La questione della presenza scandinava in Nord America è tornata prepotentemente alla ribalta a seguito delle rivendicazioni che il presidente americano Donald Trump ha avanzato sul territorio danese della Groenlandia. La più grande isola del mondo è un territorio del regno di Danimarca, il quale ne rivendica la sovranità per ragioni storiche direttamente collegate alla questione della scoperta dell’America, che andremo a vedere.
Secondo le fonti medievali, il primo insediamento scandinavo in Groenlandia, ad opera di Eiríkr il rosso, risalirebbe al 986. Allora la parte più settentrionale dell’isola era forse occupata ancora da sparuti di pochi individui (forse qualche decina) appartenenti ad una cultura e un’etnia artica, mentre la parte occupata dagli scandinavi (l’estremo sudovest) era disabitata. La comunità groenlandese era legata alla Norvegia per questioni linguistiche religiose, essendo una diocesi incorporata nell’Arcidiocesi di Niðarós (oggi Trondheim).

Nella metà del 1200, i groenlandesi decisero di sottomettersi al regno di Norvegia, così da poter contare sul suo sostegno economico in cambio di un versamento di tasse. I rapporti tra Groenlandia, Islanda e Norvegia furono molto fitti: gli annali islandesi citano frequentissimi incontri tra il vescovo groenlandese e gli omologhi islandesi. Numerosi anche i rapporti commerciali e anche i matrimoni tra groenlandesi e Islandesi.
Abbiamo carteggi e atti notarili o lettere che testimoniano tutto questo. Decine di siti archeologici nordici sono stati scoperti. Oltre alla chiesa in pietra di Hvalsey e ai resti degli edifici in pietra della diocesi di Garðar, numerosissime fattorie sono state portate alla luce, assieme a una quantità spropositata di oggetti di uso quotidiano, di valore artistico, e molto altro. Grazie al fatto che il terreno groenlandese congela, i corpi seppelliti nei cimiteri si sono conservati assieme agli abiti, dai quali sappiamo che i groenlandesi si vestivano alla moda europea. Sono sopravvissute anche alcune incisioni runiche su diversi supporti, catalogata in un volume pubblicato dal museo nazionale di Danimarca (vedi biografia).

Dai documenti, sappiamo anche che, nel corso del trecento, i contatti si fecero più difficili: il peggioramento climatico portò ad un aumento dei ghiacci marini anche nel periodo estivo, cosa che obbligò le navi a intraprendere una rotta dall’Islanda verso sud ovest in diagonale che prevedeva una traversata più lunga nel pericoloso mare aperto. Prima di allora si navigava dritti verso ovest dall’Islanda la Groenlandia e poi si seguiva la costa, per doppiare capo Farewell (Herjólfsnes), il primo insediamento abitato che si incrociava venendo da est. Nello stesso secolo, veniamo a sapere dall’archeologia, una nuova popolazione dal Nord America entrò dal Nord dell’isola. Si trattava di una popolazione molto diversa e non imparentata con quella ormai quasi estinta che si trovava in precedenza nel nord dell’isola. Questa nuova popolazione, che gli archeologi chiamano Thule, è quella da cui discendono i moderni Inuit. Dagli islandesi sappiamo che gli Inuit attaccarono le comunità scandinave, spesso uccidendo i Groenlandesi.
Un preziosissimo documento è il resoconto di un prete norvegese, Ivar Bárðarsson, che visse in Groenlandia tra il 1347 e il 1360. In esso, il prete racconta di una spedizione verso la porzione più a nord della diocesi groenlandese: il cosiddetto “insediamento occidentale” (nell’area dell’attuale Nuuk) per aiutare la popolazione che veniva attaccata dagli Inuit, giunti nel paese il secolo precedente. Non vi trovò anima viva, se non animali domestici inselvatichiti. Dal suo resoconto, però, la porzione più meridionale della diocesi doveva essere ancora fiorente all’epoca. Da una annotazione di un vescovo Islandese dei primi del ‘500 che finì alla deriva avvicinandosi alla costa groenlandese, pare che ci fossero ancora persone, che il vescovo intravide. Non è dato sapere se si trattasse di scandinavi o di Inuit. In ogni caso, l’estinzione della popolazione scandinava doveva essere largamente avanzata. L’ultimo avvenimento documentato dalla colonia e il matrimonio di un mercante islandese, Þorsteinn Ólafsson, con Sigríður Björnsdottir, avvenuto nel 1407 alla chiesa di Hvalsey (i cui ruderi sono tutt’oggi in piedi) e registrato poi in Islanda.

