Capita spesso, nei dibattiti tra appassionati di storia che si spingono ad esplorare teorie di confine (ovvero quelle controverse, discutibili e non riconosciute o accettate dalla maggioranza degli studiosi), di sentir dire cose come: “Ma guarda! Questa parola in islandese assomiglia tantissimo a quella in ebraico. Devono essere imparentate! Che ciò sia prova di un’antica presenza semitica in Islanda?”. La tentazione è comprensibile: quando due parole si somigliano, è naturale chiedersi se abbiano un’origine comune. Ma in linguistica storica – la disciplina che studia l’evoluzione delle lingue nel tempo – non è così semplice. Le somiglianze superficiali possono trarre in inganno, e senza un metodo rigoroso si rischia di confondere coincidenze casuali con vere parentele linguistiche.
Il principio fondamentale: il mutamento fonetico è sistematico
Le lingue cambiano nel tempo, e i suoni delle parole si trasformano. Ma queste trasformazioni normalmente non avvengono in modo arbitrario o isolato: avvengono secondo regole sistematiche. Se un suono cambia in una certa posizione di una parola, è probabile che cambi nello stesso modo anche in altre parole nella stessa lingua, nello stesso contesto fonetico.
Questo principio è alla base del metodo storico-comparativo, lo strumento che i linguisti usano per ricostruire le relazioni genealogiche tra lingue. Un cambiamento fonetico non è mai un caso isolato: deve essere dimostrabile con una serie coerente di esempi, che mostrino una regolarità, sintetizzabile appunto con regole esprimibili attraverso formule.
Ad esempio:
It. b > v /V__V
Questa formula significa che in “It(aliano) la b del latino diventa v tra vocali: labor > lavoro, habere > avere, Tiber > Tevere, dabamus > davamo, tabula > tavola, nebula > nuvola, fabam > fava, debet > deve.
Uno degli esempi più celebri di mutamenti fonetici sistematici è descritto dalla cosiddetta legge di Grimm, che descrive una serie di cambiamenti sistematici dal proto-indoeuropeo al germanico (lingua antenata di inglese, islandese, tedesco, gotico etc.). Per esempio:

In questi esempi vediamo che:
La p indoeuropea diventa f in germanico (come in pód- > fōtaz) La t diventa þ (th) (tréyes > þrīz) La k (palatalizzata) diventa h (ḱm̥tóm > hundą).
Questi non sono casi isolati: si applicano sistematicamente a centinaia di parole con lo stesso tipo di suono iniziale. In linea di principio, un linguista storico è in grado di prendere una parola latina, e di convertirla in inglese moderno, in russo, in greco o francese, posto che tali lingue abbiano un termine imparentato con quello latino e discendente dall’indoeuropeo (non preso a prestito più tardi). Questo perché il linguista Può applicare in modo sistematico le regole conosciute dei mutamenti fonetici intervenuti nel corso della storia delle lingue indoeuropee. Solo quando possiamo mostrare queste regolarità in serie di parole indipendenti tra loro, possiamo parlare con fondamento di parentela linguistica.
Un altro aspetto da non confondere con la parentela linguistica è quello dei prestiti: parole che una lingua prende in prestito da un’altra, spesso a seguito di contatti culturali, commerciali o religiosi. I prestiti sono fenomeni linguistici legittimi e interessanti, ma non dimostrano un’origine comune tra le lingue coinvolte: indicano solo che c’è stato un contatto (diretto o indiretto):
L’islandese kirkja (“chiesa”) e il greco kyriakon (“[la casa] del Signore”) sono collegati, ma kirkja è un prestito germanico dal greco, mediato forse dal gotico (kirika), non una parola ereditata da una fase antica, altrimenti la k del greco dovrebbe corrispondere ad una h in islandese per via del mutamento sistematico visto sopra (la legge di Grimm). Il giapponese pan (“pane”) viene dal portoghese pão, introdotto nel XVI secolo dai missionari europei. Non è un’indicazione di parentela tra giapponese e portoghese, ma una traccia storica di contatto.
I prestiti sono preziosi per gli studiosi di storia culturale, per ricostruire rotte commerciali, influenze religiose, o dominazioni politiche, ma non possono essere usati come prove di affinità genealogica tra le lingue. Confondere prestito e parentela significa scambiare l’effetto per la causa.
Le false somiglianze: coincidenze e prestiti
Un errore frequente è quello di basarsi su somiglianze superficiali tra parole di lingue diverse per dedurre una parentela. Ma la somiglianza formale può nascere per coincidenza, prestito linguistico, o derivazione secondaria da radici diverse. Ecco alcuni esempi interessanti:
Inglese much vs. spagnolo mucho A prima vista sembrano fratelli. In realtà, much viene dal proto-germanico *mikilaz (“grande”), mentre mucho deriva dal latino multum (“molto”). Due origini distinte.
