L’Islandese del tardo medioevo

Qualche giorno fa ho discusso la mia tesi di dottorato, intitolata Scribes and Scribal Practice in Fifteenth-Century Iceland («Copisti e pratiche scrittorie nell’Islanda del XV secolo»). È una descrizione molto semplice e chiara di ciò a cui ho dedicato diversi anni di ricerca, ma probabilmente non dice granché alla maggior parte delle persone. Di cosa trattava, dunque, concretamente, il mio dottorato? E perché dovrebbe interessare a qualcuno che non sia uno specialista di manoscritti medievali?

Al centro della mia ricerca c’era un problema sorprendentemente semplice: come facciamo a sapere quando è stato scritto un manoscritto tardomedievale che non conserva alcuna informazione sulla propria data di produzione?

Il problema della datazione dei manoscritti medievali

Immaginate di trovare un manoscritto, cioè un libro scritto a mano. Non c’è un frontespizio con i dati di pubblicazione, nessuna data sulla copertina e nessuna informazione che ci dica chi lo abbia prodotto. Sappiamo che ha diversi secoli, ma non se sia stato scritto, per esempio, nel 1400, nel 1450 oppure nel 1500. È un problema estremamente comune per chi studia il Medioevo.

La datazione di un manoscritto è importante perché ha conseguenze praticamente su tutto ciò che possiamo imparare da esso. Prendiamo una saga conservata in diversi manoscritti medievali. Se vogliamo pubblicarla affinché possa essere letta dai lettori moderni, ci troviamo immediatamente di fronte a un problema: le copie che ci sono giunte non sono identiche. Possono esserci centinaia o persino migliaia di differenze, che vanno da singole parole ed errori ortografici fino a passi mancanti, frasi riscritte e aggiunte sostanziali.

Questo accade perché nel Medioevo i libri venivano copiati a mano. Ogni volta che qualcuno ricopiava un testo, esisteva la possibilità che questo cambiasse. I copisti commettevano errori, fraintendevano ciò che leggevano, saltavano parole o righe, oppure talvolta modificavano deliberatamente il testo. Potevano modernizzarne la lingua, chiarire qualcosa che ritenevano oscuro, abbreviare un passo oppure aggiungere materiale proprio. Man mano che un testo veniva copiato e ricopiato nel corso delle generazioni, queste modifiche potevano accumularsi.

Sapere quali manoscritti siano più antichi e quali più recenti può quindi aiutarci a ricostruire la storia di un testo. Un manoscritto più antico non è automaticamente migliore o più vicino all’originale — una copia tarda può conservare un’ottima versione derivata da un eccellente esemplare oggi perduto, mentre una copia antica può contenere moltissimi errori — ma la cronologia costituisce una parte essenziale delle prove a nostra disposizione.

Questo è uno dei problemi affrontati dalla critica testuale. Gli studiosi confrontano le copie superstiti, ne analizzano le differenze e le relazioni e cercano di determinare quale aspetto potessero avere le fasi precedenti del testo. Il risultato è un’edizione critica: un’edizione scientifica che presenta un testo ricostruito con attenzione insieme alle informazioni relative alla tradizione manoscritta su cui esso si fonda. Queste edizioni, a loro volta, costituiscono spesso la base delle traduzioni e delle edizioni divulgative che finiscono poi nelle mani dei normali lettori. Tutte le saghe che potete leggere tradotte nella vostra lingua derivano, in ultima analisi, da un’edizione critica del testo islandese.

Perciò anche qualcosa di apparentemente specialistico come la datazione della scrittura medievale può avere conseguenze molto più ampie. Uno studioso di critica testuale che debba scegliere tra diverse varianti ha bisogno di informazioni affidabili sui manoscritti che le tramandano: quando furono prodotti, quali rapporti esistano fra loro e quale posizione occupino nella storia del testo. Ma la critica testuale è soltanto uno dei motivi per cui la datazione è importante.