Per una serie di problemi concomitanti, tra cui il cambiamento climatico, l’invasione degli Inuit, la peste è molto altro, la comunità groenlandese si estinse nel corso del Quattrocento. Questo però non lo seppe nessuno fino a molto tempo dopo, perché i contatti con il resto del mondo si erano interrotti. La peste troncò drasticamente i traffici, e il peggioramento climatico rese i viaggi più rari e sporadici.
Alla fine del Trecento, il regno di Norvegia è quello di Danimarca furono uniti in un’unione personale. I territori che erano stati dipendenze norvegesi vennero dunque a trovarsi sotto l’autorità di una doppia corona unita però in un individuo (il monarca) che aveva residenza nella capitale danese di Copenhagen. Fu soltanto tra il Seicento e il Settecento che si iniziò a discutere della Groenlandia: un prete norvegese, Hans Egede, era convinto che i groenlandesi, per mancanza di contatti, fossero tornati ad essere pagani, e che sarebbe stata la sua missione evangelizzarli e portarli nell’orbita della chiesa luterana danese. Riuscì ad ottenere finanziamenti per la sua missione che partì nel 1721, e fu lui a scoprire che il groenlandese erano scomparsi dalla Groenlandia, trovando il loro posto gli Inuit, dei quali studiò e apprese la lingua, e nei iniziò il processo di evangelizzazione, fondando il nucleo che sarebbe poi diventato Godthåb (Buonasperanza), l’attuale Nuuk.

Non entreremo nella questione della disputa tra la Danimarca e le voci groenlandesi sull’indipendenza, ma ci concentreremo sugli eventi storici avvenuti nel periodo medievale. Secondo le saghe, fu un tale di nome Bjarni Herjólfsson ad avvistare l’America, in un viaggio intrapreso dall’Islanda per raggiungere suo padre che si era trasferito in Groenlandia assieme a Eiríkr il rosso
Bjarni non volle approdare, e preferì ritrovare la strada per la Groenlandia, dove raccontò dell’avvistamento, cosa che portò all’organizzazione di una spedizione verso ovest l’estate successiva. Il leader della spedizione fu il figlio di Eiríkr il rosso, Leifr Eiríksson. che avvisto una terra coperta di ghiacciai e rocce (forse Baffin), poi una collinare e coperta di foreste (forse Labrador) e infine una terra dal clima mite dove tentò di stabilire una colonia. Queste tre terre furono chiamate da lui Helluland (Terra della lastra di roccia), Markland (Terra della foresta) e Vínland (Terra del vino). Secondo le saghe, il tentativo andò a vuoto a causa di un violento scontro con i nativi.
Per molto tempo il resoconto delle saghe fu creduto una favola, e solo all’inizio dell’ottocento, alcuni studiosi danesi avanzarono il sospetto che potesse trattarsi di qualcosa con un fondamento storico. Il dibattito continuo fino al 1960, quando una coppia di archeologi norvegesi individuò un sito archeologico che pose fine alla controversia.
Le prove archeologiche della presenza norrena in America: il caso di L’Anse aux Meadows
L’idea che i navigatori norreni abbiano raggiunto l’America ben prima di Cristoforo Colombo è ormai un fatto accertato dall’archeologia. Il sito di L’Anse aux Meadows, situato a Terranova, in Canada, è la testimonianza più concreta e studiata di questa presenza. Ma quali sono le prove materiali che confermano questa scoperta? E in che modo gli archeologi hanno ricostruito la storia dell’insediamento norreno nel Nuovo Mondo?
La scoperta del sito e le prime ricerche
L’Anse aux Meadows è stato portato all’attenzione degli studiosi negli anni ’60 grazie agli archeologi Helge e Anne Stine Ingstad. Le loro ricerche, basate sulle saghe islandesi già citate, li portarono a esplorare la costa nordamericana alla ricerca di insediamenti scandinavi. Dopo aver notato caratteristiche compatibili con i siti norreni in Norvegia e Groenlandia, iniziarono scavi sistematici che portarono alla scoperta di strutture chiaramente riconducibili agli scandinavi.
Nel 1961 iniziarono gli scavi archeologici, che portarono alla luce le fondamenta di otto edifici con la tipica architettura a torba e legno, simili a quelli trovati in Groenlandia e Islanda. Studi successivi, condotti negli anni ’70 e più recentemente con tecnologie avanzate, hanno confermato l’origine norrena del sito oltre ogni dubbio.

