Halldór Laxness (1902-1998) è probabilmente l’autore islandese più noto a livello internazionale. In Italia è ricordato soprattutto per aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1955 e per romanzi come Gente indipendente (Sjálfstætt fólk), Sotto il ghiacciaio e La campana d’Islanda, tutti tradotti in italiano. Meno conosciuto è però un aspetto importante della sua biografia intellettuale: negli anni Venti Laxness si convertì al cattolicesimo e, per diversi decenni, mantenne un forte interesse per la tradizione cattolica e per la storia della Chiesa in Islanda. In un paese dove il cattolicesimo era stato a lungo guardato con sospetto, Laxness non esitò a difendere pubblicamente il patrimonio storico e spirituale della Chiesa cattolica. L’articolo qui tradotto, pubblicato sul Morgunblaðið il 28 giugno 1981, appartiene proprio a questa fase della sua riflessione e rappresenta uno dei suoi interventi più espliciti e polemici contro l’interpretazione tradizionale della Riforma islandese. In esso egli affronta una questione che ai suoi occhi non era soltanto storica, ma anche morale e giuridica: la legittimità della Riforma protestante in Islanda e, in particolare, la sorte della sede episcopale di Skálholt.
Laxness interpreta la Riforma non come una naturale evoluzione religiosa, ma come un’imposizione straniera accompagnata da violenza, confische e soprusi. Per questo insiste ripetutamente sul carattere “tedesco” o “basso-tedesco” dei funzionari che agivano in nome della corona danese, sottolineando come la Chiesa islandese fosse esistita per secoli prima che Lutero nascesse e prima ancora che esistesse qualsiasi legame significativo tra Islanda e Danimarca. La sua tesi centrale è che la donazione della proprietà di Skálholt, dove sorse la sede della prima diocesi islandese, effettuata dal vescovo Gissur Ísleifsson nell’XI secolo, apparteneva alla Chiesa cattolica e che, pertanto, la sua appropriazione da parte delle autorità luterane non può essere considerata storicamente o giuridicamente legittima.
Nel 1956 Laxness intervenne nel dibattito pubblico con un articolo apparso su Þjóðviljinn, nel quale rimproverava gli organizzatori delle celebrazioni dedicate al nono centenario dalla fondazione della diocesi di Skálholt (1056) per aver ignorato la dimensione cattolica della storia islandese, escludendo dall’evento il cattolici. A distanza di un quarto di secolo, le sue convinzioni su questo tema erano rimaste sostanzialmente immutate.
Nel 1981, in occasione delle commemorazioni per il millesimo anniversario dell’avvio della missione cristiana in Islanda, tornò sull’argomento con un nuovo intervento pubblicato sul Morgunblaðið il 28 giugno e intitolato Quando bruciò la chiesa di Skálholt. In quel testo ribadì ancora una volta alcune delle sue idee sulla tradizione religiosa islandese.
Per comprendere l’articolo è utile ricordare alcuni dei personaggi che vi compaiono. Gissur Ísleifsson (†1118) fu il secondo vescovo di Skálholt e una delle figure più importanti della Chiesa islandese medievale. Ögmundur Pálsson (†1541) fu l’ultimo vescovo cattolico di Skálholt. Dopo l’introduzione della Riforma venne deposto, arrestato e deportato in Danimarca, dove morì durante il viaggio. Jón Arason (†1550), vescovo di Hólar, fu l’ultimo grande difensore armato del cattolicesimo in Islanda. Catturato dai suoi avversari, venne decapitato insieme a due dei suoi figli a Skálholt il 7 novembre 1550. Per molti cattolici islandesi egli rimane una figura di martire nazionale.
Laxness fa anche un altro celebre riferimento storico: Snorri Sturluson (1179-1241), autore o compilatore di alcune delle opere fondamentali della letteratura norrena, tra cui l’Edda in prosa e la Heimskringla. Snorri venne assassinato nella sua casa di Reykholt per ordine del re di Norvegia Hákon Hákonarson. Laxness paragona provocatoriamente la sorte del vescovo Jón Arason a quella di Snorri, suggerendo che entrambe le vicende rappresentino episodi di ingerenza straniera negli affari islandesi.
Un altro personaggio menzionato è Peder Palladius (1503-1560), primo vescovo luterano della Selandia e figura chiave della Riforma danese. Laxness nega apertamente la validità della consacrazione episcopale da lui conferita a Gissur Einarsson, primo vescovo luterano d’Islanda, sostenendo che la successione apostolica si sarebbe interrotta con lui. Si tratta di un argomento tipicamente cattolico, secondo cui l’autorità episcopale deriva da una catena ininterrotta di consacrazioni risalente agli apostoli.