Datare i manoscritti ci permette anche di ricostruire la storia di una lingua. I manoscritti medievali sono tra le nostre principali fonti per comprendere come l’islandese sia cambiato nel corso del tempo. Se in un manoscritto compare una nuova grafia o una nuova forma grammaticale, questa osservazione diventa molto più utile se sappiamo se il manoscritto fu scritto intorno al 1400 oppure intorno al 1500. Se i manoscritti stessi sono mal datati, la nostra cronologia dei cambiamenti linguistici può risultare distorta. Viceversa, una volta compresa meglio la cronologia di determinati mutamenti linguistici, alcuni di quegli stessi cambiamenti possono aiutarci a datare altri manoscritti. Questo è importante anche perché l’adozione di prestiti da lingue straniere — latino, inglese, tedesco, danese, per esempio — può rivelare connessioni culturali e reti commerciali.

La datazione è importante anche per la storia letteraria. La data delle copie più antiche conservate può aiutarci a stabilire quando un’opera fosse già in circolazione, mentre la comparsa di nuove versioni, aggiunte e riscritture può mostrarci come la sua ricezione sia cambiata nel tempo. Spostare la datazione di un manoscritto di alcuni decenni può quindi modificare la nostra comprensione del momento in cui esisteva una determinata versione di una saga, di un poema o di un’opera religiosa e del contesto storico nel quale veniva letta.

Può aiutarci a ricostruire le reti di produzione e circolazione dei manoscritti. Se riusciamo a collocare con maggiore precisione nel tempo manoscritti associati a determinati copisti, regioni o istituzioni, possiamo cominciare a chiederci quando comparvero determinate pratiche scrittorie, con quale rapidità si diffusero e se i copisti si influenzassero a vicenda. Chi scrisse un testo e per chi lo scrisse sono fattori estremamente importanti per valutarne il contenuto, perché ogni autore o copista aveva, in un modo o nell’altro, una propria prospettiva e propri interessi, che inevitabilmente influenzavano ciò che veniva registrato e il modo in cui lo si registrava, ciò che veniva omesso e ciò che veniva deliberatamente modificato.

La datazione influisce anche sul modo in cui i manoscritti possono essere utilizzati come fonti storiche. Un manoscritto prodotto intorno al 1400 e uno prodotto intorno al 1500 appartengono a momenti molto diversi della storia islandese. Sapere quando un libro fu copiato ci aiuta a distinguere il periodo in cui un’opera fu originariamente composta dagli ambienti successivi nei quali continuò a essere copiata, modificata e letta e permette, fra le altre cose, di individuare in che modo la mentalità e la politica dell’epoca influenzarono la sua trasformazione.

Infine, una datazione accurata ci permette di comprendere i manoscritti stessi come oggetti storici. Un manoscritto medievale non è semplicemente un contenitore trasparente che conserva un testo più antico. È anche il prodotto di una persona specifica, che lavorava in un determinato momento e all’interno di una particolare cultura della scrittura. Il supporto scrittorio — pergamena o carta —, le tecniche di produzione, gli inchiostri e la loro provenienza, la grafia, l’ortografia e la lingua conservano testimonianze del mondo nel quale quel testo fu scritto.

Per questo restringere la datazione di un manoscritto da qualcosa come «XV secolo» a un intervallo cronologico notevolmente più circoscritto non è un semplice esercizio di classificazione: la cronologia è la struttura che permette ai manoscritti di diventare fonti storiche.

L’Islanda medievale ci ha lasciato uno straordinario patrimonio manoscritto contenente saghe, poesia, testi religiosi, leggi, opere storiche e molto altro. Ma i copisti medievali, di solito, non facilitavano il lavoro degli studiosi del futuro scrivendo alla fine del libro qualcosa come «Ho terminato questo libro il 17 marzo 1437». Sono pochissimi i manoscritti che conservano annotazioni di questo genere.

