentali, che li ha posti in una condizione di fragilità identitaria. Il numero massiccio di stranieri non può da solo mettere in crisi la coscienza identitaria di un popolo: se ciò avviene vuol dire che esiste già un fondamento di crisi. La presenza di persone con valori radicalmente diversi dai nostri, diventa problematica soltanto nel momento in cui non abbiamo più la convinzione nell’importanza di tali valori.ormai l’Occidente non ha più una bussola valoriale, se non quella che ognuno deve poter fare come meglio crede. Gran parte del resto del mondo non la pensa così: altre culture hanno un’idea molto chiara di cosa è bene e cosa è male, di come deve funzionare una società, e di quali devono essere i valori.
Le Riforme giocarono un ruolo cruciale anche nell’emergere dell’individualismo radicale. Sfidando l’autorità comunitaria della Chiesa e collocando l’esperienza religiosa all’interno della coscienza individuale, il Protestantesimo incoraggiò una concezione del sé come entità autonoma, separata dalle strutture tradizionali. Questo cambiamento portò direttamente alla moderna idea di identità come un qualcosa che si sceglie o si costruisce, piuttosto che qualcosa di ereditato o assegnato da un ordine superiore.
Questo individualismo, a sua volta, erose il concetto di strutture morali e sociali oggettive. Se la verità religiosa poteva essere determinata dalla convinzione personale anziché dall’autorità esterna, perché la moralità, i ruoli sociali o persino il sesso biologico avrebbero dovuto essere diversi? Nel tempo, l’enfasi protestante sulla fede personale e sulla coscienza si trasformò in un più ampio rifiuto culturale di ogni identità prestabilita, ponendo le basi per la politica identitaria odierna, in cui l’identità non è qualcosa di innato, ma un’opzione tra infinite possibilità.
Questo ha implicazioni nelle arti, nell’architettura: l’espressione individuale dell’artista dell’architetto non è più soggetta a dei canoni tradizionali condivisi, ma va giudicata all’interno di se stessa. L’artista è l’architetto non sono più responsabili della produzione di opere considerabili belli significative dalla collettività, perché la collettività non esiste più: esiste l’io dell’artista, che non deve rendere conto a nessuno perché si muove all’interno di canoni e regole autoreferenziali senza dover rendere conto a niente e a nessuno.

Dal relativismo protestante al soggettivismo postmoderno
I semi piantati dal Protestantesimo impiegarono secoli per dare pienamente frutto, ma furono coltivati dai successivi movimenti intellettuali. L’Illuminismo, influenzato dal razionalismo protestante, elevò ulteriormente la ragione individuale al di sopra della tradizione, culminando nel rifiuto totale delle verità divine e metafisiche. Questo sembrerà positivo a tutti (del resto siamo tutti cresciuti in una cultura figlia di questa concezione!), successivamente, però, i filosofi idealisti tedeschi—molti dei quali provenienti da ambienti protestanti—svilupparono teorie della realtà che enfatizzavano la percezione soggettiva rispetto alla realtà oggettiva.
Quando filosofi postmoderni come Michel Foucault e Judith Butler entrarono in scena, il terreno era già pronto per un rifiuto completo delle categorie oggettive, incluso il sesso biologico. Gender Trouble (1990) di Butler, che sostiene che il genere sia una costruzione sociale senza legame intrinseco con la biologia, è semplicemente la conclusione estrema dell’idea protestante che la verità sia soggettiva e interpretabile. Se la verità religiosa è determinata dalla credenza personale, perché l’identità di genere dovrebbe essere diversa? Anche se non ce ne rendiamo conto, anche se ci consideriamo atei, cattolici o altro, siamo stati profondamente “protestantizzati” dalla storia.