Particolarmente significativo è il riferimento al reliquiario di san Þorlákur. Þorlákur Þórhallsson (1133-1193), vescovo di Skálholt, è l’unico santo medievale islandese ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica. Il suo santuario era uno dei più preziosi tesori artistici e religiosi dell’Islanda medievale. La sua distruzione durante la Riforma diventa per Laxness il simbolo della perdita di un intero patrimonio culturale.
Pur essendo scritto con evidente verve polemica, il testo è interessante perché mostra come, ancora nel XX secolo, la memoria della Riforma potesse suscitare forti emozioni in Islanda (e talvolta lo fa ancora oggi). Per Laxness la questione non riguarda soltanto la teologia, ma anche la continuità storica, il patrimonio culturale e il rapporto tra l’Islanda e le potenze straniere che ne hanno influenzato il destino. Il risultato è un articolo che dice molto non soltanto sul XVI secolo, ma anche sul modo in cui gli Islandesi continuano a interpretare il proprio passato.
Halldór Laxness:
«Quando bruciò la chiesa di Skálholt»
Nell’articolo pubblicato sul Morgunblaðið nel 1956 e intitolato Hæpin hátíð (“Celebrazione discutibile”), che si trova ristampato in Gjörningabók, pp. 67-70, ho ricordato, tra le altre cose, che una certa situazione, che nel XVI secolo rese dei conti bassotedeschi una sorta di re presso í danesi, fece anche sì che gli stessi ragazzuoli ottenessero il controllo delle proprietà ecclesiastiche islandesi. Tra queste che “acquisirono” vi era il bene fondiario che il vescovo Gissur aveva assegnato alla sede episcopale e del quale Ari il Saggio scrive:
«Egli [Gissur; ndt.] stabilì per legge la sede episcopale d’Islanda a Skálholt, dove prima non ve n’era stata alcuna; e donò alla sede episcopale il terreno di Skálholt e molti altri beni, sia immobili sia mobili.»
Questa proprietà della sede episcopale era dunque stata donata alla Chiesa cattolica in Islanda nel periodo cattolico, molti secoli prima che Lutero apparisse e iniziasse ad aizzare i re contro il papa. A questo punto, questi nobili dello Jutland meridionale presero a sostenere che, secondo le teorie di Lutero, i beni che erano stati donati alla Chiesa cattolica d’Islanda mezzo millennio prima, secondo la rivelazione avvenuta in Sassonia, fossero divenuti proprietà dei luterani. Quel gruppo che proliferava in quel tempo assieme ai danesi era costituito per la maggior parte da nobili della Germania settentrionale che portavano titoli di conte, barone e duca; noi li chiamavamo soðgreifar (“conti del brodo”). Non smisero di sgomitare finché non divennero re con numeri romani aggiunti ai loro nomi. Tra le loro imprese più note vi fu quella di deportare il vescovo di Skálholt, Ögmundur, ormai cieco e decrepito, fuori dal paese, in Danimarca, dove fu sbattuto in una sorta di segreta, come vedremo. Con molta buona volontà si potrebbe dire che lo lasciarono morire. Il più noto condottiero luterano di questi signori era il boia Christian Schreiber, “Kristján skrifari”. Fu incaricato da Cristiano III di eliminare l’ultimo vescovo islandese, Jón Arason.
Questa (per nulla) divertente avventura, ovvero l’introduzione del dominio assolutistico straniero in Islanda nel XVI secolo, non è mai stata esaminata in maniera adeguata. Piuttosto, ci è stato insegnato che siamo diventati “luterani”, qualunque cosa ciò significhi. Nel 1862 Jón Sigurðsson si spinse particolarmente avanti nel considerare questi eventi da un punto di vista razionale. Ma la maggior parte delle questioni principali che riguardano quella vicenda non sono ancora state affrontate, né da un punto di vista storico né da un punto di vista morale, almeno per quanto concerne ciò che viene chiamato “la Riforma”. La Chiesa era praticamente l’unica istituzione di potere in Islanda che i conti stranieri ritenessero necessario abbattere per ottenere il controllo del paese.
Non è nostra intenzione riportare un thriller che ponga l’accento sulle violenze della Riforma, né l’elogio delle buone intenzioni che potrebbero esservi state dietro. Non si tratta neppure di tirare nuovamente in ballo le esecuzioni capitali, i roghi delle streghe e gli annegamenti delle donne. Ma nemmeno il più raffinato sofista riuscirebbe a dedurre dall’Íslendingabók, dalle antiche leggi o da altre fonti giuridiche che una fazione ecclesiastica di lingua basso-tedesca abbia mai avuto un diritto legittimo di rivendicazione sui beni che Gissur Ísleifsson aveva donato alla Chiesa islandese in perpetuità.