Alcuni manoscritti possono essere datati attraverso prove esterne. Una persona storica menzionata nel manoscritto può fornirci un indizio perché sappiamo quando visse. Oppure possiamo conoscere il periodo in cui visse la persona che commissionò il manoscritto. Talvolta la stessa grafia di un libro può essere riconosciuta in un documento, come un atto o un contratto, e documenti del genere recano normalmente una data. L’identificazione dei copisti è estremamente utile per la datazione, ma anche molto difficile. Per molti manoscritti dobbiamo semplicemente stimarne l’età a partire dal manoscritto stesso, attraverso quelle che chiamiamo «prove interne».

Uno dei metodi più importanti consiste nell’osservare come scrivevano le persone. La scrittura cambia, proprio come la lingua e la moda. Chi osservasse una lettera scritta nel 1820, una del 1920 e una del 2020 probabilmente noterebbe delle differenze anche senza essere uno specialista. Le forme delle lettere cambiano. Cambiano le convenzioni scrittorie. Alcune forme diventano di moda e altre scompaiono. Lo stesso avveniva nel Medioevo.

Anche la lingua cambia. Le pronunce si modificano, alcune forme grammaticali scompaiono e nuove grafie si diffondono quando le persone iniziano a rappresentare questi cambiamenti nella scrittura. Ciò significa che un manoscritto medievale contiene una sorta di informazione cronologica nascosta. Le forme delle lettere e le grafie utilizzate dal copista possono darci indizi su quando fu scritto.

La difficoltà consiste nel trasformare questi indizi in qualcosa di affidabile. Supponiamo, per esempio, che un determinato modo di scrivere la lettera s sia tradizionalmente considerato tipico del XV secolo. Che cosa significa davvero? Comparve intorno al 1400 e divenne immediatamente comune? Era utilizzato soltanto da una minoranza di copisti? Stava già scomparendo nel 1450? Un copista particolarmente conservatore poteva continuare a usarlo nel 1500? Senza rispondere a queste domande, affermare semplicemente che una determinata caratteristica è «quattrocentesca» non è particolarmente utile.

Ed è qui che entra in gioco la mia ricerca. Il XV secolo è stato tradizionalmente considerato un periodo di relativa stagnazione nella lingua e nella scrittura islandese, tanto che molti manoscritti sono stati semplicemente datati all’intero secolo. Questo costituisce un problema perché numerosi testi sono conservati in manoscritti e frammenti di questo periodo e gli studiosi hanno bisogno di stabilire quali copie siano più antiche e quali più recenti per comprendere come i testi siano stati trasmessi e modificati.

Mi sono chiesto se l’idea di un periodo di stagnazione non fosse semplicemente una conseguenza del fatto che il XV secolo era stato trascurato dagli studiosi, che avevano preferito concentrarsi sui secoli precedenti. La mia ricerca ha quindi cercato di stabilire se i cambiamenti nella scrittura, nell’ortografia e nella lingua potessero fornire una cronologia più precisa.

Cinquanta copisti medievali

Ho costruito un corpus di 50 mani scrittorie islandesi del lungo XV secolo, grosso modo il periodo compreso tra il 1375 e il 1525. Con «mano» si intende semplicemente la scrittura di un singolo copista. Anche quando non conosciamo il nome della persona, possiamo identificarne la grafia e studiare le scelte che compiva. Queste mani erano già state datate in maniera approssimativa o precisa dagli studiosi precedenti, così ho potuto disporle grossomodo lungo una linea cronologica. Ho quindi analizzato una selezione di caratteristiche che gli studi precedenti avevano associato a cambiamenti nel tempo.

In termini semplici, ho raccolto lettere e parole che potevano presentarsi in due versioni: una più antica e una più recente. Poi, per ciascuna mano, ho contato quante occorrenze della forma antica e quante della forma nuova comparissero.