Il rifiuto dell’appartenenza alla Chiesa nel Cinquecento, oggi ha prodotto il rifiuto dell’appartenenza alla comunità culturale. A partire dagli anni ‘10, giovani hanno preso a ripudiare la loro identità storica, sostenendo che essa fosse un retaggio repressivo, puntando il dito contro la storia di schiavitù e colonialismo (non a caso, questo fenomeno è partito negli Stati Uniti, dove la cultura Protestante è molto radicata e, per ragioni storiche, la frammentazione in chiese e confessioni protestanti è molto favorita dal contesto sociale). Non è nemmeno un caso se molti hanno l’impressione che individui che promuovono la decostruzione delle identità tradizionali e l’affermazione di alternative soggettive appaiano talvolta come zeloti e usino un linguaggio che a molti ricorda quello dei fanatismi religiosi: l’atteggiamento che anima dei due cose è essenzialmente lo stesso.
Le verità infinite
Il fenomeno contemporaneo degli “infiniti generi”, ad esempio, non è altro che l’ultima manifestazione della frammentazione protestante della verità. Se la verità non è qualcosa di dato, ma qualcosa che si interpreta o si costruisce individualmente, allora non c’è limite a quanto lontano possa spingersi questo processo. Lo stesso impulso che portò Lutero a rifiutare l’autorità di Roma e a creare un nuovo Cristianesimo porta oggi gli individui a rifiutare l’autorità della biologia (o anche della matematica: provate a cercare “Math is oppressive” su Google; c’è gente che sostiene con assoluta convinzione che la matematica sia oppressiva, e non sia altro che un costrutto culturale usato dall’uomo bianco per dominare il mondo, ma che non abbia nessun fondamento oggettivo).
Proprio come il Protestantesimo ha dato origine a una moltitudine di sette, il soggettivismo attuale ha generato una lista sempre crescente di identità: non-binario, gender-fluid, demi-boy, e molte altre. Ognuno di questi “generi” è il prodotto della stessa logica soggettivista introdotta dal Protestantesimo: l’idea che l’identità sia autodeterminata piuttosto che radicata in una realtà oggettiva.
Il rifiuto della scienza
Siccome la storia c’è sempre stata raccontata in modo un po’ fazioso, abbiamo l’idea che lo sfaldamento dell’autorità religiosa abbia prodotto una supposta “rivoluzione scientifica”. Gli storici di oggi non concordano più sull’esistenza di questo fenomeno, e anzi mettono in luce la continuità con gli sviluppi scientifici tra il periodo classico, il medioevo e l’età moderna. Nonostante la propaganda illuminista, il medioevo non fu un periodo di arresto del progresso, e astronomia, matematica, medicina e chimica progredirono notevolmente portando non solo importanti scoperte, ma a rivoluzionarie invenzioni come l’orologio meccanico e gli occhiali, che sono invenzioni medievali. Il retroterra religioso dell’Europa medievale fu proprio ciò che favorì il progresso scientifico: del resto, almeno nel credo cattolico, l’idea è quella che Dio è un essere razionale, così come razionale è il mondo, uomo incluso. Dio ha donato all’uomo la ragione perché con essa capisca meglio il suo disegno, ed è compito dell’uomo usare il cervello per interpretare la realtà. Questa è la base della scienza moderna, e non certo l’annientamento dell’idea di Dio.
Allo stesso modo in cui i riformatori del XVI secolo dipingevano la Chiesa come un’istituzione oscura e oppressiva, oggi molti vedono la scienza come una casta di tecnocrati che trama per controllare le nostre vite. Il negazionismo climatico, l’antivaccinismo, il rifiuto delle scoperte sulla genetica o sulla biologia sessuale: tutto deriva dalla stessa mentalità. L’idea che esista una verità oggettiva diventa insopportabile per chi è stato educato a credere che tutto sia una questione di interpretazione e di scelte personali. Questo atteggiamento, apparentemente moderno, è in realtà la naturale evoluzione di una rivoluzione iniziata secoli fa: il rifiuto dell’autorità della Chiesa si è trasformato nel rifiuto di qualsiasi autorità, inclusa quella della scienza stessa.