All’inizio di questo articolo ho citato le parole dell’Íslendingabók secondo cui Gissur Ísleifsson “stabilì per legge la sede episcopale d’Islanda a Skálholt”.
La donazione di Gissur, insieme alle altre entrate della sede episcopale, era destinata a garantire il sostentamento del vescovado. Qui è opportuno ricordare ciò che Jón Sigurðsson scrive riguardo alle entrate che la Danimarca ricavò dall’Islanda in seguito alle Siðbótirnar. Nei Ný félagsrit del 1862 egli scrive riguardo alla Riforma:
“Cristiano III prese sotto il proprio controllo tutte le terre e tutti i beni che erano stati donati o assegnati al clero e appartenevano a chiese, monasteri e altre istituzioni che fino ad allora erano state amministrate e governate secondo il diritto ecclesiastico.”
La distruzione della fede cattolica in Islanda non fu dunque ottenuta mediante una disputa teologica. I predicatori luterani non convinsero gli islandesi con argomenti ma con la scure. La convinzione che i riformatori abbiano operato per liberare il mondo non trova particolare sostegno nei fatti.
Piuttosto essi si attennero all’antica consuetudine germanica secondo cui chi riesce a mantenere lo scudo sopra la propria testa sul campo di battaglia eredita automaticamente i beni del rivale morto. Poche altre leggi sembrano essere state comprese così bene da Christian Schreiber e dalla gente di lingua basso-tedesca che allora governava la Danimarca. Questi uomini deportarono entrambi i vescovi islandesi, trasferirono fuori dal paese il vescovo Ögmundur, ormai cieco e decrepito, e condussero Jón Arason, settantenne, al patibolo. Una visita tanto rispettabile non si era vista in Islanda dai tempi in cui i norvegesi inviarono un uomo qui per fare fuori Snorri Sturluson.
Quando il dono del vescovo Gissur Ísleifsson fu concesso «a noi e ai nostri successori», i Danesi erano un popolo relativamente sconosciuto in Islanda. Lo si può vedere dal fatto che, perfino cento anni dopo che Skálholt era stata donata alla sede episcopale, la Jómsvíkingasaga, un’opera di argomento danese, venne composta probabilmente nell’Eyjafjörður settentrionale. Da quel libro non emerge altro se non che il suo autore, pur essendo uomo saggio e colto, sapeva ben poco della storia e della geografia danese, salvo conoscere un unico toponimo di quel paese, il Limafjörður (Limfjord). La Danimarca era dunque, al massimo, una lontana terra da leggenda, utile a chi non mancasse di immaginazione, allo stesso modo del chiodo nella vecchia storia della zuppa fatta con un chiodo. Quando la Jómsvíkingasaga fu composta, non si era ancora nemmeno iniziato a mettere per iscritto le Saghe degli Islandesi.
I rapporti tra noi e i Danesi erano pressoché inesistenti durante il periodo dello Stato libero. Perfino i viaggi ecclesiastici verso sud non passavano per la Danimarca ai tempi del vescovo Gissur Ísleifsson per ottenere una consacrazione valida; noi ci recavamo invece a Brema e poi a Lund, se non direttamente a Roma. La tenuta di Skálholt fu donata alla Chiesa islandese molte centinaia di anni prima che i luterani iniziassero a spuntare in Sassonia e in luoghi simili. Ho già avuto l’onore di sottolineare in passato (in un mio articolo del 1956) che sarebbe difficile trovare un luogo in cui quel gruppo sassone, sotto le insegne del re di Danimarca, abbia manifestato la propria bassezza morale in modo più tragico che a Skálholt, anche non considerando gli atti di terrorismo. Le antiche leggi germaniche, secondo cui l’omicida diventa erede dei beni dell’ucciso, erano invece ben note a questi bassotedeschi. Non solo a re Cristiano III, ma anche a Christian Schreiber, l’uomo che fece condurre Jón Arason fuori dal paese. I beni della Chiesa islandese, così come quelli dei capi cattolici del paese, furono confiscati da questi individui “sotto vari pretesti”, come si può leggere dettagliatamente nell’opera di Jón Sigurðsson a cui si è fatto riferimento.