Alcuni degli aspetti che ho analizzato riguardavano la scrittura, per esempio diverse forme delle lettere a, s e r. Altri riguardavano la lingua e l’ortografia. L’islandese stava cambiando durante questo periodo e i copisti differivano nel grado in cui la loro scrittura rifletteva questi mutamenti. Ho quindi esaminato fenomeni quali la fricativizzazione di k atona in posizione finale di parola, cioè se un copista scrivesse mik oppure la forma più recente mig; la dittongazione di é, cioè se scrivesse , mér oppure fie e mier; l’inserzione di u in determinate parole (maðr oppure maður); la caduta della g fricativa, visibile in grafie come seigja ed eygjar, laddove l’islandese più antico e quello moderno avrebbero rispettivamente segja ed eyjar; e la palatalizzazione (Ketill rispetto a Kietill).

La buona notizia, dal nostro punto di vista, è che i cambiamenti ortografici raramente avvenivano da un giorno all’altro. Quando cambiava la pronuncia, i copisti non abbandonavano immediatamente la grafia tradizionale che avevano imparato. Spesso continuavano a scrivere le parole alla vecchia maniera anche quando quella grafia non rappresentava più accuratamente il modo in cui le pronunciavano — esattamente come avviene oggi in inglese, la cui ortografia riflette in larga misura la pronuncia della lingua di circa settecento anni fa.

Ma ogni tanto un copista si tradiva. Invece di usare la grafia tradizionale, scriveva una parola in un modo che rivelava come la pronunciava realmente. Un po’ come un anglofono che oggi scrivesse could of, probly o definately. Inizialmente queste grafie rivelatrici potevano comparire soltanto occasionalmente. Con il passare del tempo, però, diventavano sempre più comuni e cominciavano a convivere con le forme più antiche. Alla fine, la grafia più recente poteva diventare quella normale e quella tradizionale scomparire.

Per chi cerca di datare manoscritti, questo processo graduale è estremamente utile. Se riusciamo a dimostrare che un determinato cambiamento si diffuse progressivamente nell’arco di diversi decenni, la sua frequenza può fornirci informazioni cronologiche. Un manoscritto nel quale la forma innovativa compare soltanto occasionalmente ha maggiori probabilità di appartenere a una fase più antica del cambiamento, mentre uno nel quale essa predomina è più probabilmente collocabile in una fase successiva.

Questo non significa che una singola grafia possa fornirci la data di un manoscritto: i singoli copisti potevano essere insolitamente conservatori o innovatori e i mutamenti linguistici raramente si diffondono esattamente alla stessa velocità presso tutti. Ma quando diversi manoscritti datati indipendentemente mostrano la stessa tendenza graduale e, soprattutto, quando diverse caratteristiche indicano tutte la stessa direzione cronologica, queste minuscole scelte dei copisti possono diventare indizi sorprendentemente potenti.

In pratica, un errore ortografico può comportarsi come una piccola crepa nelle convenzioni della lingua scritta, permettendoci di intravedere la lingua parlata che si nasconde al di sotto. E poiché la lingua parlata cambiava nel corso del tempo, quelle crepe possono aiutarci anche a capire quando un manoscritto fu scritto.

In sostanza, ho studiato la velocità con cui questi cambiamenti si diffondevano, il momento in cui diventavano più comuni, quanto coerentemente venissero utilizzati dai singoli copisti e se diverse caratteristiche cambiassero insieme. In altre parole, ho cercato di trasformare le incoerenze ortografiche della scrittura medievale in dati misurabili.

Perché è importante?

Consideriamo un manoscritto ipotetico che gli studiosi abbiano datato molto genericamente al «XV secolo». Questo ci lascia un intervallo possibile di quasi cent’anni. Supponiamo ora che il suo copista utilizzi sistematicamente una caratteristica che, secondo i miei dati, era rara prima del 1425 ma estremamente comune dopo il 1450. Questo non ci fornisce magicamente una data esatta, ma restringe le possibilità. Aggiungiamo poi un’altra caratteristica che diventa comune intorno alla metà del secolo. E poi un’altra ancora tipica degli ultimi decenni. Presa singolarmente, nessuna di queste costituisce una marca cronologica precisa. Considerate insieme, tuttavia, possono restringere progressivamente l’intervallo delle datazioni plausibili.