Tuttavia, la stessa mentalità che ha portato alla frammentazione della verità religiosa e alla moltiplicazione delle identità soggettive si riflette oggi nel rapporto con la scienza. Nel mondo contemporaneo, sempre più persone non accettano la scienza come un metodo oggettivo di indagine sulla realtà, ma la trattano come un’opinione tra le tante, da accettare o rifiutare a seconda delle proprie convinzioni personali. Questo atteggiamento deriva direttamente dalla mentalità protestante, che ha abituato l’uomo occidentale a diffidare delle autorità consolidate e a credere che ogni individuo possa interpretare la verità in autonomia, senza bisogno di mediatori.
Oggi assistiamo a persone che, invece di fidarsi del consenso scientifico basato su studi rigorosi, cercano su Internet fino a trovare un articolo che confermi ciò che vogliono sentirsi dire. Se un medico, uno scienziato o un esperto propone una spiegazione che non si allinea con le loro convinzioni, questi individui semplicemente lo ignorano o lo accusano di far parte di un’élite corrotta. La logica è la stessa che ha portato i protestanti a rifiutare l’autorità della Chiesa: proprio come Lutero proclamava che ogni cristiano potesse interpretare la Bibbia da solo, oggi chiunque si sente in diritto di “interpretare” la scienza senza alcuna competenza specifica.
Il risultato è un mondo in cui la verità è sostituita dal consenso individuale e in cui il principio fondamentale della scienza—la ricerca di una realtà oggettiva, indipendente dalle nostre preferenze—viene respinto in favore di un relativismo che permette a ciascuno di costruirsi una “realtà” su misura. Se il Protestantesimo ha portato alla frammentazione della verità religiosa, oggi assistiamo alla frammentazione della verità scientifica, con il rischio di precipitare in una società dove il principio di realtà viene sostituito dal caos delle opinioni personali.
Non stupitevi più, alla luce di ciò, se vi sembra che “oramai è diventato tutto estremo, nessuno accetta più le opinioni degli altri, e tutti si offendono su tutto, se vi sembra che sia diventato impossibile trovare una mediazione nelle discussioni, e se opinioni opposte scatenano reazioni violente: ci stiamo rapidamente trasformando in integralisti ed estremisti dei nostri stessi soggettivismi.
Le Riforme come inizio della fine della realtà
Anche se pochi oggi fanno questa connessione, le Riforme Protestanti sono state la prima tessera a cadere nella lunga catena di domini che ha portato alla crisi contemporanea dell’identità e della verità. Rifiutando l’autorità esterna, il Protestantesimo ha aperto involontariamente le porte a un relativismo sempre più estremo, che ha ora raggiunto il suo culmine: la credenza che persino la realtà matematica o biologica sia soggettiva.
I riformatori del Cinquecento inorridirebbero nel constatare gli effetti a lungo termine delle loro azioni. I protestanti di allora, così come quelli di oggi, possono tranquillamente rifiutare e dissociarsi da questi sviluppi di relativismo culturale. Non è infatti detto che, solo perché uno aderisce ad un credo protestante, allora debba per forza essere Espressione estrema di tutte le implicazioni storiche che tale credo ha avuto. Uno può benissimo essere protestante, luterano calvinista, e avere una convenzione ferrea rispetto agli insegnamenti della sua confessione. Guai a chi leggerà questo articolo come una critica ai protestanti di ieri e di oggi: si tratta di un’analisi che mette in evidenza il rapporto tra la teologia della prima età moderna e la società occidentale di oggi. Il fatto che il protestantesimo apra la strada ai relativismo, non implica che tutti i protestanti siano relativisti in senso estremo, spero che questo sia chiaro.
Ciò che iniziò come una disputa teologica sull’autorità della Chiesa è culminato nella frammentazione della realtà stessa. Gli infiniti generi di oggi e lo sfaldamento della coesione delle società occidentali sono semplicemente l’ultima espressione di un processo iniziato con il martello di Lutero a Wittenberg (sempre che questa cosa sia successa davvero: molti storici ne dubitano!). Il percorso dal Protestantesimo al postmodernismo non è un incidente, ma uno sviluppo storico e filosofico diretto. E fino a quando questa causa profonda non verrà riconosciuta, la frammentazione continuerà, con nuove identità, nuove “verità” e un allontanamento sempre maggiore dalla realtà.


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