Le prove materiali della presenza norrena
Gli archeologi hanno trovato diversi manufatti che attestano la presenza vichinga a L’Anse aux Meadows:
- Strutture abitative: gli edifici ritrovati presentano un’architettura caratteristica degli insediamenti norreni, con muri di torba e legno, come quelli utilizzati in Islanda e Groenlandia.
- Chiodi in ferro e resti di lavorazione metallurgica: la presenza di scorie di ferro e un’incudine suggeriscono che i Norreni lavorassero il ferro nel sito, un’attività inusuale per le popolazioni indigene dell’epoca.
- Manufatti norreni: tra i reperti vi sono una fusaia in pietra (indicativa della filatura), un frammento di una spilla in bronzo e utensili tipici della cultura scandinava.
- Resti botanici: analisi archeobotaniche hanno rivelato la presenza di noci americane (Juglans cinerea), che non crescono a Terranova, ma più a sud, suggerendo che i Norreni esplorarono aree anche più meridionali dell’America.
- Datazione al radiocarbonio: gli scavi hanno restituito materiali organici datati tra il 990 e il 1050 d.C., un periodo coerente con le informazioni contenute nelle saghe norrene sulla colonizzazione del Vinland.
L’Anse aux Meadows è finora l’unico sito archeologico norreno noto in Nord America, ma le ricerche continuano per individuare altre tracce della presenza scandinava. Nuove tecniche di telerilevamento e indagini sul DNA antico potrebbero fornire ulteriori prove di contatti transatlantici precolombiani.
La scoperta di questo sito ha rivoluzionato la nostra comprensione della storia delle esplorazioni europee, dimostrando che gli scandinavi raggiunsero il Nuovo Mondo circa 500 anni prima di Colombo.
Dagli islandesi, sappiamo anche che i groenlandesi continuarono a visitare l’attuale Canada, anche dopo l’abbandono del tentativo di colonizzazione: un’annotazione dell’anno 1347 riporta l’approdo in Islanda di una nave di groenlandesi che si era persa in mare nel viaggio di ritorno dal “Markland”.
“1347. approdata nave groenlandese nello Straumfjörður, senza l’ancora, che si era recata nel Markland, ma era finita alla deriva fino a qui, con 17/18 uomini a bordo.”