Questo era uno degli obiettivi principali della mia tesi: migliorare gli strumenti cronologici a disposizione per la datazione dei manoscritti islandesi, stabilendo con maggiore precisione quando determinati cambiamenti si diffusero all’interno della popolazione degli scriventi. E i risultati hanno mostrato perché questo tipo di lavoro quantitativo sia necessario.

Alcune caratteristiche tradizionalmente considerate utili indicatori cronologici si sono rivelate molto meno affidabili del previsto. Altre hanno mostrato sviluppi straordinariamente chiari nel corso del tempo. Alcuni cambiamenti si diffusero progressivamente, mentre altri variavano enormemente da un copista all’altro.

Questa variabilità è importante. Gli uomini del Medioevo non ricevettero un aggiornamento software il 1º gennaio 1450 cominciando improvvisamente a scrivere in modo diverso. Le innovazioni si diffondevano da una persona all’altra. Alcuni copisti le adottavano presto; altri continuavano a usare forme più antiche per decenni. Datare un manoscritto richiede quindi probabilità e combinazioni di indizi, non una lista di equivalenze del tipo «questa forma = 1450».

Esistevano delle “scuole” di copisti?

Una questione che inizialmente non avevo preso in considerazione, ma che si è presentata verso la fine del processo di ricerca, riguarda le cosiddette «scuole scrittorie». Queste «scuole» non vanno intese come istituzioni fisiche, bensì come comunità di individui che condividevano determinate convenzioni scrittorie.

L’identificazione di scuole di copisti è da tempo una sorta di Sacro Graal degli studi sui manoscritti islandesi. Se determinate combinazioni di caratteristiche grafiche, ortografiche e linguistiche potessero essere associate a copisti attivi nello stesso ambiente, esse potrebbero permetterci di stabilire non soltanto quando un manoscritto fu scritto, ma anche dove.

Questo aprirebbe possibilità enormi. La maggior parte dei manoscritti islandesi non ci dice dove sia stata prodotta. Poter collegare manoscritti altrimenti anonimi a determinate regioni, monasteri o altri centri di produzione potrebbe aiutarci a ricostruire la circolazione dei libri e dei testi in Islanda, le reti che collegavano copisti anonimi e i luoghi nei quali determinate opere venivano copiate e lette. In breve, potrebbe rivelarci molto della geografia della cultura islandese medievale, oggi in gran parte scomparsa dalla documentazione storica.

Se i copisti lavoravano e si formavano insieme oppure facevano parte di una stessa rete, ci aspetteremmo che determinati gruppi si comportassero in maniera simile. Forse diversi copisti avrebbero utilizzato ripetutamente la stessa combinazione di forme delle lettere e caratteristiche linguistiche perché appartenevano allo stesso ambiente oppure seguivano le stesse convenzioni scrittorie. Se esistessero simili gruppi, potrebbero dirci qualcosa sulle reti di produzione manoscritta altrimenti invisibili. Ma quando ho confrontato i copisti sulla base delle caratteristiche analizzate, non è emerso alcun raggruppamento convincente. Si tratta di un risultato negativo importante.

Questo solleva dubbi sulla facilità con cui dovremmo immaginare l’esistenza di distinte «scuole» scrittorie islandesi in questo periodo, almeno se per scuola intendiamo un gruppo di copisti che condivide un insieme riconoscibile di convenzioni perché appartenente allo stesso ambiente. Il quadro che emerge dai dati è invece molto più disordinato e, in un certo senso, molto più umano. I singoli copisti combinavano abitudini antiche e nuove in modi differenti. Un copista poteva essere innovatore sotto un aspetto e conservatore sotto un altro. I cambiamenti non viaggiavano necessariamente insieme come un pacchetto unico e gli individui sembrano aver adottato liberamente caratteristiche innovative e conservative nella propria scrittura, senza particolare preoccupazione per l’uniformità. Persino copisti che lavoravano insieme allo stesso libro non mostrano alcun tipo di uniformità. L’individualizzazione è la caratteristica fondamentale del periodo.