Molti hanno provato disagio nel riesumare le enormi irregolarità giuridiche compiute in Islanda durante l’epoca dei basso-tedesca dei danesi. Né la «Riforma» di Lutero né l’esecuzione del vescovo Jón Arason possono aver avuto validità giuridica in Islanda, né altrove; appartengono piuttosto alla sfera della barbarie, e contro la barbarie non esistono leggi. Alla stessa categoria appartengono la confisca dei beni di proprietà della Chiesa islandese e, non da ultimo, l’«annullamento» della donazione di Skálholt fatta dal vescovo Gissur Ísleifsson, menzionata all’inizio di questo articolo. In verità è difficile indicare un giudice competente in questa causa, salvo la Storia stessa.
Né risulta possibile chiudere gli occhi sul fatto che una parte di quanto era stato sottratto venne in seguito restituita, anche se non prima del nostro tempo, come ad esempio alcuni dei nostri antichi libri e alcune opere d’arte eccezionali, tra cui la porta di Valþjófsstaður (che però, a quanto si dice, stiamo riuscendo a rovinarci da soli). Ma il reliquiario di san Þorlákur, uno degli oggetti d’artigianato più preziosi e raffinati che siano mai esistiti in Islanda, questi uomini lo distrussero.
Qui potrebbe essere il luogo adatto per aggiungere che la «consacrazione episcopale» che un certo Palladio (Peder Palladius), egli stesso luterano non consacrato, pretese di conferire a Gissur Einarsson in Danimarca, non poggia su alcun fondamento ecclesiastico. Questo Palladio interruppe infatti la successione apostolica, successio apostolica, e da allora essa non è più stata ristabilita, né una cosa simile si ottiene facilmente dal papa. Peggiora ulteriormente la situazione il fatto che alcuni pastori protestanti islandesi abbiano recentemente cominciato a portare al collo il collare romano (Roman collar), il segno distintivo del clero cattolico romano, quasi volessero procurarsi da soli delle credenziali.
La devozione religiosa, la giurisprudenza, e perfino la storiografia generale, confinano talvolta con il folklore. Questi pensieri vengono in mente quando si ripercorrono le grandi controversie del passato. «Essere o non essere, questo è il problema», disse Amleto. È certamente possibile fare la guerra per la storia universale, ma la storia possiede almeno il pregio che non è possibile intentarle una causa, né correggerla mediante una sentenza, e nemmeno mediante l’inganno o le chiacchiere. Tuttavia esiste indubbiamente qualcosa che si chiama il giudizio della storia, qualunque cosa esso sia. Noi siamo ciò che le circostanze ci consentono di credere di essere, né più né meno.
Coloro che vogliono parlare di una ricostruzione di Skálholt su basi protestanti dovrebbero rendersi conto che il loro interlocutore, antico e moderno, il custode della Chiesa universale, il papa, non può essere semplicemente ignorato. E vi è un’altra certezza: la sede di Skálholt non verrà restaurata dai protestanti luterani, se non per scherzo, nemmeno se si comprassero i collari romani che si trovano in commercio. Occorre molto più che portare un simile collare, anche se allacciato dietro il collo, per reclamare il proprio diritto su una chiesa bruciata. E fu proprio in quella vicenda che la compianta Guðrún brenna, la chiacchierona, tacque. L’unica occasione in cui lo fece*. Del resto, in Islanda furono mozzate le teste di coloro che portavano il collare romano. Chi diede Skálholt a chi? Se Skálholt deve essere ricostruita, ciò deve avvenire su basi corrette. Perché questa è una donazione del vescovo Gissur Ísleifsson alla Chiesa cattolica romana d’Islanda.
[* questo passo fa riferimento a una donna di nome Guðrún brenna (“incendio”), che avrebbe assistito all’incendio della chiesa di Skálholt nel 1630 e composto un celebre verso divenuto proverbiale:
„Þagað gat ég þá með sann,
þegar Skálholtskirkja brann.“
Tacere potei davvero/mentre la chiesa bruciava
Forse perché aveva visto qualcosa che era meglio non riportare.]
Questo finale è straordinariamente esplicito. Laxness non sta semplicemente difendendo il patrimonio cattolico islandese: sta sostenendo che la cattedrale di Skálholt appartiene giuridicamente e moralmente alla Chiesa cattolica, poiché la donazione originaria di Gissur Ísleifsson fu fatta alla Chiesa pre-riformata e non alla Chiesa luterana istituita nel XVI secolo. È un argomento volutamente provocatorio, più storico e simbolico che pratico, ma formulato senza alcuna attenuazione. Per questo motivo l’articolo suscitò un certo clamore quando apparve sul Morgunblaðið nel 1981.
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L’immagine di copertina è una rielaborazione del ritratto di Halldór Laxness, opera di Einar Hákonarsson (1984)