Turco elma (“mela”) e ungherese alma (“mela”) vs. Italiano mela. Sembrano simili… giusto? Basta spostare un paio di lettere. In realtà, il turco elma e l’ungherese alma hanno un’origine ugro-finnica. La somiglianza con l’italiano è casuale e non dovuta a una parentela genetica.
Giapponese hako (“scatola”) vs. italiano sacco Suonano simili e indicano entrambi dei contenitori, inoltre, l’evoluzione da s– ad h– è un mutamento molto comune nelle lingue del mondo, che troviamo in greco antico: hepta/ latino septem, oppure ὁ [ho], che significa “il/quello” e corrisponde all’islandese sá, e al sanscrito स [sá]. Troviamo lo stesso cambiamento in francese antico, dove la -s del plurale si è prima indebolita in -h e poi è scomparsa del tutto (difatti oggi la si scrive, ma non la si pronuncia). È accaduto anche in alcuni dialetti dello spagnolo di oggi, dove si sente dire ereh ehpañol anziché eres español. La frequenza di un dato cambiamento attraverso famiglie linguistiche diverse, né rende più alta la probabilità. Ad esempio, il cambiamento opposto da h a s non si verifica praticamente mai e dunque non può essere postulato facilmente. In ogni caso, il giapponese hako non ha nulla a che vedere con il latino saccus. La somiglianza è puramente fortuita.
Un caso classico di falsa somiglianza è tra il verbo tedesco haben (“avere”) e il latino habeo (anch’esso “avere”). Entrambi significano la stessa cosa, e sembrano suonare simili: l’istinto potrebbe dire che sono fratelli. Ma non è così. Il tedesco haben deriva dal proto-germanico *habjaną, che a sua volta viene dalla radice protoindoeuropea *keh₂p- che significava afferrare, prendere, contenere e che diventa capio in latino. Il latino habeo deriva invece dalla radice *gʰabh- (stessa area semantica: “afferrare, tenere”), che diventa *gebaną in germanico e poi geben in tedesco, give in inglese, gefa in islandese e così via.
Quindi entrambi haben e habeo risalgono sì a radici indoeuropee, ma a radici diverse, con sviluppi fonetici distinti. Non sono imparentate nel senso tecnico linguistico, cioè non derivano da un’unica parola dell’indoeuropeo comune, ma da due radici diverse con significati affini. Il caso ha voluto che  tali radici diverse si evolve casualmente in modo tale da assomigliarsi di più.
Il fatto che indichino la stessa azione (avere), suonino simili, e derivino entrambe da radici indoeuropee, non basta a renderle imparentate nel senso tecnico. È un classico esempio di analogia semantica ma divergenza etimologica.
Invito chi legge a diffidare di qualsiasi studio – per quanto affascinante o seducente possa sembrare – che basa le proprie tesi storiche o archeologiche su semplici somiglianze tra parole di lingue diverse senza però spiegarle con regole sistematiche supportate da un abbondanza di esempi. La vera linguistica storica non si fonda su assonanze superficiali, ma su verifiche sistematiche, analisi quantitative e qualitative dei dati, e sull’identificazione di regolarità fonetiche coerenti e ripetute. Stabilire una parentela tra lingue richiede metodo, rigore, e confronto tra serie di parole, non intuizioni estemporanee o coincidenze fortuite. Cercare parole “simili” tra lingue lontane senza una base metodologica non è ricerca, è poco più di un passatempo. La linguistica è una disciplina scientifica, e come tutte le scienze, ha le sue regole: ignorarle significa inevitabilmente travisare il passato.
Appendice: Come riconoscere un buon studio di linguistica storica
Non serve essere linguisti per valutare la serietà di un’ipotesi: basta sapere cosa cercare. Ecco alcuni criteri fondamentali.
1. Regolarità fonetica dimostrata
Lo studio mostra serie di parole in cui i suoni cambiano in modo sistematico, non solo in un singolo caso? Le trasformazioni sono coerenti?
2. Confronto tra parole ereditate (non prestiti): Le parole messe a confronto sono parte del vocabolario fondamentale (corpo, natura, parentela, numeri) oppure sono prestiti culturali più recenti?
3. Radici ricostruibili in modo indipendente: Viene indicata la radice proto-linguistica da cui le parole derivano, con altri esempi che la confermano?
4. Assenza di “cherry-picking”: Lo studio considera anche i dati contrari o ignora selettivamente le parole che non confermano la tesi?
5. Fonti affidabili e confronto con la letteratura scientifica: Vengono citati dizionari etimologici, lavori accademici, grammatiche storiche? Lo studio dialoga con la ricerca esistente?
Se mancano questi elementi, è molto probabile che si tratti di pseudolinguistica: un uso apparente del linguaggio scientifico, ma privo del suo rigore.


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