Perché è importante datare i manoscritti

A questo punto sorge una domanda ovvia: perché dovrebbe importarci sapere se un manoscritto fu scritto nel 1420 oppure nel 1470? Perché i manoscritti costituiscono le nostre fonti per il passato medievale.

Se vogliamo ricostruire la storia, dobbiamo trovare testimonianze antiche. E questo significa che dobbiamo conoscere anche l’ordine cronologico delle nostre fonti. I libri di storia, tanto quanto le edizioni dei testi antichi di cui abbiamo già parlato, si basano tutti su informazioni contenute in manoscritti antichi copiati e trasmessi attraverso i secoli. Come facciamo a conoscere battaglie, eventi politici e vite private del passato? Perché qualcuno li registrò e altri copiarono quelle testimonianze nel corso del tempo, modificandole, alterandole e corrompendole durante il processo.

Se vogliamo capire come i testi circolavano, venivano copiati e si trasformavano, dobbiamo sapere quali copie vennero prima. Se vogliamo studiare le connessioni tra copisti, committenti e centri di produzione manoscritta, la cronologia è fondamentale. Persino la nostra interpretazione di un singolo testo può dipendere dal momento in cui una determinata copia fu prodotta. Un manoscritto la cui datazione venga spostata di cinquant’anni può improvvisamente appartenere a una generazione diversa, a un diverso contesto storico e a un ambiente politico differente, tutti elementi che possono averlo influenzato.

Il problema è circolare: utilizziamo i manoscritti per scrivere la storia dell’Islanda medievale, ma prima di poterli utilizzare correttamente come fonti storiche dobbiamo stabilire quale posizione occupino essi stessi nella storia.

Rendere misurabile il Medioevo

Credo che uno dei contributi importanti della mia ricerca consista nell’aver mostrato che l’idea tradizionale del XV secolo come periodo di stagnazione della lingua e della scrittura islandese non sia più sostenibile. I cambiamenti potevano essere graduali e talvolta sottili, ma stavano avvenendo e, soprattutto, possono essere misurati e utilizzati per costruire una cronologia più precisa.

Forse il modo più semplice di spiegare il mio lavoro di dottorato è dire che ho cercato di mettere dei numeri dietro qualcosa che gli studiosi fanno a occhio da generazioni. Paleografi e linguisti storici hanno accumulato un’enorme quantità di conoscenze specialistiche su come la scrittura islandese medievale sia cambiata nel corso del tempo. La mia ricerca non sostituisce questa competenza. Cerca piuttosto di renderne una parte più esplicita, verificabile e misurabile.

Invece di limitarci a dire che una forma di lettera «sembra tarda», possiamo chiederci con quale frequenza compaia effettivamente presso copisti di periodi diversi. Invece di supporre che due caratteristiche siano legate fra loro, possiamo verificare se siano davvero utilizzate dagli stessi copisti. E invece di considerare il XV secolo come un unico blocco, possiamo osservare i cambiamenti mentre si diffondono nel tempo attraverso una popolazione di scriventi.

Ed è proprio questo, in definitiva, l’aspetto del progetto che mi ha affascinato di più: dietro ogni percentuale delle mie tabelle c’era una persona reale, seduta da qualche parte nell’Islanda medievale, che intingeva una penna nell’inchiostro e scriveva. Quella persona aveva delle abitudini. Alcune le aveva imparate da altri. Alcune erano antiquate. Altre erano relativamente nuove. Senza saperlo, ogni copista lasciava minuscole tracce della propria posizione nella storia della scrittura e della lingua.

Seicento anni dopo, quelle tracce sono ancora lì.

La mia ricerca di dottorato è stata un tentativo di imparare a leggerle.

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