La conoscenza di questi territori ad ovest arrivò anche in Europa, facendosi strada in documenti prodotti dall’arcidiocesi di Brema in Germania, sotto alla quale ricaddero per un periodo le diocesi della Scandinavia e delle isole atlantiche. All’inizio del II millennio, almeno in Scandinavia e in Germania, c’erano persone che erano consapevoli dell’esistenza di territori a ovest, anche se erano probabilmente immaginati come delle isole, e non certo come un nuovo continente. Grazie a una recentissima ricerca del professor Paolo Chiesa, sappiamo che questa conoscenza arrivò fino in Italia, dove un monaco milanese vissuto nel 1300 scrisse in una sua opera, intitolata Chronica universalis, quanto segue:
Et dicunt marinarii qui conversantur in mari Datie et Norvegye quod ultra Norvegiam versus Tramontanam est Yslandia. Et inde est insula dicta Grolandia, ubi Tramontana stat a tergo versus Meridiem, ubi unus episcopus dominatur. Ibi non est granum nec vinum nec fructus, sed vivunt de lacte et carni-bus et piscibus; habent domos subterraneas in quibus habitant, nec audent clamare vel aliquem rumorem facere ne bestie eos audirent et devorarent; ibi sunt ursi albi magni nimis qui natant per mare et naufra-gos ad litus conducunt; ubi nascuntur falcones albi magni volatus qui mittuntur ad imperatorem Tartarorum de Kata. Inde versus Occidens est terra quedam que dicitur Marckalada,
E i marinai che vivono nel mare di Danimarca e Norvegia dicono che oltre la Norvegia, verso il Mare del Nord, c’è l’Islanda. E oltre c’è l’isola chiamata Groenlandia, posta da nord verso sud, dove governa un solo vescovo.
Non c’è grano, né vino, né frutta, ma vivono di latte, carne e pesce; Vivono in case sotterranee e non osano gridare o fare rumore, perché le bestie feroci potrebbero sentirli e divorarli. Lì vivono orsi bianchi molto grandi che attraversano il mare a nuoto e conducono i naufraghi a riva. Dove nascono i grandi falchi bianchi, che
vengono inviati all’imperatore tartaro dell Catai.
Da lì verso ovest c’è una certa terra che si chiama Marcalada…(Chiesa et al 2024; p366)
È bene espellere ogni dubbio: le persone a conoscenza dell’esistenza di queste terre erano una sparuta minoranza, ed è presumibile che anche loro non dessero alla questione così tanta importanza; si trattava dopotutto di isole lontanissime e senza un immediato interesse per le genti dell’epoca. Non è sostenibile la teoria avanzata da alcuni, secondo la quale Cristoforo colombo avrebbe sentito parlare di terre ad ovest, anche perché, se così fosse stato, avrebbe cercato di raggiungerle seguendo le rotte usate fino all’ora, e dunque attraverso l’Atlantico del Nord.
Le implicazioni della scoperta scandinava del Nord America non furono così radicali come quelle dei viaggi di colombo, e le due cose non furono storicamente collegate. Tuttavia è innegabile, in virtù delle conoscenze attuali, che gli scandinavi raggiunsero l’America a partire dall’anno 1000, e che la conoscenza Della presenza di territori nell’ovest dovette viaggiare in Europa, fino a raggiungere le pagine di una cronaca milanese trecentesca.
Per approfondire, si consiglia la lettura di:
- Ingstad, H. (1964). Westward to Vinland: The Discovery of Pre-Columbian Norse House-Sites in North America. Macmillan.
- Imer, Lisbeth M. pensante and Prayers. The inscriptions of Norse Greenland. Studies in Archeology and History 25. University of Southern Denmark Press.
- Chiesa, P. (2023). Marckalada. Quando l’America aveva un altro nome. Laterza
- Chiesa, P., F. Favero, C. Guglielmetti (a cura di). (2024). Galvano Fiamma. Cronica universalis. Sismel – Edizioni del Galluzzo.
- Wallace, B. (2003). “The Norse in Newfoundland: L’Anse aux Meadows and Vinland.” In Contact, Continuity, and Collapse: The Norse Colonization of the North Atlantic, ed. James Barrett, 207-238. Brepols.
- Birgitta Wallace, B. (2018). The Viking Settlement of North America Revisited. Journal of the North Atlantic, Special Volume 7: 1-18.


Rispondi